Il lungo ’68: il contesto familiare dei protagonisti dei “Racconti del’68”

La maggioranza delle persone coinvolte nella ricerca sul lungo ’68 proviene  da famiglie di condizioni  socio-economiche relativamente modeste, appartenenti soprattutto alla piccola borghesia e alla classe operaia, organizzate al loro interno sulla base di una divisione dei ruoli legata al sesso: il padre provvedeva al sostentamento della famiglia e la madre si occupava della cura della casa  e dell’educazione dei figli.  Le  madri  che, in base a quanto  emerge dai racconti,  lavoravano  al di fuori dell’ambito domestico erano ancora  molto poche  e  svolgevano la loro attività negli ambiti a tradizionale prevalenza femminile. Qualche altra madre  aveva svolto un lavoro prima del matrimonio, ma poi, una volta sposata, vi aveva rinunciato per dedicarsi esclusivamente alla famiglia.

Questo  modello familiare, che coincideva con quello della “tipica” famiglia italiana,  era però, in qualche modo, “contaminato” da una caratteristica peculiare di molte famiglie valtellinesi, che si ritrova descritta in diverse testimonianze: la persistenza di un’ attività agricola praticata, con il coinvolgimento di tutti i componenti del nucleo familiare, in piccoli o piccolissimi appezzamenti di proprietà, per integrare il reddito principale del capofamiglia.

Se le madri erano in prima fila nei lavori nei campi, tanto da venir definite in alcune testimonianze “ casalinghe contadine”, anche i figli erano abituati fin da piccoli a dare una mano nei lavori in campagna

“Noi figli, man mano uscivamo dall’infanzia, cominciavamo a dare una mano in campagna, contribuendo così al bilancio familiare e mantenendoci agli studi.”(Egidio) 

Nelle zone più prossime al confine con la Svizzera c’era inoltre l’attività di contrabbando di zucchero, caffè e sigarette che contribuiva a integrare il reddito familiare. E anche in questa attività erano coinvolti i figli, già da ragazzini.

“Già alla fine della terza media ho cominciato a portare il sacco, una vita durissima che però mi evitava il lavoro in campagna.”(Edj)

Per quanto non direttamente riferita alla sua famiglia è interessante, a questo proposito, anche la testimonianza di Fausto.

“Fu così che mi misi nel contrabbando, attività che nel 1970 era in pieno boom: lungo i sentieri che dalla Svizzera portavano in Italia era una processione continua di portatori di bricolle, ce n’era per tutti i gusti, si andava da un estremo all’altro: c’era il coscienzioso padre di famiglia che portava il sacco per costruirsi la casa con appartamenti tanti quanti erano i figli e c’erano i balordi e i piccoli delinquenti, in mezzo stava la fascia dei proletari temporaneamente disoccupati o in cerca di una integrazione del reddito.” (Fausto)

Un numero significativo di studenti che furono coinvolti nel movimento del ’68, soprattutto quelli che frequentavano le scuole tecnico-professionali e l’Istituto Magistrale, dove confluivano la maggior parte dei giovani provenienti dai ceti medio bassi, conoscevano dunque, per esperienza diretta, il lavoro dei  campi  e portavano  dentro di loro ancora forti gli echi di un mondo contadino,  di cui, se non i genitori, certamente i nonni avevano fatto parte a pieno titolo. Considerato che , in ambito provinciale, nel 1950 il settore   agricolo produceva  la quota prevalente del valore aggiunto   e che nel 2010  il  valore del settore  si sarebbe ridotto all’1,45%, quei giovani, nel corso della loro esistenza, avrebbero poi  vissuto in prima persona le profonde trasformazioni dell’agricoltura valtellinese e valchiavennasca.

Se e quanto il movimento del ’68 contribuì a queste trasformazioni è una domanda complessa; il materiale raccolto contribuisce a portare dei tasselli di riflessione, ma non può certo dare una risposta definitiva in materia.

E’ però indubbio che i giovani studenti e operai che parteciparono al ’68 erano convinti di lottare, attraverso le loro battaglie individuali e collettive, per favorire il passaggiodalla Valtellina della tradizione e dell’oscurantismo ad una Valtellina più aperta e più libera.”(Fabio M.)

