Piero F.

UN ’68 MOLTO MILITANTE

 

Mio padre è stato operaio edile, oltreché contadino e tagliaboschi, mentre mia madre era casalinga e si dedicava ad attività agricole su terreni di proprietà della famiglia; entrambi avevano conseguito la licenza di 5^ classe elementare.

Erano a favore delle lotte sociali degli operai per gli aumenti salariali (in quegli anni la paga oraria era di 400/450 lire l’ora) e il miglioramento delle condizioni lavorative, ma nutrivano perplessità sui movimenti degli studenti in quanto pensavano che il compito degli studenti fosse quello di studiare, essere promossi e migliorare la condizione sociale vissuta dai genitori.

Non erano favorevoli al divorzio e all’aborto, ma erano comunque per la libera scelta degli interessati e quindi votarono a favore sia del divorzio che dell’aborto.

Mio padre, ex partigiano dal settembre del ’43, è stato da allora sempre iscritto al PCI, per il quale votava anche mia madre, che in tempo di guerra era stata “staffetta” per la Resistenza.

Il modello educativo seguito in casa era essenzialmente partecipativo/democratico, anche per le necessità di collaborazione tra i diversi membri della famiglia nei lavori agricoli. Era naturale che insorgesse qualche conflitto nella famiglia o nel giro più largo parentale, ma eventuali dissapori erano compensati dai rapporti che veramente importavano a noi ragazzi, quelli con i coetanei, dove coesistevano amicizia, competizione e, a volte, anche spirito di sopraffazione. con i relativi litigi. Le relazioni sociali erano ispirate a una cultura paesana e vivevamo soprattutto fuori casa dove si svolgeva la maggior parte delle nostre attività. Fra gli amici alcuni cominciarono subito a lavorare, altri erano studenti come me, ma dedicavamo poco tempo allo studio e allo svolgimento dei “compiti” scolastici, preferendo a questi il gioco e/o il lavoro.

Nel ’68 avevo 15 anni; ho iniziato l’attività politica nel 1969 a 16 anni. La prima esperienza è stata la partecipazione ad una manifestazione, a Sondrio, dell’Unione dei Comunisti Italiani (m-l). A questa manifestazione avvenuta nel novembre del ’69 in corrispondenza con uno sciopero generale indetto, mi sembra di ricordare, per il rinnovo dei contratti, partecipò una trentina di persone con tante bandiere rosse e cartelli inneggianti ai rinnovi contrattuali e alla riforma della scuola. Dopo lo scioglimento dell’UCI e fino alla primavera del ’74, anno di inizio del mio servizio militare, ho partecipato alle iniziative di un gruppo di compagni che si riuniva in una sede situata in salita Ligari a Sondrio. Questa aggregazione si è poi evoluta in un gruppo che si chiamava Circolo Lenin e che aveva avviato un intervento nella situazione politica valtellinese fino alla sua confluenza nell’organizzazione nazionale di Avanguardia Operaia.

Il mio lavoro politico nei vari gruppi è sempre stata militante, ciò voleva dire presenza a quasi tutte le iniziative, partecipazione a una o più riunioni settimanali oltre che ad assemblee, manifestazioni, scioperi, mostre, attacchinaggi di manifesti, distribuzione di volantini ecc. La mia attività si è sviluppata su tre livelli:

a) partecipazione ai gruppi: in ordine cronologico UCI, Circolo Lenin, Avanguardia Operaia, come sopra ricordato, e successivamente, dopo il ’75, Democrazia Proletaria e infine Rifondazione Comunista, anche se in forma meno militante;

b) attività politica nella scuola che ho frequentato, l’Istituto per geometri, in varie forme: proteste, rivendicazioni, assemblee, scioperi, distribuzione di volantini e di giornali e altro;

c) partecipazione alla costituzione e al funzionamento del Collettivo comunista di Caiolo, un’esperienza peraltro comune ad iniziative simili in altri paesi della provincia, che si sviluppò tra il ’71 e il ’73. Tenevamo riunioni, almeno settimanali, alle quali partecipavano dalle 10 alle 20 persone. Si discuteva, oltre a tematiche generali, anche questioni di paese. Il Collettivo di Caiolo oltre all’attività di dibattito/propaganda ha organizzato per due anni un doposcuola per ragazzi delle elementari e delle medie, è stato fra i promotori della Cooperativa Agricola di Albosaggia-Caiolo-Faedo ed ha collaborato all’attività amministrativa del Paese, avendo all’epoca tra i suoi attivisti un Assessore Comunale.

