Stefania

Infedele alla linea

 

Varie volte ho ripensato ad un testo che potesse riassumere e/o descrivere quegli anni, ma sono così tante le cose da narrare…Io quegli anni (il ’68 e soprattutto il decennio ’70) li ho vissuti intensamente e mi risulta assai difficile racchiudere tutte le esperienze in un unico racconto.

Sono nata a Sondrio nel ’59 e i miei genitori lavoravano nella mitica fabbrica cittadina “Fossati”. Erano operai sindacalizzati, in particolar modo mia madre, iscritta alla CGIL da quando entrò in fabbrica a 16 anni. In casa si votava PCI, si scioperava ed io ero affascinata dai racconti sulla vita di fabbrica fatti da mia madre, perché in lei c’era l’orgoglio operaio di quegli anni ed il disprezzo per il padrone. Ricordo che nei discorsi dei miei genitori traspariva la critica nei confronti degli altri operai valtellinesi. Secondo mia madre erano operai/contadini e in loro non era presente la vera coscienza operaia. Mio padre soffriva per non avere molti argomenti di conversazione in comune con i suoi compagni di reparto. Diceva: “Non sanno parlar d’altro che della vacca e del vitello!” Le sue non erano pretese da “intellettualone” perché aveva solo la V elementare!

Del ’68 (io avevo 9 anni) ricordo la sirena delle h 14 e l’uscita degli operai dal portone (allora mi sembrava altissimo). Io amavo aspettare mia madre fuori dalla fabbrica, ero orgogliosa di essere sua figlia. In quegli anni mi nutrivo di racconti e miti sovietici: la corsa nello spazio, Gagarin, sognavo di andare in URSS e diventare astronauta.

Del periodo ’68 mi ricordo un episodio scolastico. Ero alle elementari di via C.Battisti e la maestra (allora unica in classe rigorosamente femminile) ci disse di portare a scuola il quotidiano che si leggeva in famiglia. Io, ingenuamente, andai da mio nonno Vitalino (iscritto al PCI) e gli chiesi “L’Unità”, quotidiano che lui leggeva e che poi passava a noi. Ricordo la mia delusione nel vedermi negata la richiesta con la motivazione: ” E’ meglio non portare a scuola questo giornale perché potrebbero sorgere guai per te. Un giorno capirai…” Io allora non capii, però cominciai a pormi dubbi; ero una bambina che non vedeva tutto rosa e che non sognava di diventare principessa.

Nell’andare col ricordo a quegli anni non posso fare a meno di parlare dei miei nonni materni, perché hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia crescita culturale. Sin da piccola mi hanno nutrita con narrazioni di loro vita vissuta negli anni del fascismo e poi nella Resistenza. Mio nonno Vitalino, ex vice-comandante garibaldino di una divisione della Brigata Rosselli in Val Gerola e mia nonna Emma, sua fida compagna e militante dell’UDI: questi erano i miei nonni. Con un passato così alle spalle avevano un bel po’ di materiale didattico fra le mani…

Se penso ai primi anni ’70 vedo una ragazza ingenua e timida, ma nello stesso tempo alla ricerca di una propria dimensione al di là del solito modello di moglie/madre. Io sognavo di andarmene lontano da qui, da una città grigia e bigotta. Non era fuga dalla famiglia ma bisogno di indipendenza perché i miei genitori, pur nei loro limiti, erano genitori al passo coi tempi. Io, fortunatamente, non ho vissuto l’oppressione di una famiglia borghese o subito l’ignoranza di una madre contadina bigotta.