Mentre  per quanto riguarda la struttura familiare delle persone che hanno contribuito al progetto di ricerca, possiamo trovare una netta corrispondenza tra il modello che emerge dalle testimonianze e quello prevalente, nel periodo considerato, sia a livello provinciale che nazionale, un po’ diversa risulta essere stata la situazione quando  andiamo ad analizzare l’orientamento politico delle famiglie.In  un territorio che, sul finire degli anni ’60 e nei primi anni ’70, poteva ancora essere considerato “un feudo democristiano” in “sole” 13 testimonianze viene indicata una chiara preferenza di voto di almeno un genitore per la DC e in 4 un deciso orientamento a destra.  I dati raccolti sono comunque troppo incerti per poterci far dire che la maggioranza degli autori dei racconti provenivano da famiglie orientate a sinistra

Il modello educativo prevalente che emerge dalle testimonianze è quello che gli autori stessi definiscono come tradizionale: i genitori esercitavano il loro ruolo con una moderata dose di autoritarismo, in generale la severità del padre veniva mitigata da una maggiore disponibilità all’ascolto delle madri, la religione, intesa soprattutto come rispetto dei precetti della Chiesa cattolica, svolgeva un ruolo importante nell’educazione dei figli.

“Quanto al modello educativo, erano severi, soprattutto mio padre, molto inquadrato così come suo padre era stato con lui. Mia madre invece era più disponibile, ascoltava, anche per una netta divisione di ruoli tra loro. In ogni caso l’educazione ricevuta mi è stata utile per fare una serie di cose che, tra l’altro, mi hanno permesso di cavarmela presto da sola, quando a 18 anni sono uscita di casa: nella loro severità mi hanno insegnato tanto anche se allora vedevo solo la parte negativa, dei divieti.”(Chiara B.)

“Sono nata nel ’56, quarta di otto figli. Mio padre era manovale nell’edilizia e poi operaio, mia madre casalinga con frequenti problemi di salute. Erano entrambi di fede democristiana e noi figli abbiamo ricevuto un’educazione piuttosto tradizionale: il papà severo e  la mamma buona e devota ma non bigotta.”(Rosalia)  

“Mia madre ha sempre dato a noi tre figlie molta libertà: non era critica nei confronti dei nostri atteggiamenti e delle nostre idee, lei aveva avuto un rapporto conflittuale con sua madre e non lo ha avuto con le sue figlie. Aveva molta fiducia in noi e nei nostri compagni e mariti, era molto positiva.”(Rita)

“Il modello educativo era comprensivo da parte di mia madre; autoritario, a volte esagerato, da parte di mio papà: il suo ruolo lo esigeva. (…)  Ma mi insegnò anche ad amare la montagna, portandomi a 9 anni sul Pizzo Stella.” (Mauro P.)

Di contro in alcune famiglie si ritrovava invece: “un modello educativo essenzialmente partecipativo/democratico improntato dalla necessità di collaborazione nei lavori agricoli famigliari.” (Piero)

Anche se solo pochissimi genitori avevano conseguito livelli elevati di istruzione in diverse famiglie Si avvertiva l’importanza dello STUDIO, dell’ISTRUZIONE per cui io, unico maschio con quattro sorelle (una diplomata magistrali e una laureata), ho sempre sentito che da me ci si aspettava che andassi avanti a studiare”.(Ulrico) 

“Per l’educazione c’era un’attenzione speciale da parte dei nostri genitori e le loro aspettative furono ripagate perché tutti ci diplomammo e due proseguirono fino alla laurea. Per dirla alla cinese eravamo una famiglia di “rossi ed esperti”, anche se il rosso, come è giusto che sia, era di gradazioni diverse, ognuno aveva la sua.”(Egidio)

“Mi hanno lasciato sempre molta libertà e soprattutto mi hanno offerto la possibilità di continuare la scuola dopo la terza media, cosa non così scontata a quei tempi.”(Felice)

Il peso attribuito allo studio nasceva sicuramente dal desiderio di garantire ai figli un futuro migliore, ma, a volte, anche da una sorta di rimpianto per non avere avuto accesso alla cultura e da un desiderio di riscatto attraverso l’esperienza dei figli e delle figlie.