Io stesso, finito il servizio militare nel giugno del 1975, sono stato eletto Consigliere Comunale, nella maggioranza di sinistra, e ho poi collaborato all’attività amministrativa per una ventina di anni, nove dei quali con la “funzione”, non il ruolo (come previsto dall’attuale legge pro-podestà), di Sindaco.

Devo riconoscere che l’attività amministrativa, soprattutto per l’impegno di tempo che richiede, mi aveva allontanato dall’attività politica vera e propria, cioè da quel lavoro di conoscenza, analisi e critica dei grandi temi della politica nazionale e internazionale che sono la base per costruire obiettivi politici e movimenti di lotta.

Come dicevo, nel ’74 sono partito per il servizio di leva militare che ho svolto a Novara c/o la Caserma Cavalli. I 13 mesi da soldato sono riuscito a superarli solo grazie ad un assiduo lavoro politico, naturalmente clandestino. Tra il Novarese, il Piacentino, l’Alessandrino e il Pavese, c’erano decine di caserme che ospitavano i maggiori reparti militari destinati al pronto intervento nelle città. Pronti per un eventuale colpo di Stato? Probabilmente sì, perché già nel ’64 e poi nel ’69 c’erano già stati brutti segnali (piano Solo, Sifar). Senza contare, poi, che nel ’67 c’era stato il colpo di stato dei Colonnelli in Grecia ed era ancora vivissimo il ricordo di quello cileno del ’73. Il lavoro era orientato a mantenere il contatto fra i compagni dei diversi reparti, discutere delle problematiche interne e distribuire volantini nelle caserme e nelle fabbriche. Ho partecipato ad un coordinamento intercaserme che comprendeva gruppi di “Proletari in Divisa”, legati a Lotta Continua, quelli dell'”Organizzazione dei soldati democratici” vicini ad Avanguardia Operaia, oltre ad altri soldati militanti o simpatizzanti del Movimento Studentesco, del Manifesto o appartenenti all’area dei cattolici di sinistra. La nostra attività era orientata a discutere delle problematiche vissute in caserma: diritti civili, turni dei servizi, rancio, diritto d’assemblea ecc. cercando di coinvolgere gli altri commilitoni attraverso la distribuzione di volantini in caserma e in città. Abbiamo anche partecipato ad iniziative pubbliche come volantinaggi davanti alle fabbriche, in appoggio alle lotte operaie e a manifestazioni, naturalmente, sempre con il volto coperto. Durante quel periodo, nella nostra zona, per fortuna, non ci furono arresti o detenzioni per lungo tempo, di soldati.

Penso che il ’68 sia maturato a causa della contraddizione tra lo sviluppo produttivo, civile e sociale e le Istituzioni ormai superate e si è manifestato principalmente contro queste ultime essenzialmente autoritarie/totalitarie come dimostrano i fatti successi sia nei paesi capitalistici che in quelli così detti socialisti.

Per me personalmente si è trattato di una “rivolta” contro i valori e le abitudini dominanti, la struttura autoritaria della scuola e le forme più ipocrite riscontrate anche nella chiesa cattolica, tanto che da allora mi considero un “non credente”. La reazione a queste forme si manifestava in una pressante richiesta di giustizia, autonomia, democrazia e partecipazione, richiesta che mi ha poi accompagnato e continua ad essere presente in ciò che faccio e nel mondo migliore in cui continuo a credere.