Pierluigi

Autobiografia di un “Sessantottino” di seconda fila

 

La fanciullezza

Sono nato a Tresenda nel giugno 1950: a casa, naturalmente, e probabilmente sul tavolo della cucina, perché quello era il luogo ove si nasceva, in quei tempi, nei paesi della nostra Valle. Non “si scomodavano”, allora, né i medici né gli ospedali per una cosa normale come il venire al mondo. Se per la nascita dei vitellini prestava aiuto il veterinario del paese, le donne avevano accanto, prima e nel momento del parto, “la levatrice”, una donna che aveva certamente più esperienza che scienza, ma godeva della assoluta fiducia delle partorienti. Naturalmente, almeno in questo, le cose van meglio oggi, ma allora andavano così.

Abitavamo in una casa di proprietà, ma senza “i servizi” in casa e il riscaldamento centralizzato, ma allora le case dei più erano così. Stavano meglio in paese, da questo punto di vista, le famiglie di qualche commerciante e professionista e quelle, certamente non benestanti, ospitate però nelle case del Piano Fanfani (Ina-casa).

Nonostante ciò la mia famiglia viveva dignitosamente per via dello stipendio fisso, da “collocatore” statale, che percepiva mio padre a cui si aggiungeva una discreta pensione di guerra che gli era stata riconosciuta per la grave invalidità riportata durante i due anni di prigionia in Germania.

Io sono figlio unico, ma il buon cuore dei ‘miei’ ha fatto in modo di “allevare” per lunghi periodi (in un caso fino al matrimonio) cugine e cugini che si trovavano in difficoltà a causa di lutti o spiacevoli vicende accadute nelle loro famiglie.

Dicevo che mio padre, Fausto, era stato prigioniero in Germania. Lo avevano preso dopo l’8 settembre, non più di una settimana dopo essere stato arruolato, e lo avevano deportato in un lager nei pressi di Lipsia. Nel lager “festeggiò” (si fa per dire!) i 19 e i 20 anni, a cui erano seguiti altri due anni di sanatorio, presso l’Alpina di Prasomaso, perché la dura esperienza di prigionia gli aveva gravemente compromesso i polmoni. A Prasomaso, durante il ricovero, conobbe e poi sposò mia madre, Lucia, che lavorava lì da poco tempo dopo aver passato la sua fanciullezza “a servizio” presso le famiglie di alcuni “signori” di Milano e di Sondrio, della serie: quando le filippine (e le badanti) eravamo noi ! Mi trovo così a essere, in qualche modo, un figlio della guerra, o perlomeno dei suoi lasciti umani e sociali.

La famiglia e la politica

Mio padre, almeno da quando incominciai a interessarmi vagamente di politica, intorno ai 17 anni, votava comunista, pur non essendo iscritto al partito. Prima era stato socialista e prima ancora socialdemocratico.

Spiegava i suoi cambiamenti politici con un curioso ragionamento che adesso non mi pare più assurdo come mi pareva allora. Diceva : “ io l’ho sempre pensata allo stesso modo, sono stati i partiti che hanno cambiato le loro posizioni originarie”.

Mia madre dipendeva in toto dalle opinioni di mio padre e credo, quindi, che votasse comunista anche lei, pur essendo molto religiosa e inducendomi a frequentar la chiesa a ogni suono di campana. Di certo entrambi votarono, nei rispettivi Referendum, a favore del divorzio (1974) e a favore dell’interruzione della gravidanza (1978).

Essendo stato, mio padre, in campo di concentramento, l’antifascismo l’ho sempre “mangiato a tavola”, insieme alla pastasciutta e alla minestra nel senso che, quando i radiogiornali e più tardi i telegiornali davano notizie di carattere politico, il commento di mio padre sui fascisti lasciava il segno, ed era un segno di disprezzo feroce.

Nei confronti dei tedeschi il disprezzo si tramutava in odio, ma in verità disprezzava anche i polacchi perché nel suo lager, a suo dire, erano i più disposti a collaborare con i tedeschi.

Ce l’aveva pure con gli americani che, pure, lo avevano liberato. Me ne resi conto durante la crisi dei “missili di Cuba” del 1962, quando si giunse alla concreta possibilità di innescare un nuovo conflitto mondiale.

In proposito mio padre non aveva dubbio alcuno sul dove stessero i torti e le ragioni e la grande paura di quella possibile guerra è il primo ricordo “politico” che mi si è fissato in mente: avevo 12 anni.

Mio padre, però, non parlava mai della sua prigionia e quando entrò in casa la televisione, ricordo che non guardava mai i film che narravano dei lager.

Capii più tardi, quando negli ultimi anni della sua vita mi raccontò le sue vicende di prigionia, che quei film (come pure il suono delle sirene dei “campi”) gli riaprivano ferite interiori mai del tutto rimarginate.

La scuola e il Collegio

Nonostante fosse di idee politicamente aperte, Fausto era invece decisamente severo in campo educativo, specie per quanto riguardava gli studi che in verità non erano, allora,  proprio in cima ai miei pensieri.

Dopo aver frequentato le scuole elementari in paese frequentai parte delle medie a Sondrio (l’anno scolastico 1961-62 ). Nel 1961 le medie erano ancora locate dietro al Convitto: ricordo i pavimenti di legno sconnessi e le aule fatiscenti.

Si andava a Sondrio in treno e poi, attraversando Scarpatetti, si imboccava la lunga gradinata all’altezza della cappelletta della “Madonna dell’uva”.

Le chiassose compagnie del treno, l’incontro con ragazzi e ragazze di altri paesi con cui si faceva il viaggio insieme, erano distrazioni non da poco per un timido (lo ero per davvero) ragazzino che “divorava” letteralmente i libri di Salgari (me li regalavano le zie, cameriere a Lecco), ma si limitava a sbocconcellare i testi scolastici.

Per farla breve in seconda media mi bocciarono a settembre, esami a cui mi avevano rimandato per recuperare latino e matematica. La mia previsione: non mi bocceranno mica a settembre? quella volta non si avverrò!

La reazione di mio padre fu quella di spedirmi in collegio a Milano: il Collegio S. Pio X , dove c’erano già molti ragazzi valtellinesi provenienti da famiglie più povere della mia e che si trovava all’interno di una Fondazione destinata a lavoratori-studenti.

Il nome del papa restauratore (Pio X) non era stato scelto a caso e in quel collegio, dove gli educatori erano quasi tutti “preti mancati” ( nel senso che, per diversi motivi, non avevano conseguito il sacerdozio), imperavano la severità e l’obbligo di partecipare ai riti religiosi, che erano quotidiani. In più, a inizio e alla fine di ogni attività (studio, lezioni, ricreazione, pasti), era d’obbligo recitare una breve preghiera. Non tutti i miei compagni di collegio la pensano come me, ma io ho sempre pensato che fossimo sottoposti a una sorta d’ insistente “lavaggio del cervello”.

Si sa che i ragazzini, in genere, “si piegano” anche per trarne opportunistici interessi, eppure quella situazione mi fece accumulare una rabbia repressa, che si manifesterà più tardi.

Lì, comunque, terminai le medie (lo studio era rigorosissimo e l’insegnamento, almeno in alcune materie, di grande qualità) sostenendo l’esame statale esterno perché la scuola non era riconosciuta.

Dopo le medie era d’obbligo frequentare le superiori nelle scuole fuori del Collegio, a Milano o nelle cittadine della cerchia milanese.