“Mio padre aveva conseguito il diploma di V elementare . Ma, a quanto pare, aveva frequentato un corso efficiente e concentrato … scriveva perfettamente, sapeva un sacco di cose! Poi da autodidatta apprese nozioni di diritto, di stenografia, il tedesco, la musica … Mia madre, più giovane, avrebbe tanto voluto studiare ma dovette accontentarsi della terza “Avviamento professionale”, essendo, nella sua famiglia, la prima di sei figli e dovendo quindi essere d’aiuto in casa.”(Chiara S.)

In ogni caso in molte famiglie  la frequenza di un istituto superiore da parte di uno o più figli  rappresentava  ancora una novità.

“Negli anni appena successivi tutti frequentammo le scuole superiori a Sondrio ed anche queste era un’anomalia in quegli anni di fermento politico e sociale e anche di sviluppo e di espansione dei consumi perché l’intera generazione precedente era al massimo arrivata a qualche scuola professionale e neppure tutti (mia madre ha la sola licenza elementare e mio padre credo avesse solo quella media o avviamento come si diceva allora). Solo eccezionalmente i figli delle classi popolari potevano frequentare l’ Università, essendo l’intera Valtellina un’area di povertà e di sottosviluppo, tanto da essere oggetto di studio da parte di enti come lo Svimez…”(Giovanni S.)

“Nel ’68 avevo 13 anni. Fu soltanto nell’anno scolastico 1969/70 che venni in contatto con qualcosa di nuovo. Ero iscritta all’Istituto Magistrale di Sondrio. Ero la prima generazione della mia famiglia che poteva permettersi di accedere agli studi superiori. Pare fosse stato venduto un vitello per pagare la retta del collegio.” (Chiara S.)

Non meraviglia quindi che come scrive Luisa: ” Allora la famiglia non metteva in discussione l’opera della scuola.”(Luisa)

Pur nel riconoscimento del valore dell’istruzione non tutte le famiglie erano però disponibili ad assecondare i desideri dei figli e, soprattutto, delle figlie. 

“Io amavo la letteratura e l’arte e desideravo fare il Liceo Classico (come consigliato dai miei insegnanti), ma dovetti piegarmi ai voleri di mia madre che mi iscrisse all’Istituto Tecnico Commerciale “A. De Simoni”. Allora le famiglie operaie desideravano un figlio/a ragioniere perché ciò rappresentava un salto di classe e perché i loro figli non dovessero fare la loro stessa vita di sacrifici. Inoltre per una figlia di operai con prole numerosa (2 femmine e 2 maschi)era veramente difficile approdare agli studi universitari.”(Stefania) 

“Prima che finissi la scuola media mio padre aveva già organizzato tutto per il mio avvenire e così, invece di andare avanti a studiare come avevano consigliato i miei insegnanti, andai a lavorare come apprendista odontotecnico.”(Danilo)

“La mia fortuna è stata quella di andare bene a scuola e di avere incontrato degli insegnanti che mi hanno stimolato a leggere, a impegnarmi per gli altri e a continuare gli studi, nonostante il parere contrario di mio padre che avrebbe preferito che lavorassi subito come gli altri miei fratelli grandi. Ho potuto studiare grazie a borse di studio e al lavoro che facevo d’estate.” (Rosalia)

 L’orientamento antifascista della famiglia viene in diversi casi indicato come uno degli elementi che favorirono l’adesione al movimento del ’68.