Fu quindi quasi automatico per me aderire, una volta arrivata alle scuole superiori, ai movimenti dei primi anni ’70. Devo dire che il passaggio III media – Ragioneria fu per me traumatico (correva l’anno 1973). Io amavo la letteratura e l’arte e desideravo fare il Liceo Classico (come consigliato dai miei insegnanti), ma dovetti piegarmi ai voleri di mia madre che mi iscrisse all’Istituto Tecnico Commerciale “A. De Simoni”. Allora le famiglie operaie desideravano un figlio/a ragioniere perché ciò rappresentava un salto di classe e perché i loro figli non dovessero fare la loro stessa vita di sacrifici. Inoltre per una figlia di operai con prole numerosa (2 femmine e 2 maschi) era veramente difficile approdare agli studi universitari. Strinsi quindi i denti e terminai con successo i 5 anni, con l’idea fissa di continuare gli studi e di poter iscrivermi all’Università seguendo i miei interessi.

Dei primi anni ’70 mi ricordo le discussioni in casa in merito al referendum sul divorzio. Eravamo tutti a favore; unica voce “contro” era quella di mia zia Emilia, nota bigotta democristiana. Rammento un pomeriggio in cui mia nonna Emma, dopo aver ascoltato la filippica dell’indignata parente, la apostrofò con un sonoro ” Ma lei, Emilia è proprio un’ignorante!” Da allora non si parlarono più. Anni dopo seguì il dibattito sulla L.194 e tutte le donne della mia famiglia si dichiararono favorevoli al mantenimento della legge; gli uomini le seguirono.

Anche nella piccola Sondrio le donne morivano per le conseguenze di un aborto clandestino. Erano ovviamente le donne del “popolo” perché le figlie della Sondrio “bene” andavano a Londra presso cliniche costose. Ricordo la morte della sorella di una mia ex compagna delle elementari….troppo giovane per morire!

Fondamentale per me (sempre nel periodo fine anni ’60) fu l’educazione laica che ricevetti in famiglia. Purtroppo dovetti subire, perché obbligatoria in quegli anni l’insegnamento della religione cattolica e anche i cosiddetti “sacramenti” erano un obbligo tanta era la pressione sociale per costringere le famiglie a sottostare a questo rituale. A parte questo intervallo (che m’ha lasciato indelebile il “senso di colpa”, incuneato in qualche anfratto mentale e che purtroppo se ne esce ogni tanto) non ho più avuto a che fare con la religione cattolica se non con la richiesta (accolta) di “sbattezzo”. Ritengo la coerenza una dote necessaria per chiunque si definisca non credente. In questa mia formazione laica giocò un ruolo fondamentale la nonna Emma che, nel narrarmi la sua infanzia (orfana – ruota degli esposti – collegio suore) inseriva sempre una critica alla morale cattolica e a tutto quel mondo che lei definiva “schifoso” (orge preti/suore e pedofilia) e che si collocava in luoghi ben precisi: palazzo Malacrida a Morbegno con la leggenda di passaggi sotterranei segreti che univano i conventi. Anche il resto del “parentado” si teneva distante dalla chiesa. Nessuno in famiglia ha mai detto a noi figli/e: “andate a messa”; e quando, anni dopo, ci siamo sposati e divorziati, nessuno ha fatto drammi o sceneggiate.

Ho dei gran bei ricordi del periodo ’73-’78: l’impegno politico, le belle amicizie fra compagne di classe, i primi viaggi, il primo ragazzo… Appartengono a quegli anni le belle manifestazioni studentesche in città, era il periodo dei Decreti Delegati, dei picchettaggi e dei volantinaggi davanti al portone di Ragioneria (dove adesso c’è l’entrata del tribunale). In quegli anni il Centro Rosselli accoglieva noi ragazzi/e reduci dai cortei cittadini ed in quelle riunioni io mi sentivo viva, parte della storia. In quel periodo militavo nel Movimento Studentesco, più per caso che per scelta. Le amicizie mi portarono lì, ma ricordo anche i compagni/e di AO ed ora rido ripensando al conflitto stalinisti/trotszchisti.

Allora per le ragazze non c’erano molte occasioni di crescita ed affermazione all’interno del MS. Noi eravamo gli “angeli del ciclostile”. Ricordo pomeriggi freddi e umidi nella sede in Scarpatetti. Io, mia sorella ed un paio di altre coetanee eravamo ragazze timide ma nel contempo curiose e coraggiose. Fu con questo spirito che una sera dell’estate 1974 andammo alla festa di AO dove, per la prima volta, assistemmo ad un concerto, quello di Finardi.

