Erveda

Un movimento passionale e giocoso, cioè rivoluzionario

 

Nel 1973 quando avevo 15 anni e frequentavo il liceo scientifico di Morbegno, ho avuto il primo contatto diretto con quello che oggi viene chiamato il movimento degli anni ’60 e ’70.

Avevo iniziato a partecipare ad un collettivo studentesco di studenti delle scuole superiori e di universitari; ci si vedeva un pomeriggio la settimana, si preparavano volantini con il ciclostile da distribuire davanti alle scuole e durante le assemblee studentesche, quando ancora erano permesse, prima della legge dei cosiddetti decreti delegati. Le riunioni le facevamo presso la sede del Partito Socialista di Morbegno in piazza San Pietro. Ci avevano concesso l’uso del locale e del ciclostile. Alle pareti spiccavano ritratti di Marx, Mao Tse Tung, Lenin, Gramsci e sulle panche di legno trovavo sempre qualche rivista con articoli e fotografie dell’Unione Sovietica e della Cina, mai viste altrove. Io avevo aderito al Movimento Studentesco; gli studenti universitari di Morbegno ci portavano materiale come Il Fronte Popolare, settimanale del Movimento Studentesco, e altro materiale divulgativo, da Milano. Spesso producevamo da noi i volantini. Cercavo di non aderire passivamente e di non limitarmi a distribuire materiale informativo, ma il tempo e gli strumenti per un approfondimento dell’analisi politica spesso mi mancavano, anche se con gli ideali e i concetti generali ero d’accordo e mi entusiasmava imparare sempre qualcosa di nuovo. Alla sede morbegnese della CGIL c’era uno spazio dedicato alle assemblee e alle riunioni, che adesso non c’è più, dove venivano organizzati incontri di approfondimento politico. Mi ricordo in particolare Piero Fumarola, professore di filosofia al liceo, che si era offerto per alcune lezioni.

In classe ero riuscita a chiedere e ottenere 3 minuti di silenzio durante l’ora di latino, quando erano stati trucidati alla garrota tre studenti nella Spagna di Franco, per motivi politici. Per questo e altre azioni da arruffapopoli a scuola, avevano deciso di buttarmi fuori, per punizione, come mi aveva confermato una rappresentante dei genitori, madre di una mia compagna.

A Regoledo, frazione di Cosio Valtellino dove abitavo, si era costituito un gruppo politico ad orientamento comunista. Vi partecipavano operai e studenti, iscritti o simpatizzanti di partiti come PCI (Partito Comunista Italiano), PSI (Partito Socialista Italiano), FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana) o di gruppi extra-parlamentari come AO (Avanguardia operaia), MS (Movimento Studentesco, poi Movimento Lavoratori per il Socialismo), LC (Lotta Continua), PdUP (Partito di Unità Proletaria per il Comunismo) e anarchici, o anarco-comunisti come qualcuno si definiva. Ho l’impressione che vi fosse più collaborazione tra i gruppi extraparlamentari e di movimento e i partiti istituzionali, che si lavorasse su tematiche comuni e si perdesse meno tempo a discutere delle differenze come ora. La mia formazione politica era carente, anche perchè in famiglia, a scuola e nella comunità dove vivevo, di politica si parlava raramente e c’era una forte impostazione ideologica di tipo clericale, democristiana e anticomunista. Il mio rifiuto di andare a messa e a frequentare la chiesa mi era costato molta energia, in una lotta solitaria che mi aveva relegato sempre più al ruolo di pecora nera. Ottenere il permesso per uscire la sera per partecipare alle riunioni settimanali del gruppo, in un locale a 400 m da casa mia, fu una conquista sempre suscettibile di revoca, dopo interminabili discussioni famigliari. Dovevo lottare, come donna adolescente, per poter partecipare alle riunioni del collettivo studentesco, o alle manifestazioni a Sondrio o a qualche raro concerto il sabato sera.

L’interessamento del gruppo regoledese non era rivolto solo alla macropolitica, ma alla vita politica locale, con partecipazione di massa ai consigli comunali, il sostegno alle lotte operaie delle piccole fabbriche locali, in specifico delle fabbricchette di produzione di forbici, che ora non ci sono più. Pubblicavamo una rivista mensile, Il Rabin, che trattava, oltre alle tematiche locali, anche quelle su antifascismo, antimperialismo, politica, cultura nazionale e internazionale. Ho collaborato con un paio di articoli, di cui uno sulla musica popolare, e aiutavo a ciclostilare e vendere il giornale.