“Mi sento di appartenere al Sessantotto anche per un’altra ragione: l’essere dalla parte del lavoro era un tratto della mia identità culturale, così come si era formata nell’ambiente familiare e nel contesto in cui ero cresciuto.” (Claudio)

“Nel mio ’68 si innestava anche una memoria antifascista che dai nonni era passata ai figli e ai nipoti.(…)L’antifascismo me lo sono sempre portato dentro e quando, dopo l’avviamento commerciale, cominciai a lavorare avevo già un orientamento abbastanza preciso e lo condividevo con una compagnia di ragazzotti che come me avevano fatto la gavetta tra i vicoli di Scarpatetti .”(Fausto)

“Anche mio padre proveniva da una famiglia di tradizioni socialiste ed è forse anche per questo che si conobbero e avviarono una relazione che si concluse con il matrimonio nel 1954. Nel ’56 nacque il primo figlio e poi nel ’58 io. Con storie familiari di questo tipo alle spalle, non mi era certo difficile entrare in sintonia con la spinta del ’68, anno in cui avevo solo 10 anni, ma già cominciavo a prestare attenzione alle cose dei grandi. In casa si parlava di quello che stava succedendo allora in Italia, di eventi traumatici come la strage di piazza Fontana che ebbe larga risonanza, del fascismo che rialzava la cresta e della strategia della tensione. Del resto alcuni personaggi legati alla vicenda MAR, il movimento di estrema destra che firmò in Valtellina gli attentati ai treni del 1970, erano proprio della mia zona: Fumagalli Carlo e Gaetano Orlando di Lovero . A casa mia girava inoltre il Lavoratore Valtellinese e il settimanale della federazione provinciale dello PSI le sue battaglie antifasciste e per i diritti dei lavoratori le faceva. Quando nel ’72 cominciai a frequentare il liceo Piazzi di Sondrio avevo quindi le idee già chiare ed ero pronta ad fare la mia parte nel movimento.” (Rosanna)

” I miei genitori provenivano da famiglie antifasciste militanti.Il nonno paterno era tornato dall’Australia (tutti i fratelli erano emigrati già alla fine dell’800 e mio nonno era tornato per accudire i genitori anziani) ed era militante socialista già prima della grande guerra. E’ stato anche sindaco di Bianzone prima di morire di spagnola nel ’18. Il nonno materno, emigrante stagionale in Svizzera, come gli altri antifascisti del paese non ha mai preso la tessera del fascio, non ha fatto battezzare i figli e si contrapponeva apertamente alle camicie nere del paese.(…).  L’ambiente familiare e l’ambiente del contrabbando portavano a sviluppare un forte senso di insofferenza e di voglia di ribellione alle regole sociali.” (Edj )

“Sin da piccola mi hanno nutrita con narr.azioni di loro vita vissuta negli anni del fascismo e poi nella Resistenza.” (Stefania)

“Essendo stato, mio padre, in campo di concentramento, l’antifascismo l’ho sempre “mangiato a tavola”. (Pierluigi)

“Ciò che cambiò il corso della vita di mia nonna fu l’arrivo dei partigiani, alcuni dei quali provenienti dalla pianura, che significò per lei l’entrare in contatto con un mondo altro rispetto al conosciuto, il sentir parlare di spazi pianeggianti che consentivano di alleggerire la fatica dell’attività agro-pastorale in territorio montano. Molti anni dopo venni a conoscenza che la nonna aveva partecipato a pieno titolo alla Resistenza, sia ospitando alcuni partigiani che nascondendo carichi di armi in casa. Anche mio zio Sandro, appena diciottenne e con il nome di battaglia di Diavolo, entrò a far parte della Brigata Garibaldi. Rimase un comunista convinto per il resto della sua vita. L’episodio più traumatico vissuto dalla famiglia di mia nonna fu il seguente: una colonna di fascisti arrivò a colpo sicuro a casa loro chiedendo la consegna di mio zio – nel frattempo già scappato – e delle armi – opportunamente nascoste altrove. Ovviamente mia nonna rispose di non sapere nulla, né del figlio né delle armi. A quel punto i fascisti minacciarono di impiccarla davanti ai tre figli piccoli, tra cui mia mamma che all’epoca aveva otto/nove anni. Secondo il racconto fattomi, avevano già preparato il cappio quando – forse a causa del pianto terrorizzato dei bambini? – improvvisamente cambiarono idea e si allontanarono senza farle alcun male, quantomeno fisico. L’odio di mia mamma nei riguardi dei fascisti in genere rimase viscerale. Non parlò mai delle sue opinioni politiche ma, nel periodo del ’68, ricamò senza battere ciglio – o proferir parola – una falce e martello su un paio di jeans del genero.(Mirella)