Non starò a spiegare il perché, ma io, con nessuna idea di cosa intendevo fare “da grande” frequentai quasi tutte le scuole “del regno” nel senso che frequentai, senza concluderli, diversi indirizzi scolastici (da un Istituto per Periti Chimici al Ginnasio, per intenderci), accumulando così un notevole “ritardo scolastico” che solo in parte colmai sostenendo, da “privatista”, gli esami di ammissione alla seconda Magistrale.

La “Magistrali” di Sondrio

Ventura volle, a quel punto, che il Collegio chiudesse (mai se n’è saputo il motivo) e io mi ritrovai a Sondrio, a frequentare la seconda classe dell’Istituto Magistrale Lena Perpenti.

Mi ci ritrovai con la voglia di ubriacarmi delle libertà negatemi in Collegio che significavano: la musica beat e rock, i capelli lunghi, il vestire trasandato unito a un ribellismo assunto quasi a metodo, probabile frutto delle limitazioni avute in collegio. A questo si aggiunga la scoperta dell’altra metà del cielo, che trovai subito di maggiore interesse della mia metà.

Il tutto, ancora una volta, rischiava di avveniva a danno del profitto scolastico. Ebbi però la ventura (chiamiamola pure fortuna) di incrociare il professor Alfredo Tavolaro, allora Preside delle Magistrali, un preside rigoroso e severo, ma di grande sensibilità e umanità.

Fu lui a capire che c’era qualche cosa che non andava nei miei percorsi scolastici. Avevo ottimi profitti nelle materie in cui “mi prendevo” con gli insegnati e pessimi nelle altre.

Quando mi convocò nel suo studio per un inaspettato colloquio mi disse che il tempo che si dedicava, nelle riunioni dei professori e durante gli scrutini, a esaminare il mio caso era quasi pari a quello impiegato per valutare il resto dei miei compagni di classe e questo perché gli insegnanti davano, su di me, giudizi tra loro molto discordi.

Mi propose di recuperare un anno sostenendo, da “privatista” un esame integrativo. Accettai anche grazie allo stimolo che mi diedero alcuni insegnati “ amici ”.

In particolare si mise letteralmente e gratuitamente a mia disposizione l’intera famiglia Bocchio, verso cui ho un grande debito morale. Nei ritagli delle ripetizioni, poi, parlavo dell’importanza che avevano in Valtellina le cooperative agricole e le latterie turnarie con papà Bocchio, un socialista integerrimo e concreto che forse non aveva approfondito i sacri testi del marxismo, ma di certo conosceva i bisogni dei contadini valtellinesi e il modo per risolverli.

Il ‘glorioso’ superamento dell’esame integrativo determinò un cambio di sezione ed è per questo che faccio fatica a collocare esattamente alcuni piccoli episodi di cui, adesso, intendo parlare per dare un piccolo contributo al lavoro che si sta facendo sul come è stato vissuto il ’68 in provincia.

Gli albori del ’68 alle Magistrali

Il primo sciopero studentesco che si tenne a Sondrio avvenne forse verso la fine del 1967 o l’inizio del ‘68 e aveva come scopo quello di sollecitare il comune di Sondrio a realizzare una piscina coperta.

In verità ai ragazzi che provenivano dai paesi, come me, la piscina di Sondrio interessava poco o nulla, ma l’idea di scioperare e, per chi aveva già un embrione di coscienza politica, di unire in un’unica protesta tutti gli istituti scolastici di Sondrio era affascinante.

Ricordo che avemmo subito la sensazione che i promotori dello sciopero fossero giovani elementi del Movimento Sociale Italiano (che aveva la sua proiezione sportiva nella associazione “Fiamma”) e di questo ne parlai con Giacomo (era un po’ il leader del momento anche se non ne ricordo il cognome) e con altri, per stabilire se era il caso di aderire. Finimmo poi con l’aderire, fiduciosi di saper caratterizzare in modo “alternativo” (è una parola chiave del ’68) l’iniziativa di lotta.

Il corteo fu davvero molto partecipato, ma si concluse al “Balilla”, come avevano programmato i promotori della manifestazione. Mi pare di ricordare che solo un esiguo gruppetto di studenti, non più di una ventina, proseguì il percorso e lo concluse in piazza Garibaldi, sotto la statua dell’eroe dei due mondi, dove credevamo di portare l’intero corteo.

Di certo, già allora, a 17 anni o poco più, avevo una visione delle cose e del mondo, “di sinistra”, un pensiero certamente più radicale della sinistra istituzionale: Pci, Psi e Psiup, anche se verso quest’ultima compagine avevo una certa simpatia perché era un partito “nuovo” e nato in contrasto alla decisione socialista di formare il primo centro sinistra con la Dc e vedevo la Dc come il partito delle corruttele, dei bigotti, delle mafie e della conservazione.

Fu in quel periodo che le mie letture si orientarono a conoscere i classici del pensiero marxista, il che, ai tempi, era sinonimo di leggere le pubblicazioni della casa editrice Samonà e Savelli, che aveva alle spalle il sostegno di Gian Giacomo Feltrinelli e si collocavano (forse) lungo il filone troskista del pensiero marxista. Forse da quelle letture è maturato il mio antistalinismo.

Non ho però mai letto “Il Capitale”.

Anche nei testi di approfondimento delle materie scolastiche cercavo letture decisamente “atipiche” e alternative, non saprei francamente dire, oggi, se per un sincero interesse alla diversa visione delle cose contenute in quei libri o per avere argomenti per recitare meglio, nelle discussioni, il ruolo del “ bastian contrario”, cosa che mi affascinava non poco.

Da qui la lettura dei due manuali di storia: “Proletari senza Rivoluzione” di Enzo Del Carria (storico della sinistra extraparlamentare destinato, poi, a diventare leghista) e alcuni libri di pedagogia di Anton Semenovyc Makarenko (la sua pedagogia aveva come fine l’educazione del collettivo e del cittadino comunista) e del pedagogista e psicologo argentino Annibal Ponce nel cui principale libro “Educazione e lotta di classe” analizza il modo in cui la struttura socio-economica capitalista ha determinato i modelli educativi dominanti in ogni epoca.

A questo aggiungo la lettura di qualche pagina di Marcuse (che non capivo) e l’agevole Storia della Filosofia di Bertrand Russel.

Sulle letture di narrativa, oltre a Sartre, ero invece molto meno “militante” e persino banale: preferivo Silone, Fenoglio, Cassola, Pratolini. Forse per questo (o per carattere) il mio sentire politico è sempre stato influenzato, più che dal marxismo scientifico, da quella sorta di umanesimo socialista che aveva contraddistinto, al suo nascere, il socialismo italiano.

Ma torniamo alle Magistrali.

Prima della storica “occupazione” dell’istituto, nel 1971, a cui non partecipai perché già “uscito”, furono da lì che vennero i primi timidi segnali del ’68 valtellinese e avvennero (se la memoria non mi inganna) tra la fine del ’68 e il 1969.

Intendiamoci, si tratta di piccoli episodi o semplici atteggiamenti caratterizzati da uno spontaneismo individuale e disorganizzato eppure, a ben pensarci, qualche cosa dei temi del ’68, che nei grandi centri già avevano portato in piazza grandi masse di studenti, erano entrati nei nostri animi e poterono in qualche modo maturare perché nelle sezioni dove mi venni a trovare (III e IV B ) vi erano dei giovani insegnanti che non “chiudevano la porta” alle istanze di rinnovamento che venivano poste dagli studenti.

