Danilo

La rivoluzione? Forse in un’altra vita

 

Non chiedetemi i motivi dello sciopero generale. So solo che non andai a scuola e partecipai ad un corteo per le vie di Sondrio. Era il ’69 ed era la mia prima manifestazione. A volantinare davanti alla scuola, c’era un tipo che, per come si presentava, mi pareva già un personaggio, l’avrei poi conosciuto come Giona, una figura di spicco della contestazione. Facevo la terza media e già cominciavo ad avvicinarmi alla politica, se ne parlava a casa, ma anche a scuola, dove la prof. di italiano, forse reduce dalle battaglie in università, aveva già introdotto in classe novità come la lettura del quotidiano e il giornalino di classe.

In famiglia si respirava aria di sinistra. Il ramo materno conservava una vivissima memoria antifascista: l’8 settembre del ’43 il nonno, un Saligari di Grosotto, carabiniere nel Lecchese, era riuscito a sfuggire ai nazisti per il rotto della cuffia e si era rifugiato nel paese natio, dove si era nascosto; era braccato dai fascisti che sapevano che era lì da qualche parte, ma non conoscevano dove, con il risultato di una pressione pesante sulla famiglia. Un cugino di mia mamma, che era partigiano, era stato ucciso dai fascisti. Il nonno paterno era un socialista di Albosaggia e in tempo di guerra aveva avuto anche lui i suoi problemi con le autorità repubblichine in quanto non iscritto al fascio.

Prima che finissi la scuola media mio padre aveva già organizzato tutto per il mio avvenire e così, invece di andare avanti a studiare come avevano consigliato i miei insegnanti, andai a lavorare come apprendista odontotecnico. Intanto giravo già negli ambienti dell’ultrasinistra, conoscevo quelli del Movimento Studentesco che si ritrovavano al circolo Rosselli e quelli del collettivo Lenin, che avevano la sede su per la salita Ligari e che in seguito sarebbero confluiti in Avanguardia Operaia. Nel ’73 costituimmo il Collettivo comunista di Albosaggia che era collegato ad altri gruppi sorti nella zona su iniziativa di militanti di AO, il Piero a Caiolo, il Cippo a Ponte e il Pelo a Tresivio. Partecipavamo alle manifestazioni con il nostro striscione di Collettivi di paese. L’appuntamento più sentito era il 25 aprile e da Albosaggia andavamo al corteo almeno in una ventina. I più attivi eravamo l’Umberto e io e, quando c’era da “attacchinare”, andavamo noi due: io con il Ciao avevo i manifesti, lui portava il secchio con la colla sul suo Vespino. Una notte attaccammo i manifesti contro Almirante che sarebbe arrivato a Sondrio per un comizio e per il suo arrivo ci fu una grande manifestazione di protesta. Ci mobilitammo anche per la campagna referendaria sul divorzio, che DC e fascisti avrebbero voluto cancellare. Fu una vittoria importante, anche se in provincia di Sondrio il no all’abrogazione vinse solo di misura con circa 1500 voti di differenza ( 50,8% contro 49,2). In Albosaggia, invece, il No stravinse con 1307 voti (oltre il 70%) contro 492 sì. L’anno dopo ci presentammo alle Regionali come Democrazia Proletaria e ad Albosaggia prendemmo una trentina di voti, mentre il PCI divenne il 1° partito. Nelle politiche del 1976 continuò l’ascesa dei comunisti che ottennero quasi il 37% con la DC seconda al 31,5%. Come DP ci fermammo a quota 35 voti, pari all’ 1,75%, qualcosa in più rispetto al dato nazionale (1,5%). Per noi fu uno smacco: forti o fortissimi nelle mobilitazioni e nelle lotte, le urne ci avevano relegato nel limbo dei partitini minori. Invece di un governo delle sinistre come speravamo, ci fu l’inglobamento del PCI nei governi di unità nazionale. Come se non bastasse, il movimento non era più baldanzoso come prima e l’aumento della violenza che segnò gli anni dopo il ’76 non era un segno di forza, ma di debolezza e l’attacco al cuore dello stato si ritorse contro il movimento. Era diventato difficile anche il rapporto con i giovani delle generazioni nate agli inizi degli anni ’60: la politica non sembrava interessargli più di tanto, almeno la politica come l’avevamo fatta noi negli anni ’70. In compenso si ebbe una crescita esponenziale del consumo di eroina e Albosaggia divenne un crocevia dello spaccio e uno dei paesi valtellinesi con il più alto tasso di tossicodipendenti con tutti i fenomeni correlati: morti per overdose e AIDS, piccola delinquenza, famiglie sfasciate.

Nonostante il clima politico più difficile, negli anni ’80 ho mantenuto un certo impegno, anche se ho dovuto conciliarlo con il lavoro e la famiglia, visto che nel frattempo mi ero sposato. Mi sono accostato a nuove tematiche come l’ambientalismo, il movimento per la pace, la cultura: non per appuntarmi medaglie, ma sono stato tra i fondatori di Lega Ambiente e dell’ARCI, ho contribuito alla valorizzazione dell’area dei Bordighi fino al’istituzione della Riserva naturale, ho fatto un’interessante esperienza con una compagnia teatrale di mimo “La pulce con la tosse” con un gruppo di amici, dei quali ricordo con particolare affetto Pierre Bracco, che poi si suicidò.

Ora sono in pensione dopo un percorso lavorativo che ha avuto quattro passaggi principali: 23 anni di dentiere e affini, poi un periodo come manutentore del territorio, 7 anni come pittore con interessanti incursioni nel campo del restauro, infine 12 anni come vignaiolo, lavoro dove ho acquisito una buona professionalità che metto a frutto nella vigna vicino a casa che tengo come un giardino.

Ripensando al ’68 mi viene da dire con Capanna: “Formidabili quegli anni”. Sognavamo la rivoluzione, ma non ce l’abbiamo fatta, sarà per un’altra volta, in un’altra vita. Il cruccio di oggi è, però, questa assenza della sinistra: possibile che tutte quelle energie allora messe in campo dalla parte più generosa della nostra generazione abbiano prodotto risultati così deludenti? Sì, è stato possibile, ma occorre reagire. A meno che non si voglia dar ragione a quell’ex segretario del PCI che suggeriva questa filosofia di vita: ” La mela si mangia quando c’è, poi si getta il torsolo”. Io preferisco andare controcorrente: da quando non devo più spostarmi per lavoro, ho cercato di ridurre al minimo l’uso dei combustibili fossili, uso molto raramente il mio fedele Vespone 200 GL, che mi ha portato al lavoro per tanti anni, e giro a piedi o in bicicletta. Si tratta di uno stile di vita della cui radicalità sono consapevole. Per me è una scelta di responsabilità per le sorti della Terra e vuole essere una provocazione per far capire alla gente che con l’attuale modello di consumo non si potrà andare avanti e che, prima o poi, i nodi della crisi ecologica arriveranno al pettine. Così l’anticapitalismo del ’68 si salda con l’ambientalismo della fine degli anni ’70, ma c’è da chiedersi se una linea di questo tipo potrà diventare una politica di massa in grado di costruire un livello di consenso adeguato ai problemi del pianeta. Personalmente nutro qualche dubbio, ma l’importante è darsi da fare.