Il racconto delle esperienze di lotta antifascista dei genitori e dei parenti, almeno fino a quando con il ’68 l’antifascismo militante non tornò a riempire le piazze anche in Valtellina, rimaneva però confinato prevalentemente nell’ambito familiare. Difficilmente sul finire degli anni ’60 si sarebbero potuti affrontare questi temi sui banchi di scuola, ma neppure nei luoghi di ritrovo, oratorio o bar che fossero. Sicuramente il ’68 ha contribuito a sdoganare e  rendere visibili e condivisibili molte storie che, fino a quel momento, erano state tramandate, quasi in sordina, all’interno delle ristretta cerchia parentale.

Forse è anche per questo che, a distanza di anni, alcuni “compagni” e “compagne” nelle loro testimonianze hanno sentito il bisogno di raccontare ampiamente la storia della loro famiglia.

L’aver fatto la resistenza e/o l’aderire a un partito di sinistra non portava però necessariamente i genitori a condividere pienamente gli obiettivi e le forme di lotta del ‘68.

“Erano a favore delle lotte sociali degli operai per gli aumenti salariali (in quegli anni la paga oraria era di 400/450 lire l’ora) e il miglioramento delle condizioni lavorative, ma nutrivano perplessità sui movimenti degli studenti in quanto pensavano che il compito degli studenti fosse quello di studiare, essere promossi e migliorare la condizione sociale vissuta dai genitori.”(Piero)

“Il papà era socialista e antifascista, ma aveva un atteggiamento critico rispetto ai movimenti di piazza e alle forme più estreme del dissenso. Facevamo delle belle discussioni. La sua provenienza da una famiglia povera, l’esperienza della guerra (Albania e Monte Bianco) e quella di emigrante lo portavano a non accettare quei movimenti di completa rottura con la società. Aveva una posizione riformista.”  (Rita)

Dalle testimonianze non sembra comunque che questi dubbi si trasformassero poi in una chiara opposizione alle scelte dei figli. Più che altro anche in molti genitori “di sinistra”, c’era una forte preoccupazione che la partecipazione al movimento potesse creare problemi scolastici o giudiziari ai figli. L’invito alla moderazione era quasi un leitmotiv in molte discussioni genitori-figli, anche all’interno delle famiglie più aperte a quelle tematiche sociali che il ’68 aveva portato in primo piano.

“Mio padre era quasi orgoglioso di me, mentre la mamma ad ogni mia nuova partenza si limitava a dirmi con tono rassegnato “vota moderato”. Che cosa volesse dire in quel contesto “votare moderato” non lo sapeva neanche lei, ma era l’unico suggerimento che sapeva darmi: l’alternativa era di impedirmi di partire, ma era impraticabile anche perché col tempo lei stessa si era legata in qualche modo a quei ragazzi di cui aveva percepito l’idealismo con cui sostenevano le loro ragioni e la tenacia con cui le difendevano. “(Maria)

“Una frase scontata che dava adito ad accese discussioni era: “Stai lontano dalla politica attiva che è una cosa sporca”. Ma sotto sotto condividevano il mio entusiasmo tant’è che non hanno mai ostacolato qualsiasi mia attività politica successiva.” (Sergio)

Se a partecipare alle lotte erano le figlie femmine le battaglie di quegli anni per la liberazione sessuale e la conquista di diritti uguali a quelli dei maschi suscitavano non pochi problemi anche nei genitori più “illuminati”.

“In casa nostra il braccio di ferro riguardava in particolare l’ora del rientro al sabato sera e, su questo, in una casa di operai sindacalizzati, la contrattazione era sempre serrata. Il vero scoglio era mia madre, perché il papà era più ingenuo e facile a farsi convincere.”  (Maricla)

Più difficile era invece accettare le scelte dei figli nelle famiglie dove prevaleva un orientamento anticomunista.