Uno per tutti fu il professor Luigi Fioravanti, già allora indignato per le ingiustizie del mondo.

Fioravanti “apriva” alle richieste di discussione e ricordo diverse proficue chiacchierate, durante l’orario delle lezioni, su materie di attualità o argomenti di storia non trattati dai testi; ricordo in particolare una discussione ( chissà poi da cosa provocata) sul pensiero politico di Bakunin.

Parlammo anche, su mia richiesta (lo preciserò tra un po’) della situazione degli stabilimenti Fossati di Sondrio.

Per permetterci e permettersi queste deroghe dai programmi scolastici il professor Fioravanti ci consegnava, poi, delle brevi tesine, scritte da lui stesso allo scopo di farci recuperare gli argomenti del programma scolastico non sufficientemente approfonditi.

Nella testimonianza che ha fornito per questa ricerca e che ho avuto la possibilità di leggere, il professor Fioravanti (che godeva della nostra piena stima e che le altre classi ci invidiavano) non pare aver pienamente presente il ruolo fondamentale che ebbe nella formazione della nostra (sicuramente della mia) sensibilità politica e sociale ed è bene che glie lo si riconosca.

Ricordo però anche che, in un piccolo gruppo che la memoria non mi aiuta a identificare, ottenemmo dal professor Mario Garbellini (allora giovane professore di filosofia, pedagogia e psicologia, di dichiarata militanza politica democristiana) di autogestirci alcune “sue ore” mentre il resto dei compagni e il professore stesso, era in gita scolastica (ma forse si trattava di una “settimana bianca”).

Lavorammo (in questo credo che la memoria mi sostenga) nell’elaborare una tesina su Aristide Gabelli, un pedagogista positivista della seconda metà del secolo che aveva ispirato la Legge di riforma scolastica ‘laica’ di Michele Coppino.

Lavorammo sodo per davvero, ma ne uscì (facendo torto allo stesso Gabelli) un pamphlet di forte stampo anticlericale (prima dell’unità d’Italia la scuola era comunale e largamente influenzata dal pensiero cattolico) che non fu affatto ben accetto dal prof. Garbellini che ci riconobbe, però, l’impegno che avevamo profuso nella ricerca.

Da questi frammenti di ricordi che escono dalle nebbie del tempo (non sempre supportati dall’analogo ricordo dei miei compagni di classe di allora) forse si intravedono alcuni dei grossi temi posti dal “primo” ’68: l’apertura della scuola alla società e all’attualità, una riforma dei programmi che prevedesse, in letteratura, lo studio degli autori moderni e non solo dei classici e programmi di storia che affrontassero anche le vicende del ‘900.

Non erano però, queste, richieste organiche e soprattutto non erano ancora, in quei tempi, espressione di un gruppo organizzato. Tutto avveniva in modo frammentario, spontaneistico e al massimo, coinvolgeva alcune classi, non l’Istituto nel suo complesso, come sarebbe avvenuto successivamente (e l’occupazione ne è la conferma).

Un mio compagno di classe, Pietro Gaburri di Piateda, ricorda anche (lui ricorda poco degli episodi precedenti e io non ricordo questo: poveri vecchi!) che giungemmo anche a contestare, non facendola entrare in aula, una supplente di filosofia che “faceva lezione” semplicemente leggendoci, in classe, il testo che avevamo in dotazione.

Altro tema sentito come esigenza (ma che in quel periodo non diventò rivendicazione) era quello di dotare l’Istituto di un Regolamento che normasse il rapporto tra studenti e insegnanti e le modalità di svolgimento delle assemblee.

Le idee che ricordo non andavano, però, più in là del chiedere parità di diritti tra studenti e insegnanti sul diritto o meno di fumare in classe e la richiesta che fossero gli studenti ad autogestirsi le assemblee: gli insegnanti avrebbero dovuto essere ‘ospiti’ a cui non era garantito il diritto di parola.

Il Regolamento verrà proposto e definito un paio d’anni dopo per iniziativa del Preside Tavolaro, anche se mi risulta che fosse poi contestato dagli studenti.

Delle Assemblee che tenemmo nel primo periodo di cui sto parlando, ricordo un vociare confuso e la disputa (non manifesta) per guadagnarsi sul campo il ruolo di leader del movimento. Un po’ poco, ma con il tempo le cose migliorarono.

C’era indubbiamente dall’inizio, nei nostri atteggiamenti, una contestazione della scuola così com’era e delle sue gerarchie. Era un embrione di contestazione dell’ “autorità costituita” che sarà il filone portante del ’68 in tutti gli ambiti della società? Probabilmente sì.

Di certo entrambi i problemi (la didattica innovativa e il ruolo degli studenti nella scuola e nel processo formativo) verranno affinati e verranno a maturazione negli anni successivi e saranno i motivi centrali dell’occupazione dell’Istituto nel 1971 e anche del successivo estendersi della contestazione ad altri istituti di Sondrio, l’Itis e i Licei, ad esempio.

Più tardi verranno sperimentati alle Magistrali anche i corsi di recupero sostitutivi degli esami di riparazione. Avvenne per iniziativa del prof. Tavolaro, iniziativa che gli costò l’incarico di Preside nel contesto di una pesante restaurazione che cercò di reprimere il movimento degli studenti e di emarginare i professori maggiormente progressisti e consapevoli della necessità di un profondo processo di ammodernamento della scuola.

Nonostante che a Sondrio la contestazione studentesca non fosse mai degenerata in episodi disdicevoli o violenti, la risposta alla richiesta di rinnovamento che veniva dalla grande maggioranza degli studenti e da una parte dei docenti trovò sempre risposte di chiusura e atteggiamenti burocratici e “borbonici” dal Provveditorato agli Studi di Sondrio.

La sospensione di Francesca

Fra i tanti “ mi pare, non ricordo ”, di un episodio della fine dell’ inizio ‘69 è invece rimasta (salvo alcuni dettagli) una memoria collettiva tra gli studenti della sezione B delle Magistrali: la sospensione (per 2 o 3 giorni?) di Francesca Ronconi.

Nel clima di contestazione della scuola Francesca ritenne, a un certo punto, di dare un “plastico” e tangibile segno del nostro disagio e del nostro malcontento scrivendo sulla lavagna: “Questa è una scuola di merda”.

Ancora oggi non mi spiego (se non in un clima di intimidazione che veniva suggerito dall’alto delle gerarchie scolastiche) come poté avvenire che, a seguito di una protesta forse non elegante, ma certamente innocua, Francesca fosse sospesa dalla scuola.

La risposta fu, comunque, pressoché compatta.

Il prima giorno di sospensione di Francesca l’intera classe non entrò in istituto, ma si attestò sul marciapiede di fronte esponendo un manifesto scritto a mano (allora quei manifesti di denuncia li chiamavamo “Tazebao”, italianizzazione del cinese Dazibao) che, grosso modo, diceva : se Francesca è stata sospesa perché ha usato la parola “merda” si sappia che a pagina ‘tot’ (indicando la pagina di un Vocabolario) il termine è compreso tra le parole italiane; se invece è stata sospesa per il merito di quanto ha scritto, sappiate che quel merito lo condividiamo tutti!

E su quel marciapiede “mimammo” la scuola che avremmo voluto, mettendo in scena la “lettura collettiva del giornale”, a significare la necessità di una scuola che si aprisse ai temi della contemporaneità.