Esiste una colonna sonora di quegli anni, ed anche oltre. La musica è sempre stata per me un legame con il mondo e coi tempi. Non solo si ascoltavano LP, ma parecchi erano quelli che suonavano uno strumento. Io, che provenivo da una famiglia in cui mamma e nonna cantavano brani di opere e operette e dove vari componenti sapevano suonare, mi vidi circondata da fratello, fidanzato e amici che passavano interi pomeriggi a “provare” le cover dei gruppi amati. Tutto ciò si svolgeva nei “localini” di Sondrio vecchia. Con poco si affittavano in nero solai e cantine o stanze cadenti poi ristrutturate con pezzi di moquette e cartoni delle uova (famosi i locali Lainati dietro la galleria Campello). Lo spazio era condiviso fra amici e coppiette desiderose di privacy.

Negli anni dell’impegno politico mi avvicinai idealmente al femminismo, anche se non ne fui protagonista attiva. Leggevo Dalla parte delle bambine e sognavo la mia indipendenza, il poter uscire dalla casa dei genitori e andare da sola per il mondo…Nel frattempo arrivavano gli echi dei cortei femministi nelle principali città; il mio slogan preferito era ed è “Né puttane né madonne, semplicemente donne!” Ma quelle donne che occupavano case per farne ambulatori e centri d’ascolto non le trovai qui in Valtellina. Sembra assurdo, ma in una città piccola come Sondrio non riuscii a intercettare le femministe.

Mi staccai dal MS nel ’77, sull’onda di Bologna e degli “indiani metropolitani”. L’organizzazione politica mi stava troppo stretta, la demonizzazione delle “canne”, l’esaltazione della cultura del vino, le chiacchiere da osteria fra compagni maschi, Guccini e i cantautori tristi non volevo facessero più parte della mia vita.

Era il ’78: esplose il Punk ed io volevo andare a Londra. Amici partirono per l’Inghilterra e fecero ritorno ricchi di racconti di case occupate ( gli squatters ), di musica e nuovi colori. The Clash, Sex Pistols, Ramones e poi verso il Dark più oscuro dei Joy Division…ma anche la voglia di ballare con i Talking Heads e la scoperta delle nuove sonorità di Brian Eno.

Oltre alla musica, in quegli anni giravano un sacco di fumetti “d’autore”. Dal politically correct della rivista “Linus” passai alla satira graffiante de “Il Male” ed alla creatività dissacrante di “Frigidaire”. Il grande e rimpianto Andrea Pazienza ha rappresentato attraverso le sue strisce la mia generazione.

Dopo la maturità (1978) non mi presentai ad un colloquio per un posto di lavoro in Banca Popolare perché non volevo fare la fine del servo del sistema bancario. Come cantava allora Venditti: “compagno di scuola, compagno di niente, ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?”. Non mi sono mai pentita di questa scelta.

Nel frattempo scorrevano gli “anni di piombo”. Io non riuscivo né a condannare né ad appoggiare le azioni delle BR. Semplicemente non capivo bene quel che stava succedendo. Solo quando uccisero il sindacalista Rossa presi una posizione di decisa condanna della lotta armata.

Luogo simbolo del decennio ’70 a Sondrio è certamente la “piazza”. In realtà non tutta piazza Garibaldi, ma quel percorso che va dalla pasticceria Milanese (ritrovo di gente di sinistra) ed il Bar Mokino (misto di compagni, freacks e piccoli delinquenti) e che vide passare tanta gente proveniente anche da altre parti d’Italia. Sembra strano pensare ora a una Sondrio così; eppure anche questa piccola città sonnacchiosa ha avuto i suoi momenti d’oro. Noi frequentatori della piazza eravamo in contatto così con il resto del mondo e con ciò che stava succedendo. Ecco perché nel ’76 furono in tanti a scendere dalla valle a Milano per il Festival del parco Lambro. Io non partecipai a quell’evento, ma lo conobbi tramite i racconti di amici e principalmente tramite la testimonianza diretta di mia sorella, più coraggiosa e spavalda di me, che ero rimasta qui titubante.