“Quando ripenso al Sessantotto, mi torna in mente lo scontro tra mio padre e noi figli, in particolare Pierre che era quello con la testa più dura. Si trattò di uno scontro tra Titani nel quale nessuno voleva cedere.” (Fabio)

“Il conflitto genitori/figli era molto forte. Con mio padre lo scontro era totale sul piano politico ma dal punto di vista sociale non lo definirei un conservatore: per lui l’importante era il lavoro, la sua religione e su questo abbiamo avuto il contrasto più grosso  (…).  Il problema era che non concepiva altre idee che non fossero quelle del lavoro, del sacrificio, della proprietà privata … mentre io, già da adolescente, avevo una mentalità diversa ” (Mauro P.)

“In famiglia mia sorella ed io eravamo state educate a valori positivi come l’onestà, il rispetto, l’impegno, il valore della cultura. Avevamo avuto una formazione cattolica e partecipato alle attività parrocchiali. Quando poi siamo venute a contatto con altri modi di vivere e abbiamo espresso criticità sono sorti inevitabili conflitti. E, considerata la storia dei miei genitori, non poteva che essere così.”(Chiara S.)

Per le figlie la conquista di spazi di autonomia e la possibilità di muoversi liberamente sul territorio richiedeva spesso battaglie estenuanti.

“Questo mio cambiamento provocò un grande conflitto con mia madre, che non accettava il fatto che avessi smesso di andare in chiesa e di fare come facevano le altre ragazze del paese. La faceva quasi impazzire, mi rimproverava e piangeva. Era molto condizionata dal giudizio degli altri. Io stavo male e spesso rimanevo a Milano anche al fine settimana per evitare queste scene. Mio padre invece non diceva niente.” (Luciana)

“Il mio rifiuto di andare a messa e a frequentare la chiesa mi era costato molta energia, in una lotta solitaria che mi aveva relegato sempre più al ruolo di pecora nera. Ottenere il permesso per uscire la sera per partecipare alle riunioni settimanali del gruppo, in un locale a 400 m da casa mia, fu una conquista sempre suscettibile di revoca, dopo interminabili discussioni familiari. Dovevo lottare, come donna adolescente, per poter partecipare alle riunioni del collettivo studentesco, o alle manifestazioni a Sondrio o a qualche raro concerto il sabato sera.”  (Erveda)

Anche tra i genitori più conservatori ci fu però chi scelse di non opporsi alle scelte ‘rivoluzionarie’, dei figli e delle figlie anche se avevano timore delle conseguenze.

“I miei genitori non si opposero alle mie scelte sessantottine, anche se ne avevano timore: timore che abbandonassi la fede e le prescrizioni della Chiesa in tema di sessualità. Firmarono per l’abolizione della legge sul divorzio, consapevoli del voto favorevole alla legge di tutti i loro 6 figli nel successivo referendum del ‘74. Non ricordo discussioni sul mio impegno politico e poi sindacale (CGIL), anche se penso non ne fossero entusiasti. Nel complesso vissi un modello educativo tollerante e rispettoso. “ (Floriana)

In chiusura di questo breve esame dell’impatto del ‘68 sulle famiglie d’origine di coloro che vi parteciparono attivamente, si ritiene utile evidenziare un aspetto che emerge solo da alcune testimonianze, ma che probabilmente si verificò più frequentemente di quanto traspaia dal  nostro lavoro di ricerca.

Scrive Fabio, che aveva definito uno scontro tra Titani i contrasti in famiglia tra il padre e i figli soprattutto i due fratelli più grandi:

“Eppure alla fine l’ondata di rinnovamento del ’68 riuscì a smuovere anche tipi coriacei come mio papà, che peraltro diede prova di grande intelligenza, perché ad un certo punto cominciò ad aprirsi mettendo implicitamente in dubbio il valore assoluto delle sue idee e della sua mentalità. Il cambiamento non fu tutto frutto del suo sacco, in gran parte ci fu costretto dalla forza della critica che noi giovani gli muovevamo.”(Fabio)

E anche Carlo evidenzia :

“L’orientamento politico in famiglia, e penso anche il voto prima degli anni ’70, penso fosse democristiano, anche se di politica si parlava poco.. Negli anni successivi l’orientamento dei miei genitori si è modificato a seguito del mio impegno politico e penso abbiano votato DP e a favore di divorzio e aborto.” (Carlo)