Dopo alcune ore mi mandò a chiamare il preside Tavolaro (già ho raccontato la circostanza in cui lo conobbi), ma non ricordo chi ci fosse d’altri con me. Nella severità dell’atteggiamento palesato mi è rimasta, forte, l’impressione che in verità il prof. Tavolaro fosse persino divertito della cosa.

Ci richiamò a un modo più urbano di manifestare il nostro dissenso, apprezzò il fatto che non ci eravamo limitati ad “andarcene a spasso” per la città e che ci eravamo assunti come collettiva, la “colpa” di un singolo e, per questo, … ci considerò tutti “autosospesi” per quel giorno.

Il giorno dopo saremmo rientrati tutti in classe, Francesca compresa, con l’assicurazione che l’episodio, per lei e per noi tutti, non avrebbe lasciato strascichi di sorta: così avvenne!

Ragionando oggi, con la testa di allora, non era probabilmente da considerarsi una grande “vittoria”, visto che la protesta era stata interpretata come una autopunizione collettiva, eppure ricordo che eravamo soddisfatti di aver potuto “dire la nostra”.

Al suo nascere, in fondo, il ’68 ridotto ai minimi termini, fu la legittima richiesta di “dire la propria” (ed essere ascoltati) in ogni ambito della società e, almeno in questo, quel clima di contestazione che chiamava alla ribalta soggetti collettivi e dava loro il coraggio di prendere la parola e rivendicare diritti, contribuì certamente a far fare un salto di qualità alla nostra ancor giovane democrazia.

Il movimento e le lotte operaie

La prima partecipazione degli studenti a uno sciopero operaio avvenne il 16 Novembre 1968.

Ce ne dà conto “ L’Informatore della Camera del Lavoro di Sondrio” n. 7 del Novembre 1968, che riporta integralmente il Volantino diffuso dagli studenti, nelle scuole e davanti agli stabilimenti, qualche giorno prima dello sciopero.

Il volantino studentesco, tra l’ingenuo e l’ideologico non manca però di testimoniare una discreta conoscenza della situazione dello stabilimento Fossati, la fabbrica per antonomasia nell’immaginario dei valtellinesi.

Nel pubblicare il volantino, il giornale sindacale lo fece precedere da una nota di positivo commento che riconosceva la crescita, dentro le scuole, di uno specifico movimento degli studenti e definiva una “gradevole novità” l’aver trovato fuori dalle aziende, gruppi di studenti “non solamente universitari”, che solidarizzavano con gli operai, una novità che “si auspica abbia un seguito anche nella possibilità di elaborazione comune di problemi economici e sociali”.

La nota della Cgil andava oltre, azzardando anche un’analisi per delineare un possibile terreno di incontro tra operai e studenti.

Diceva quello scritto: “ In questi ultimi tempi i giovani studenti hanno creato un vasto movimento rivendicativo con una identità di vedute, con una medesima visione dei problemi sociali che pongono la futura classe dirigente italiana a un più diretto contatto con la volontà rivendicativa dello stesso mondo operaio e sindacale. I giovani sono tutti concordi nel condannare i vecchi e superati sistemi, purtroppo ancora esistenti, e auspicare una società migliore. L’esigenza della scuola non consiste tanto nella revisione dei sistemi di insegnamento , che sono sicuramente e certamente antiquati e non più rispondenti alla maturità dei giovani d’oggi, ma nella reale possibilità di creare uomini liberi con piena coscienza delle responsabilità che dovranno affrontare. Ecco che il movimento studentesco posto in questa volontà si ricollega perfettamente a quello operaio che nella rivendicazione pone con forza la esigenza di una vita economica e sociale più adeguata ai tempi, di una reale democrazia, dentro e fuori delle aziende , per un vivere più civile e umano…”.

La pulizia del testo e le argomentazioni usate denotano, a mio avviso, che alla stesura di quella nota collaborò qualcuno che “sapeva di scuola”, probabilmente uno degli insegnanti che avevano deciso di iscriversi alla Cgil e che daranno vita, all’inizio del 1970, al Sindacato Scuola Cgil: uno dei migliori frutti del ’68 valtellinese.

Ecco il testo del Volantino studentesco:

Volantino di adesione allo Sciopero Generale Unitario indetto da Cgil, Cisl, Uil il 16 Novembre 1968 sulla Riforma del Sistema Pensionistico

STUDENTI

Oggi gli operai sono in sciopero per la riforma del sistema pensionistico e previdenziale. Questo è un momento della grande lotta che in tutta Italia la classe operaia porta avanti contro lo sfruttamento padronale che si manifesta nella fabbrica con la intensificazione dei ritmi di lavoro, i salari di fame ( al Fossati gli operai in media guadagnano 55.000 lire al mese), la situazione disumana in cui i lavoratori sono costretti a svolgere il loro lavoro. Questo sfruttamento è strettamente collegato con la pesante oppressione che i detentori del potere esercitano in ogni settore, quindi anche nella scuola.

Nella scuola come nella fabbrica l’individuo non è libero delle proprie scelte, ma è costretto a subire continui controlli e imposizioni. Il problema degli operai è anche il nostro: l’operaio nella fabbrica e lo studente nella scuola devono ancora conquistare l’elementare libertà di decidere le cose che li riguardano direttamente( l’operaio non può decidere come organizzare il proprio lavoro, lo studente come organizzare il proprio studio).

Anche il fossati, l’unica grande fabbrica valtellinese, oggi è in sciopero. Viviamo a contatto con una realtà che il più delle volte non conosciamo. Fino a poco tempo fa era era una grossa fabbrica artigianale che ha rappresentato un forte investimento da parte della borghesia industriale Milanese che poteva sfruttare in Valtellina il basso costo della mano d’opera ed accumulare ingenti capitali che hanno permesso a Fossati di farsi una solida posizione (non a caso è presidente Nazionale cotonieri, grosso azionista del Banco Ambrosiano, della Star, della Standa e della Rinascente).

Con la crisi tessile il Fossati si sta trasformando in una “moderna industria”.

“Moderna industria” significa: maggiori profitti con minori costi, cioè riduzione di personale in massa (400 operai e metà degli impiegati in due anni), aumento dello sfruttamento, peggioramento

delle condizioni di vita in fabbrica. Ma siccome la produzione deve aumentare, quelli che restano devono fare sempre maggiore quantità di lavoro (aumenta il numero di telai per persona, vengono eliminati i tempi morti).

Questa è la situazione con la quale siamo in contatto ogni giorno, ma che la scuola si guarda bene dal farci conoscere. Dobbiamo spezzare lo “ splendido isolamento “ a cui ci costringe la scuola; appoggiamo concretamente la lotta degli operai rompendo l’abituale “routine” di spiegazioni, interrogazioni, voti; portiamo all’interno della scuola la discussione sulla condizione operaia.

Rendiamo vivo e attuale il nostro studio. Oggi non parliamo di “Carlo Magno” ma facciamo un’ analisi concreta di una situazione concreta.


Non ho ricordo di chi pose mano alla stesura di quel volantino e neppure se ho contribuito a redigerlo.

Ricordo invece, come ho anticipato, che le ultime frasi di quel volantino mi indussero a chiedere al professor Fioravanti di discutere in classe della situazione del Fossati; la richiesta fu ben accetta e se ne parlò nel corso di una mattinata in cui io fui chiamato a relazionare sul sistema produttivo esistente in quella fabbrica.