Anche in Italia l’energia creativa aveva dato luogo all’autoproduzione underground. Mi ricordo Fallo!, di cui erano usciti sette numeri, Il pane e le rose, Fuori, rivista di liberazione sessuale, organo del Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, Puzz – controgiornale di sballofumetti, Insekten Sekte e Re Nudo. Alcuni del gruppo che pubblicavano il Rabin, insieme ad altri, avevano poi continuato realizzando la rivista Centofiori, oltre a un’emittente radiofonica locale: Radio Erre.

Se da una parte queste nuove esperienze per me erano di apertura e crescita culturale, dall’altra davano luogo a conflitti e dissidi, in ambito famigliare, scolastico e comunitario. Per una ragazza uscire la sera sola era ancora considerato sconveniente, qui in provincia, si diceva che “solo le sgualdrine sono per strada ad una certa ora di notte”, così quando in biblioteca a Morbegno organizzarono una serata dopo il colpo di stato in Cile, dovetti andarci accompagnata dai miei genitori. Più spesso non riuscivo a spuntarla ed ero costretta a rimanere a casa.

Io, come anche altre donne del movimento, a volte mi lamentavo di essere relegata ai ruoli di bassa manovalanza. Certo, a differenza di un compagno della mia età che abitava nello stesso stabile dove abitavo io, potevo dedicare solo una piccola parte del mio tempo all’attività politica, perchè gran parte del pomeriggio dopo la scuola dovevo aiutare mia madre nelle faccende, e il tempo autorizzato per uscire di casa era minimo, rispetto al compagno di cortile, che andava e veniva da casa sua a piacimento, e tornava solo per mangiare e dormire. Trovavo solidarietà nel movimento femminista e nelle altre adolescenti che rivendicavano per sè una diversa posizione all’interno della società: non solo future mogli e mamme, angeli del focolare, sottomesse a padri e mariti, ma persone pensanti, autonome e libere nelle proprie scelte. A Morbegno, era forse il ’74, si era formato un collettivo femminista: una ventina di donne si riuniva settimanalmente in casa di una compagna. Si praticava l’autocoscienza e l’auto-aiuto, condividendo esperienze e informazioni soprattutto riguardo al corpo, alla sessualità e alle discriminazioni che una donna doveva subire, una fra tutte la retribuzione salariale inferiore a quella di un uomo. Il manuale Noi e il nostro corpo – scritto dalle donne per le donne era uno dei nostri testi di riferimento. Consultavamo Effe, una rivista autogestita di controinformazione femminista e Noi Donne, organo d’informazione dell’UDI – Unione donne italiane. Un altro tema fondamentale era quello della violenza contro le donne, lo stupro, l’omicidio delle donne che veniva sanzionato con pene attenuate, perchè considerato ancora delitto d’onore, e il matrimonio riparatore, che prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale, se lo stupratore accondiscendeva a sposare la vittima (in Italia le disposizioni di legge sul delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono state abrogate solo nel 1981).Venivamo criticate quali scioviniste da alcuni compagni maschi, per questo nostro desiderio di riunirci da sole. Ma c’era anche qualche coraggioso che diceva: è giusto che le donne non vengano discriminate e abbiano il loro spazio di condivisione. (Ma già negli anni ’80 dire che si era femministe era diventato fuori moda, anzi, sottolineare che non si era femministe era diventato doveroso.)

Noi donne volevamo emanciparci rispetto alle nostre mamme e rifiutavamo lo standard di bellezza e moda imposti dall’alto: tipiche in quel periodo erano le gonnellone a fiori, gli zoccoli all’olandese, i vestiti e i gioielli etnici, riciclati o fatti a mano.

Insieme agli altri gruppi politici si cercava di fare sensibilizzazione su temi cruciali, come la legge sul divorzio, che era stata approvata nel 1970, ma che nel 1974 rischiava di essere abrogata tramite un referendum, voluto da alcuni partiti contrari alla libertà di divorzio, tra i quali la DC allora partito di maggioranza. Si collaborava con il Partito Radicale per la raccolta firme e la pubblicizzazione del referendum abrogativo del reato di aborto o per la sensibilizzazione del tema omosessualità. In quegli anni, forse il ’75, era stata organizzata a Morbegno una manifestazione con una buona partecipazione, contro la discriminazione degli omosessuali. Un gruppo di donne si era poi impegnato per la costituzione, anche nel morbegnese, di un consultorio famigliare, punto di riferimento per le donne e il movimento femminile.

