Chiara B

IO, INVECE, ANTICIPAI I TEMPI

 

Nel ’68 avevo 13 anni e dopo la fase oratoriale (nettamente separati tra maschi e femmine) ho cominciato a vedere che una parte della Chiesa non mi andava a genio. Poi ho incontrato il Mauro che era molto amico del Lele, mio cugino, avevamo in comune la passione per la musica rock … si è creato un giro di persone con cui si condividevano anche altre passioni come le camminate in montagna. In ambito cattolico abbiamo trovato sostegno in un prete, don Pierlorenzo Trussoni, con cui facevamo anche doposcuola a Olmo, mentre altri preti (compreso don Ugo Bongianni) erano critici con noi. Sono di questo periodo i “gruppi di Vangelo” organizzati dalla parrocchia a cui noi partecipavamo portando proprio le nostre critiche al cattolicesimo tradizionale e ponendo domande “scomode” tipo: chi sono i poveri? Per noi erano gli operai … Oppure leggevamo le lettere dei prigionieri Vietcong … Ho avuto modo di partecipare anche a qualche riunione del gruppo OMG (Operazione Mato Grosso) di Chiavenna, ma … senza particolare interesse.

L’incontro con l’oratorio era del resto abbastanza naturale perché i miei genitori erano tutt’e due cattolici praticanti, partecipavano molto alle attività religiose. Mio papà era un “confratello”. Politicamente votavano DC, ma mentre mio padre era stato anche partigiano, mia madre aveva avuto il padre Podestà a Samolaco, durante il fascismo, e questo era oggetto di scontro tra di loro. Nei confronti del movimento del ’68, mentre mia mamma era abbastanza aperta, mio padre era critico. Quanto al modello educativo, erano severi, soprattutto mio padre, molto inquadrato così come suo padre era stato con lui. Mia madre invece era più disponibile, ascoltava, anche per una netta divisione di ruoli tra loro. In ogni caso l’educazione ricevuta mi è stata utile per fare una serie di cose che, tra l’altro, mi hanno permesso di cavarmela presto da sola, quando a 18 anni sono uscita di casa: nella loro severità mi hanno insegnato tanto anche se allora vedevo solo la parte negativa, dei divieti.

Nella Chiavenna di quei tempi si usciva di casa solo per sposarsi o per necessità legate allo studio o al lavoro, io invece anticipai i tempi e i cambiamenti nelle idee che sarebbero venuti negli anni successivi. Siccome il conflitto con i genitori era forte, a 18/19 anni ero già fuori casa. Andai ad abitare in un appartamento piccolissimo, dove non avevo neanche il bagno: avevo comperato un catino e mi lavavo così. Per mantenermi non avevo problemi perché subito dopo le medie avevo già cominciato a lavorare: prima 5 anni in un negozio di abbigliamento e contemporaneamente mi ero diplomata sarta, poi un anno in albergo in Svizzera. La stabilizzazione avvenne quando nel ’74 venni assunta all’IMC. Per una cittadina piccola come Chiavenna la IMC era una fabbrica importante: occupava intorno ai 110 dipendenti, il 90% dei quali donne, senza calcolare quelli dell’indotto, che producevano le componenti per le macchine da scrivere che poi noi assemblavamo lungo una linea di montaggio fino al prodotto finale. Nel ’94 la IMC chiuse i battenti dopo aver cercato di lanciare un modello di macchina da scrivere elettrica, ma ormai era troppo tardi: era cominciata l’era del computer.

Prima ancora di essere assunta all’IMC, avevo cominciato a frequentare il Collettivo operai-studenti con sede in via Dolzino. Nella fase di avvio era soprattutto un gruppo nato su iniziativa di alcuni studenti universitari dove si discuteva di politica. Da lì si è poi cominciato a seguire le fabbriche dove lavoravano alcuni di noi: io e Ida Dell’Ava all’IMC, Emilia Curti alla Valle Spluga, Tiziano e Sergio alla Scaramellini e altri. Sono stata per 15 anni delegata della FIOM. Con l’avvento dei movimenti extraparlamentari, presi la tessera di Avanguardia Operaia e nel ’74 facevo parte delle sue commissioni o cellule operaie che, fuori dai sindacati confederali, raccoglievano i delegati di fabbrica. La lotta operaia più significativa di quel periodo fu quella della Spalding, la società americana che era subentrata alla fabbrica di sci Persenico e che voleva tagliare un centinaio di posti di lavoro. La mobilitazione durò circa un mese e non mancarono le polemiche: in un volantino, con riferimento alla nostra area, venimmo definiti fascisti solo per aver espresso qualche critica all’azione sindacale. Questo avvenne nel ’75.

Alle elezioni del ’76 facemmo campagna elettorale per un cartello elettorale che assunse il nome di Democrazia Proletaria. Da questa esperienza nacque poi il partito con lo stesso nome, ma intanto la situazione stava cambiando. Io partecipai al movimento delle donne che fu un elemento di rottura anche rispetto ai maschi dell’organizzazione che sostenevano il primato della politica sul personale. A Chiavenna vissi l’esperienza del Collettivo donne, poi negli anni ’80 la mia partecipazione si spostò verso l’associazionismo e partecipai al Comitato per la Pace, che si riuniva in biblioteca. Anche lì portai la mia visione della pratica politica. Adesso lavoro come volontaria alla Bottega del commercio equo e solidale.