Per aggiornarmi in proposito, entrai per la prima volta alla Camera del Lavoro di Sondrio, allora sita in Via Pio Rajna, e parlai lungamente con il Segretario di allora, Natale Contini, che mi accolse con benevola curiosità. Sarà poi lui, qualche anno dopo, a propormi (ma fino al momento del direttivo non mi aveva detto nulla) come Segretario della categoria dei dipendenti degli Enti Locali della Cgil.

Oltre le Magistrali

Già a quei tempi sentivo forte la necessità di far parte di una organizzazione che facesse politica in senso più compiuto e generale. In fondo quel po’ di contestazione studentesca in cui ero immerso si occupava di temi importanti, ma che riguardavano quasi esclusivamente le aspettative degli studenti. Non a caso anche il volantino prima riportato rappresenterà, per un lungo periodo, un caso a sé.

Si denunciava e deprecava, insomma, la scuola “di classe” , ma si era ben lungi dall’occuparci, almeno allora, dei costi (trasporti, mense, libri, ecc.) che gravavano sulle famiglie operaie che mandavano a studiare i propri figli.

Frequentavo saltuariamente il Circolo Rosselli di pomeriggio (senza auto era raro poterlo fare per partecipare alle conferenze serali), dove gli universitari che frequentavano gli atenei di Milano e Trento e che rientravano in Valle a fine settimana, ci erudivano sullo stato e sulle iniziative del “movimento”.

L’incontro con Giovanni Bettini, che teneva al Rosselli dei piccoli e improvvisati corsi propedeutici a capire quel che si stava muovendo nell’economia e la società, arricchì le mie letture anche con il “Mandellino”, come chiamavamo la riduzione dei due corposi volumi del “ Trattato di economia marxista” di Ernest Mandell.

La breve (per me) suggestione della rivoluzione culturale cinese, probabilmente appresa in quelle sedi e in quegli incontri, mi portò, con Valerio Vir, a cui ero legato da una grande amicizia, in Via Angelo Custode, sede dell’Unione dei Comunisti marxisti-leninisti, che diventerà, poi, Partito Comunista m.l.

Lì non mancavano le bandiere rosse, gli eleganti opuscoli con copertina rossa plastificata che, in prima pagina, riportavano una foto a colori di Mao, protetta da una impalpabile carta velina, come neanche le “ vite dei santi ” potevano permettersi.

Finché si era tra valtellinesi si poteva sopravvivere, ma quando arrivavano a Sondrio “i milanesi” era un susseguirsi di diktat e di richiami alla correttezza della linea.

Ricordo che si alimentava il culto della personalità di Aldo Brandirali (era il Segretario del partito: passerà poi a Comunione e Liberazione, alla Dc e poi ancora a Forza Italia) e ricordo persino che un “dirigente” milanese giunse a cancellarci con un chiodo (o forse lo voleva sola fare), da un disco in vinile che raccoglieva canti proletari e di lotta, il canto “Addio Lugano bella” perché, narrando le vicende degli anarchici espulsi dalla Svizzera, era da considerarsi “fuori linea”.

Diventò subito palese, ai miei occhi, la contraddizione che esisteva tra il combattere l’autoritarismo a scuola e farci imporre regole assurde e calate dall’alto nel partito che avrebbe dovuto guidarci… alla rivoluzione.

Per un po’ io e Valerio stemmo lì a “scuriosare” perplessi, senza iscriverci e senza diffondere, come pure ci era richiesto’ il giornale di indottrinamento del movimento: “Servire il Popolo”, non tardò però molto a dissolversi anche la curiosità. Si tenne a Sondrio (forse nel ’70) una manifestazione promossa dall’Unione: ricordo una sfilata di una cinquantina di manifestanti accompagnati, ai lati della strada, da un più consistente numero di cittadini incuriositi dal fatto.

Io già facevo parte dei curiosi “esterni” e non mi pentii affatto della diserzione dopo aver sentito il buon Giona (al secolo Giorgio De Giorgi) leggere, in piazzale Bertacchi, il “ Programma del Governo rivoluzionario”: un improbabile elenco di roboanti propositi rivoluzionari.

Non credo tornammo più in sede e credo che dopo non molto l’Unione, a Sondrio, chiuse i battenti.

Su altre matrici ideali e presupposti fu poi fondato, da parte di alcuni universitari che frequentavano gli atenei di Milano, prima il “Circolo marxista-leninista” e poi “il Circolo Lenin”, che prendeva a riferimento l’esperienza della milanese Avanguardia Operaia che, nel capoluogo lombardo, aveva una presenza anche nelle maggiori fabbriche, dove si organizzava nei Comitati Unitari di Base (Cub), che volevano essere da forte stimolo (ma spesso l’alternativa) alla presenza sindacale.

Partecipai a qualche riunione del Circolo Lenin.

Le discussioni che lì si facevano non erano certo scevre da quella forte impronta ideologica che caratterizzò tutti i movimenti extra-parlamentari del periodo, ma nello stesso tempo tentava di leggere e occuparsi della realtà locale. Di radice operaista come Avanguardia Operaia, il Circolo Lenin faceva da contraltare soprattutto all’iniziativa sindacale, considerata troppo arrendevole proprio nel momento in cui, invece, era foriera, come vedremo, di indubbie conquiste.

Tra gli esponenti e fondatori del Circolo Lenin vi furono Franco Gianasso (Micio) e Carlo Ruina che, non ho dubbi in proposito, sono da considerarsi i due personaggi (compagni si può ancora dire?) di gran lunga più solidi e politicamente lucidi del ’68 valtellinese perché soprattutto da loro venivano le proposte per l’agire nella concreta e peculiare realtà locale.

La politica Internazionale

Di certo, uno dei lasciti più felici del ’68 fu quello di stimolarci a spingere lo sguardo fuor dei confini del nostro “recinto”. Se questo era accaduto per conoscere la fisionomia che stava assumendo la contestazione studentesca in Francia, negli Stati Uniti, in Germania, ora la maturazione politica che era avvenuta in noi ci spingeva a conoscere e solidarizzare con le grandi lotte di liberazione che avvenivano nel mondo e ad avere, quando ancora il termine globalizzazione non era apparso all’orizzonte, la netta sensazione che quel che succedeva in una parte del mondo si sarebbe riverberato, prima o poi, anche nella nostra realtà.

Innumerevoli le riunioni e le manifestazione di solidarietà nei confronti del popolo Vietnamita, e della lotta di emancipazione dei neri d’America (ma nella sinistra extraparlamentare si citava più Malcom X e Angela Davis che Martin Luter King) e, più tardi, quelle di protesta per il golpe cileno che aveva destituito Salvator Allende.

Credo che molti dei vari spezzoni in cui si articolava la sinistra extra-parlamentare esaltavano il collettivo, ma, nei fatti, proponeva modelli di direzione sostanzialmente leaderistici.

Questo avveniva anche nell’analizzare quanto accadeva nel mondo, che veniva riassunto nell’idolatrare uno specifico leader durante le manifestazioni.

All’immancabile W Marx, W Lenin, seguivano quindi, a seconda delle sensibilità e del momento, i W : Stalin, Mao, Ho Chi Minh, Che Guevara.

I cortei e le manifestazioni tenutesi in Valtellina sono sempre state, invece, molto meno vivaci e “gridate” delegando spesso, al megafono installato sull’auto che precedeva il corteo, il lancio degli slogan e le motivazioni sul perché della protesta.