La lettura di libri, riviste e quotidiani era un’occupazione comune. A Morbegno c’erano due librai che divulgavano libri di movimento, le famose collane Einaudi e Feltrinelli, quando le grandi case editrici erano ancora indipendenti. Tra le mie letture ricordo il diario di Che Guevara, Simone de Beauvoir, Pier Paolo Pasolini, Il manifesto, Hermann Hesse, Gabriel Garcia Marquez, Franz Kafka, Stella rossa sulla Cina di Edgar Snow, La storia di Elsa Morante e molta poesia sudamericana.

Il treno ci portava alle manifestazioni a Sondrio, si partiva in gruppo, si cantavano canzoni di lotta e c’era molta allegria e passione, anche per lo stare insieme.

Al Palasport di Morbegno all’inizio degli anni ’70 ci sono stati ben due concerti degli Area con la voce potente e indimenticabile di Demetrio Stratos e un grande Nanni Svampa. A Sondrio ero andata al concerto gratuito degli stupendi Napoli Centrale. Gratuito era stato anche il concerto di Alberto Camerini e in valle hanno suonato i Treves Blues Band, Roberto Vecchioni e gli Ibis. Io li vivevo come concerti e feste allo stesso tempo.

Quell’inizio di rivoluzione pacifica era stata arrestata bruscamente attraverso le uccisioni dei compagni nelle manifestazioni, l’incarceramento, la messa fuori gioco attraverso l’eroina. Non dimentichiamoci della voce critica possente di Pier Paolo Pasolini, che è stata zittita nel 1976.

Il movimento era forte, entusiasta, passionale, gioioso, e soprattutto rivoluzionario, e quindi è stato attaccato da più fronti. Quello che ho potuto constatare io: gli omicidi di manifestanti, in genere molto giovani, le incarcerazioni e le torture di quelli più attivi, il discredito del movimento attraverso le falsità pubblicate dai media, i suicidi e la psichiatria, gli infiltrati dei servizi segreti e la diffusione dell’eroina. Molti dei compagni si erano fatti semplicemente irretire da questa droga pesante, che rende l’assuntore assuefatto in poco tempo, ne diventava schiavo e tutto ruotava intorno alla dose quotidiana. Dal dossier dell’operazione Blue Moon che è stato desecretato, si evince che a partire dal ’68 la Cia aveva cominciato e inserire nel movimento i propri uomini anche, ma non solo, per la distribuzione dell’eroina. La droga veniva utilizzata contro gli oppositori. Il potere si è servito e si è giovato della diffusione capillare delle droghe pesanti, come eroina e cocaina, per dirottare le energie critiche trasformative verso l’adattamento individualistico al mondo così com’era. Ad un certo punto all’inizo degli anni ’70 in Italia all’improvviso non si trovavano più le droghe leggere come canapa e marijuana, ma veniva offerta gratis o a prezzi molto bassi dell’eroina pura e i giovani, senza esperienza e disinformati, ci erano cascati facilmente. L’illegalità delle sostanze psicotrope sia leggere come la canapa, che pesanti come l’eroina, creava degli emarginati e aveva come conseguenza le morti per over-dose e le infezioni anche mortali veicolate dalle siringhe.

Mi rattrista pensare alle decine di compagni che conoscevo, che sono stati ammazzati troppo giovani, direttamente attraverso l’omicidio e indirettamente attraverso l’operazione Blue Moon. Non ce n’è, mi viene il magone a pensarci, tutte quelle giovani vite spezzate e nemmeno una lapide, che almeno hanno avuto quegli adolescenti di inizio ‘900 che si lanciavano contro il nemico sui fronti per farsi crivellare.

Mi è capitato raramente di parlare con i miei vecchi compagni di quel periodo; è come se quel tentativo rivoluzionario fosse consistito in un momento di ribellione giovanile da dimenticare, o di cui ricordarsi con nostalgia. L’adattamento cinico e ottuso all’ordine delle cose ha portato al disinnesco delle energie critiche di un’intera generazione.

Sono contenta di aver partecipato a quel periodo di lotte e di formazione politica, non lo rinnego, come hanno fatto tanti ex-compagni. La rivoluzione degli anni ’60/’70 era terminata con una sconfitta, quello che era stato costruito è stato disperso. Oppure, c’è ancora tempo per trarre lezione dalla storia, e ricostruire di nuovo, e non darsi per vinti?