Purtroppo fra noi ragazzi/e si mischiavano anche personaggi che poco avevano di alternativo alla cultura borghese e che non avevano nessun rispetto per il genere femminile. Mi ricordo uomini più grandi di noi che sfruttavano le loro compagne. In poche parole le mandavano a “battere” per mantenere i loro vizi o semplicemente per non faticare. Allora a Sondrio tutto ciò era alla luce del sole; non come ora che tutto è nascosto negli appartamenti e nei centri massaggio cinesi in città. Ricordo anche tristi figure femminili che per scelta loro si facevano imprenditrici di se stesse e ne facevano uno stile di vita. Questo mito della puttana alternativa non mi ha mai convinta, anche perché la cultura femminista a cui faccio riferimento è quella che si esprime per l’abolizione della prostituzione. Fra i vari frequentatori della piazza c’erano alcuni “tossici” violenti dei quali ricordo di aver avuto paura in qualche occasione.

Come ho scritto, in mezzo a queste persone c’eravamo noi ragazze e ragazzi, c’era chi era stato in giro per il mondo, chi era tornato dall’India, chi lavorava già all’estero nei cantieri, c’erano gli amici che da altre città ci venivano a trovare. C’erano le “sostanze” che giravano, poche in realtà rispetto a quelle che girano oggi.

Ma non voglio parlare di sballi e di cultura alternativa, anche perché rischierei di mitizzare ciò che mito non è oppure di demonizzare le sostanze che si usavano in quegli anni… Tanto c’è da dire anche sull’uso dell’alcool in questa valle, soprattutto fra compagni reduci dal ’68.

Quel mondo colorato che noi ragazzi avevamo sognato ci cadde addosso nella sua realtà più cruda: gli attentati, la polizia sempre più presente nella piazza, ma soprattutto l’invasione delle droghe pesanti che, come un decennio prima negli USA, stroncò definitivamente quel che c’era di bello nella mia generazione, eravamo la generazione del “no future for me”. La maggior parte dei ragazzi della piazza si è persa, molti sono morti. L’eroina ha lasciato molte vittime sul campo.

Numerosi i viaggi con gli amici verso la fine degli anni ’70 e oltre. Tanti i concerti visti; allora si riusciva a “sfondare” e a non pagare il biglietto. (Santana, Bob Marley, Lou Reed, Patty Smith …..)

Pur di non rimanere in Valtellina (ormai troppo stretta) partivo anche senza soldi, in autostop con l’amica del cuore o con intere compagnie. L’avventura in 7 in Sicilia meriterebbe un racconto a parte, anche perché in quegli anni la Sicilia era veramente un altro mondo.

Rammento che, dopo il festival del parco Lambro, ci fu quello di Guello (CO), brutta fotocopia del precedente e segno della decadenza totale del movimento giovanile. In molti scendemmo anche questa volta dalla valle e ricordo un’atmosfera psichedelica, il tipo che distribuiva fra la gente l’LSD. Poi, dopo anni, ho pensato che quel ritrovo sui monti lariani segnò la fine di tutte le illusioni.

Poi arrivarono gli anni ’80, la New Wave inglese ed altre cose; ci vorrebbe un capitolo a parte.

In questo esercizio di memoria ho cercato di raccontare il tutto con un occhio critico perché sono convinta che il semplice narrare in forma romanzesca la propria vita sia sterile esercizio di bella scrittura.

Quegli anni furono densi di vita, di esperienze negative e positive che mi hanno portata a concludere che, come gli operai non hanno governi amici, così anche le donne sono sole nella battaglia per i loro diritti.