Strano che possa sembrare, nel mezzo di questi riferimenti rivoluzionari che venivano presi a modello, io leggevo, quasi ad anticipare nei tempi il mio futuro “revisionismo”, anche saggi e articoli sulle esperienze dei paesi socialisti europei che tentavano di sottrarsi alla morsa del socialismo reale sovietico, come l’esperienza Jugoslava di Tito e quella, che ebbe una fine tragica, nell’agosto del 1968, di Alexander Dubcek in Cecoslovacchia.

L’antifascismo

La dura reazione alle lotte operaie e studentesche e la necessità di soffocare un movimento considerato pericoloso per “l’ordine costituito” diede la stura a quella “strategia della tensione” che disseminò l’Italia di stragi, attentati e tentativi di golpe, avvalendosi di gruppi eversivi fascisti e pezzi di servizi segreti deviati.

Il pericolo di un’ involuzione autoritaria venne colto da gran parte dei partiti della sinistra tradizionale e dai movimenti che si collocavano alla sua estrema. Per questo, dall’inizio degli anni ’70, in genere il 25 aprile giornata della Liberazione, si tennero nel paese numerose e partecipate manifestazioni antifasciste.

Avvenne anche a Sondrio.

In particolare ricordo una partecipata manifestazione del 25 aprile del ’70 o ’71, caratterizzata da una folta e vivace presenza di giovani extraparlamentari di cui facevo parte.

Quando il partecipato corteo che percorreva Via XXV aprile stava per giungere in piazza Campello, dai giovani partì un feroce slogan rivolto agli esponenti dei partiti che erano in testa al corteo stesso: “ La resistenza è rossa, non è democristiana: viva la lotta operaia e partigiana ”.

Dalla testa del corteo si staccò allora un uomo che, con veemenza e coraggio, si mise tra le nostre fila gridando a piena voce: “ Viva la Dc! Viva la Dc! ”, e noi, con i pugni alzati, gridammo ancora più forte il nostro slogan. Quell’uomo era Giulio Spini, che il partigiano, a differenza nostra, lo avevo fatto per davvero e, da democristiano, lo aveva fatto in una formazione “garibaldina”.

Ho pensato diverse volte a quell’episodio perché è sintomatico di uno dei limiti del movimento del ’68: l’incapacità di cogliere la necessità, in alcuni momenti, di essere uniti almeno su alcune discriminanti e su alcuni valori.

Credo che questo sia il tema e la sfida che si pone ancora oggi: lavorare per un’Europa e un’Italia nuova, perseguendo anche politiche diverse e coerenti con le proprie convinzioni, ma trovare momenti di impegno comune e unitario per contrastare il “sovranismo”, la deriva razzista verso cui stiamo andando e per sconfiggere il rinascere di un pericoloso nazionalismo e di una visione autoritaria della democrazia che, a volte, ci ricorda un passato che pensavamo sepolto.

Ho rivisitato criticamente molte cose, vicende e atteggiamenti che hanno caratterizzato il mio ’68, dando la colpa all’età, all’inesperienza, alla passione politica: dell’episodio che ha riguardato Spini, semplicemente me ne vergogno.

La breve parentesi Universitaria

Finite la Magistrali mi iscrissi a Pedagogia alla Cattolica, unica università lombarda che avesse quella facoltà: ne pagai il fio sostenendo un esame di “Morale” con mons. Maggiolini, che più tardi diverrà vescovo di Como.

Avevo una stanza in un appartamento di più camere affittato a studenti e lavoratori in Via Amedei.

Senza esagerare, le dimensioni della stanza non erano superiori ai 2,5 metri per 3,5: il che rendeva impossibile viverci, se non per dormire e per qualche ora di studio.

Anche per questo motivo andavo spesso in Via Olona, dove vivevano Michele D.V. e sua moglie, Simone R., Sonia R. e, Micio, che avevo conosciuto e frequentato a Sondrio.

Mi fermavo spesso anche a cena e, con alcuni di loro, frequentavo poi le riunioni di Avanguardia Operaia e le assemblee alla statale in cui era nata una forte dialettica con il Movimento Studentesco di Capanna.

Mentre a Sondrio la contestazione studentesca (a partire dal 70-71) prendeva finalmente piede e si estendeva alla maggior parte degli istituti, a Milano il movimento già incominciava a “ideologizzarsi” fortemente e a dividersi in cento rivoli.

La politica dei Cento fiori di Mao: “Che cento fiori sboccino, che cento scuole di pensiero rivaleggino”, con la quale il “Gran Timoniere” aveva auspicato la nascita di una feconda dialettica all’interno del Partito comunista cinese per rinnovarlo (ma più probabilmente per consolidare la sua stessa leadership), qui si traduceva nella nascita di decine di gruppi e partitini non solo incapaci di confrontarsi tra di loro, ma che sostituivano, qualche volta, la dialettica delle idee con le “sprangate”, al punto tale che i “servizi d’ordine” creati per difesa dalle aggressioni fasciste o dalle cariche della polizia, diventavano parte integrante della politica di concorrenza tra le varie anime del movimento.

In questo periodo partecipai a diverse manifestazione, anche partendo da Sondrio in pullman, un paio di volte.

Ricordo che in alcune di queste si respirava un’aria davvero carica di tensione, ma la ventura volle che non mi capitasse mai di essere coinvolto in disordini, né vi assistetti.

Fosse accaduto non avrei certamente svolto una ruolo attivo, perché la mia aggressività l’ho sempre scaricata esclusivamente nelle parole, un’arma che sarebbe stata sicuramente poco efficace, in quei frangenti.

A fine settimana, a settimane alterne, tornavo a casa o andavo in Piemonte a trovare una ragazza. Frutto di quelle visite piemontesi fu il fatto che, nel maggio del 1971 mi sposai e a ottobre divenni padre di una bambina, che ancora oggi mi rifaccia bonariamente di avergli insegnato le canzoni rivoluzionarie invece di quelle delle Zecchino d’oro.

La nuova situazione personale mi indusse a cercare un lavoro. Dopo alcuni lavoretti venni assunto dal Comune di Sondrio, nel dicembre del 1971, per il Censimento e, messo in ufficio a elaborare i dati, il lavoro si protrasse per oltre un anno e mezzo, dopo di che fui assunto in pianta stabile.

La scelta sindacale e il ’68 operaio

Una volta assunto mi iscrissi subito alla Cgil e divenni così il primo dipendente comunale ad essere iscritto “con delega” alla Cgil, cosa che suscitò qualche disappunto nell’amministrazione, ma che indusse anche altri due colleghi, entrambi comunisti: l’ex partigiano Vitalino Villa, vigile urbano, e l’impiegata d’anagrafe Angela Bordoni, a confessarmi che anche loro erano iscritti alla Cgil, pur pagando la tessera direttamente in sede, per non far conoscere la loro scelta al Comune.

Nonostante i rapporti di forza (due iscritti alla Cgil, perché Villa era nel frattempo andato in pensione, e un’ottantina iscritti alla Cisl), fui eletto a entrare a far parte del Consiglio dei Delegati e, pur seguendo le vicende sindacali anche precedentemente, incominciai da allora a frequentare con costanza le riunioni e la sede della Cgil, dove fui eletto, dopo pochi mesi, Segretario della Categoria dei lavoratori degli enti locali e della sanità (allora Fnlels, oggi F.P.).

Erano gli anni in cui si stava dispiegando l’iniziativa sindacale che era iniziata con gli scioperi per il rinnovo del contratto dei lavoratori elettro-meccanici del 1967.

L’offensiva sindacale aveva portato a far convergere in un unico impegno di cambiamento i tre grandi Sindacati Cgil, Cisl, e Uil che, dal momento della scissione sindacale del 1948, marciavano divisi.

Il 14 novembre 1968 venne proclamato il primo sciopero generale unitario dai tempi della scissione, proclamato per ottenere la Riforma della Previdenza.

Era, quello, lo sciopero che aveva visto mobilitarsi (come già detto) anche gli studenti di Sondrio che avevano saputo cogliere, evidentemente e al di la delle rivendicazioni di quella mobilitazione, la grande importanza storica di quello sciopero.

Lo sciopero otterrà i risultati prefissi e dette il via alla grande stagione delle conquiste operaie il cui apice fu rappresentato dall’autunno caldo del 1969.

In pochi anni, dal 1969 al 1973, si ottennero risultati di grande rilievo:

l’abolizione delle ‘gabbie salariali”, vale a dire la differenza di salario, a parità di mansione, tra zona e zona;

la conquista del rinnovo di tutti i contratti di lavoro. I nuovi contratti conquistarono un congruo miglioramento salariale e normativo;

le 40 ore di lavoro settimanale distribuite su 5 giorni (“… se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorar e capirete la differenza tra lavorar e comandar …” si cantava nei cortei);

il diritto di assemblea dentro la fabbrica: per la prima volta i sindacalisti ne potevano varcare i cancelli;

l’ inquadramento unico operai-impiegati

A questo seguirono grandi manifestazioni nazionali per sollecitare un grande processo riformatore in materia di Casa, Scuola, Sanità, Fisco.

Molte delle questioni conquistate con il rinnovo dei contratti entrarono a far parte, divenendo esigibili da tutti i lavoratori, della legge n. 300/1970, più nota come Statuto dei diritti dei Lavoratori.

Lo “Statuto” fu fortemente voluto dal Ministro del Lavoro del tempo, il socialista Giacomo Brodolini che, non a caso, era stato Segretario nazionale della Cgil.

Con lo Statuto dei Lavoratori entrava in fabbrica la Costituzione !

Quelle conquiste erano il frutto di una ritrovata unità.

”Uniti si vince!” si gridava nei cortei e per questo anche il processo unitario fece rapidi passi in avanti, tanto che si giunse, tra il ’70 e il ’71 , a ipotizzare lo scioglimento delle tre confederazioni per dar vita a un sindacato unitario.

La reazione delle destre alle lotte operaie e studentesche, l’arretramento della sinistra nelle elezioni del 1972, la “strategia della tensione” avviata con la strage di Piazza Fontana e che avrà il suo culmine con le bombe di Piazza della Loggia di Brescia, scoppiate durante una manifestazione sindacale, bloccheranno questo processo. Per inciso, ai funerali delle vittime della strage fascista di Piazza della Loggia partecipò una folla immensa, tra cui cinque pullman di lavoratori e cittadini provenienti dalla Valtellina, tra questi un considerevole numero di studenti.

A quel punto però, essendo nate in alcuni settori della Cisl e della Uil delle perplessità, la strade dell’unificazione ripiegarono nella costituzione del patto Federativo tra Cgil, Cisl e Uil, concordato nel luglio 1972. Parve l’unica strada possibile ed era una scelta che, comunque, superava le divisioni del passato.

Anche i lavoratori valtellinesi parteciparono a quella grande stagione di mobilitazione e di lotte:

Nel solo periodo dell’autunno caldo (Settembre/novembre 1969) vi furono 20 giornate di sciopero che riguardarono le categorie dei meccanici (privati e pubblici), dei chimici, degli edili e dei tessili. Già nel gennaio di quell’anno (il 9) si era svolto uno Sciopero Generale per il superamento delle gabbie salariali e due Scioperi Generali con manifestazione si svolsero in Novembre (il 7 e 14), contro il caro vita e per la riforma Previdenziale.

A febbraio del 1970 (il 24) venne inoltre proclamato lo Sciopero Generale provinciale per sollecitare la realizzazione della Strada Stata 36.

I manifestanti (vi partecipai nonostante fosse giorno di scuola e si fosse a pochi mesi dall’esame di abilitazione) bloccarono la strada al trivio di Fuentes e i segretari Generali di Cgil, Cisl e Uil vennero denunciati per blocco stradale.

Prese poi il via, in provincia, l’esperienza della 150 ore, che diedero modo di avere la licenza media a diverse centinaia di lavoratori; venne fondato, il 3 marzo 1970, il sindacato Scuola della Cgil; vennero istituiti i Comitati Unitari di Zona; si estese la contrattazione integrativa nelle fabbriche con la conquista, in molte, dei premi di produzione; si istituirono trasporti e mense per molti stabilimenti che ne erano sprovvisti.

In provincia, gli anni 70, furono anche gli anni di grandi e difficili vertenze aziendali per cercare di salvare fabbriche (non sempre ci si riuscì) che, a causa della loro arretratezza tecnologica o della mala conduzione degli stabilimenti, erano sull’orlo della chiusura: l’Atlantic, la Jean Pierett, la Spalding Persenico ecc.

In molti casi si montavano delle baracche di lamiera in prossimità dei cancelli di entrata degli stabilimenti e si stava lì, ininterrottamente e per giorni e giorni, a presidiare la fabbrica al fine di impedire che fossero portata via la merce che c’era in magazzino o le macchine.

E di notte, se era freddo, ci si riscaldava accendendo fuochi alimentati con i copertoni delle auto e scaldando e bevendo grandi pignatte di vin brulé.

La baracca che durò più a lungo fu quella posta in piazza Garibaldi dai lavoratori del Fossati ai tempi della minaccia della chiusura dei suoi stabilimenti, nel 1975.

Quella lunga vertenza fu un esempio davvero grande di come si poteva costruire la solidarietà di un’intera città intorno a una fabbrica.

Alla baracca, operai e sindacalisti si davano il cambio lungo la giornata (giorno e notte) distribuendo tutti i giorni un volantino che informava sul punto della trattativa.

Per molti sondriesi era diventata un’abitudine passare da lì, informarsi e scambiare due chiacchiere con gli operai in lotta, magari portando loro qualche apprezzato genere di conforto.

Lo Sciopero proclamato contro la chiusura del Fossati paralizzò l’intera città, la manifestazione che si tenne in piazza Garibaldi fu, probabilmente, la più grande mai svoltasi in provincia.

La tenacia e l’intelligenza con cui fu condotta quella lotta portò persino un sindaco democristiano ( l’avvocato Venosta) a requisire uno stabilimento!

Era un fatto straordinario e le trattative romane (venne in provincia ad annunciarlo il Ministro del lavoro Donat Catten) portarono a far rilevare gli stabilimenti Fossati, nel 1976, dalla Lanerossi, del gruppo Eni – Partecipazioni Statali.

Uniti, gli operai e i sindacati, avevano per davvero vinto e si poté, ancora per un lungo tratto, tirare un sospiro di sollievo.

Nel campo delle mie competenze di allora gli anni 70 furono, tra l’altro, gli anni:

Della applicazione in tutti i Comuni della provincia del primo Contratto di Lavoro dei lavoratori degli enti locali. Riuscimmo unitariamente a sottoscrivere in proposito, nel 1973, un accordo con i Sindaci dei principali Comuni della Valle che poi fu applicato, a cascata, in tutti gli altri comuni ed enti. Coinvolgemmo costantemente, nella trattativa, i dipendenti degli Enti Locali della provincia e l’interesse era tale che tenevamo le assemblee al Cinema Excelsior di Sondrio, riempiendolo.

Delle vertenze inerenti il vestiario di lavoro (non ne erano dotati) e l’inquadramento professionale degli infermieri dell’Ospedale Psichiatrico provinciale, che dipendeva dall’Amministrazione Provinciale di Sondrio.

La vertenza sull’inquadramento fu lunga, complicata e sorretta da un paio di scioperi e manifestazioni per le vie del capoluogo: non era davvero usuale nel pubblico impiego! La vertenza si concluse con un accordo che prevedeva, dopo la partecipazione a un corso di aggiornamento, la comparazione dell’inquadramento professionale degli operatori psichiatrici con quello degli infermieri professionali: fu una conquista clamorosa!

Per riuscire a chiudere la vertenza inscenammo, persino, una sorta di ‘occupazione’ della Amministrazione provinciale per sollecitare il pronto rientro a Sondrio del Presidente della Provincia ( il dott. Luigi Dassogno) che si trovava a Varese. Rientrò e firmammo l’intesa la sera stessa.

La vertenza si intrecciava con l’attuazione della legge 180/1978 inerente la Riforma Psichiatrica fortemente voluta dal prof. Franco Basaglia.

Tenemmo unite le due questioni, tanto che uno dei manuali utilizzato per il corso fu il “Manuale critico di Psichiatria” di Giovanni Jervis, che era stato collaboratore di Basaglia.

A proposito di quella lunga, ma anche esaltante vicenda ricordo che le assemblee che tenevamo nel cinema strapieno dell’Ospedale psichiatrico erano aperte anche alla partecipazione dei “ricoverati”, perlomeno di quelli che potevano frequentare il “Centro Sociale” interno. Per alcuni giorni, poi, grazie alla disponibilità di uno psichiatra milanese “di sinistra” che lavorava presso l’Ospedale Psichiatrico di Sondrio, il dott. Emanuele Gualandri, ci si riunì, alla sera, presso l’osteria di Colda, per discutere della Riforma e della sua attuazione.

Furono, più in generale, anni intensissimi, di assemblee partecipatissime, di riunioni serali che terminavano dopo la mezzanotte e spesso avevo ancora da percorrere la strada per tornare a casa, magari da Sondalo o da Chiavenna. Serate piene di fumo di sigaretta e di discussioni che però rafforzavano anche i rapporti umani, di amicizia e, conseguentemente, di fiducia.

La fatica di definire un accordo e quella di costruire intorno ad esso il consenso dei lavoratori sapendo che uno migliore, in quel momento, non sarebbe stato possibile, mi allontanò gradualmente dalla politica del “ più uno” che anch’io avevo praticato militando nella sinistra extra-parlamentare. Fu il mestiere del sindacalista, che impone la ricerca della miglior mediazione possibile, a convincermi che a volte, quando sei al buio, è meglio sforzarsi di accendere una candela piuttosto che inveire contro le oscure forze del male.

Fu così che, dopo l’iscrizione al sindacato, il mio processo di “istituzionalizzazione” si concluse, nel maggio del 1973, con l’iscrizione al Pci.

Vissi la mia nuova militanza politica inizialmente con qualche sofferenza, manifestando anche qualche dissenso, in particolare sulla strategia del “Compromesso storico”.

Da sindacalista e da militante del Pci non ebbi invece mai dubbi, nel giudicare con estrema severità il fenomeno del così detto “ brigatismo rosso ” e a contrastare, in proposito, ogni posizione ambigua del tipo “né con lo stato né con le Br” oppure nel considerare i brigatisti “compagni che sbagliano.

Queste posizioni, seppure estremamente minoritarie, erano certamente presenti anche tra i lavoratori valtellinesi, perlomeno prima dell’omicidio dell’operaio Guido Rossa (1978), che disvelò la vera natura del terrorismo rosso.

Il resto, anche se rappresenta la maggior parte della mia vita e del mio impegno politico e sindacale, esula dall’ambito del periodo preso in considerazione da questa raccolta di testimonianze sul “ lungo ‘68”, per cui mi pare giusto (e decente) fermarmi qui.

Conclusioni

Non rinnego quel po’ di ’68 studentesco che ho vissuto! Non solo perché non si può rinnegare la propria giovinezza, ma perché quel periodo mi ha insegnato a pensare oltre i confini del “mio recinto” e a considerare patria l’intero mondo; a vivere la grande passione di una militanza politica; ad avere il coraggio di esprimere e difendere le mie opinioni. Il ’68 mi ha regalato anche l’illusione che tutto possa cambiare purché lo si voglia: il coraggio dell’utopia. Naturalmente la vita mi ha insegnato che non è così, ma è pur sempre un bel regalo per un giovane di vent’anni!

Eppure quando penso al “mio ‘68” penso alle serate di discussione nelle sale piene di fumo del sindacato, alle assemblee dei lavoratori, alle manifestazioni romane, quando si partiva da Sondrio in piena notte e si faceva ritorno subito dopo aver sfilato per le vie della capitale, con Giona che, per un buon tratto del viaggio di ritorno, cantava che “el pueblo unido jamas serà vencido”.

Penso alle chiacchierate in quelle baracche di lamiera a cui erano appesi i destini di tante famiglie, penso a quei tanti operai, modesti se presi singolarmente, ma che diventavano giganti quando erano in gruppo a rivendicare i diritti di tutti. Penso a quegli altri operai, che bestemmiavano contro il padrone, ma a cui non potevi parlar male della loro fabbrica, perché la fabbrica erano loro stessi.

Anche se il ‘68 studentesco ha indubbiamente contribuito a cambiare la scuola e ha forse fatto da innesco a quello operaio, il primo si è disperso, a un certo punto, in mille frammenti autoreferenziali, mentre il secondo ha costruito con fatica le ragioni e le condizioni per la sua unità e da qui è nata la grande stagione delle lotte e delle conquiste operaie.

Per questo se il ’68 studentesco ha lasciato certamente in eredità un profondo mutamento dei costumi di questo Paese, quello operaio ne ha profondamente segnato la storia.

Ed è a questo secondo modello di ‘68, quello che fu operaio, al suo saper essere uniti nelle differenze, che la sinistra italiana deve guardare per rimontare la china, per affrontare le tante miserie del presente e tornare a guardare lontano.

E ciò, naturalmente, facendo i conti con il fatto che il ‘900 e le sue ideologie della politica e della società è tramontato e che la classe operaia (in senso lato) che “doveva dirigere tutto” per troppo tempo si è seduta credendo che tutto fosse conquistato per sempre e ora pensa che quel che gli vien tolto sia colpa dei disperati che sbarcano nel nostro paese in cerca di futuro, e per questo si colloca dalla parte di coloro che un tempo sarebbero stati sommersi dai fischi di contestazione.

Fuor dalle ideologie c’è una analisi seria e impietosa da fare sul come è davvero cambiata la società in cui viviamo, il mondo e il “nostro mondo”, ma soprattutto c’è una cultura politica da ricostruire con grande umiltà e con grande lena.