Egidio

Una famiglia di “rossi ed esperti”

 

Del ’68 non posso certo ricordare molto, visto che all’epoca dei “fatti” avevo solo tre anni. Gli anni ’70, invece, ce lo ho avuti in casa, perché due miei fratelli, più grandi di me di qualche anno, frequentavano le superiori a Sondrio, uno i Geometri, l’altro le Magistrali, e riportavano in famiglia gli echi dei movimenti giovanili che allora agitavano le scuole e non solo l’istituzione scolastica. Così crebbi con questa circolazione di idee nuove intorno a me e, giovanissimo, cominciai anch’io alla fine degli anni ’70 a fare le mie prime esperienze di movimento. Non c’era nulla di strutturato, eravamo “cani sciolti”, un’aggregazione informale di giovani e giovanissimi, che discutevano di politica, anche con quelli che avevano partecipato alle lotte della prima metà degli anni ’70. Il contesto era quello della radicalizzazione che si produsse alla fine del decennio e che poi si sciolse con la restaurazione degli anni ’80, preceduta ed accompagnata da una stretta repressiva di grandi proporzioni . Ma di questo racconterò dopo, prima voglio dare qualche informazione sulla mia formazione.

La mia era una famigliona con 8 figli, la prima nata nel ’53, gli altri negli anni seguenti, con l’ultima venuta alla luce nel ’70. Dal punto di vista del reddito familiare una parte arrivava dall’attività di mio padre, autotrasportatore prima e titolare di un noleggio da rimessa poi, e l’altra dall’agricoltura, negli anni ’50 vite, mele e bestiame. Negli anni Sessanta, con il boom delle mele, l’azienda fu poi convertita interamente alla melicoltura, che era più remunerativa. Noi figli, man mano uscivamo dall’infanzia, cominciavamo a dare una mano in campagna, contribuendo così al bilancio familiare e mantenendoci agli studi. Per l’educazione c’era un’attenzione speciale da parte dei nostri genitori e le loro aspettative furono ripagate perché tutti ci diplomammo e due proseguirono fino alla laurea. Per dirla alla cinese eravamo una famiglia di “rossi ed esperti”, anche se il rosso, come è giusto che sia, era di gradazioni diverse, ognuno aveva la sua.

Che un filo rosso legasse le generazioni della mia famiglia era un fatto. Nella Ponte del secondo dopoguerra mio nonno, che era dell’età di quelli che avevano combattuto sul Carso, era parte di un gruppo di una certa consistenza che faceva riferimento al PCI; negli anni successivi, il pallino della politica a sinistra lo presero in mano i socialisti e cominciò l’era Della Briotta con l’elezione a sindaco nel 1961 del maestro Libero, poi deputato a Roma per più legislature. Pur provenendo da un ambiente comunista, mio padre s’era poi avvicinato ai socialisti, ma nella Ponte di quegli anni c’era una vera e propria venerazione per l’onorevole socialista figlio di contadini, che era considerato una delle glorie del paese alla stregua dell’astronomo Giuseppe Piazzi. Alcuni dei miei fratelli parteciparono poi alla costituzione del Collettivo comunista di Ponte, al quale nel clima di effervescenza sociale e politica degli anni ’70 faceva riferimento un’area vicina alla sinistra extraparlamentare. Il collettivo raccoglieva una quindicina di giovani, aveva un suo luogo di ritrovo e una sua attività con produzione e distribuzione di volantini e affissione di dazebao su temi nazionali ma anche locali. Questa esperienza fu attiva negli anni d’oro del movimento tra il 1973 e il 1975 , poi seguì le sorti del gruppo politico al quale era più legato, e cioè Avanguardia operaia, entrando in crisi. Quando io cominciai ad impegnarmi, non esisteva più, anche perché alcune delle figure più rappresentative del gruppo si erano nel frattempo trasferite a Milano per lavoro.

Ci sono tre passaggi chiave che determinarono la stagione del mio primo impegno: ci fu la fiammata del ’77 che ebbe anche in Valtellina un suo momento di ricaduta, anche se in tono molto minore rispetto al ’68, con simpatizzanti dell’Autonomia Operaia sparsi qua e là per la valle, una certa diffusione di Rosso e una sede a Sondrio, dove si dava appuntamento anche qualche elemento ex di Lotta Continua, benché questa organizzazione non avesse mai avuto in Valtellina una struttura; ci fu, l’anno successivo, il rapimento Moro in una fase di forte radicalizzazione dello scontro politico con la crescita del fenomeno Brigate Rosse e la proliferazione di altre sigle della galassia della lotta armata; seguì la grande ondata repressiva che cominciò il 7 aprile del ’79 con l’arresto dei dirigenti dell’Autonomia in applicazione del teorema Calogero. In questi tre passaggi, che anagraficamente corrispondevano per me agli anni di transizione dalle medie alla 1° classe delle superiori, fui convintamente dalla parte di chi proponeva di alzare il livello dello scontro e, di conseguenza, fui contro la strategia di contrasto alle lotte messa in campo da uno schieramento largo che andava dalla DC al PCI del compromesso storico e dei governi di unità nazionale. Ricordo che nei giorni successivi all’operazione di polizia producemmo un’iniziativa contro la repressione. Lo stato s’era comunque presa la sua rivincita, il movimento ne era uscito stritolato e lo stesso partito armato, tra abiure e pentitismi, divisioni e degenerazioni settarie, non aveva più quell’appeal che aveva avuto solo poco tempo prima. Che le BR godessero di un certo appoggio nelle grandi fabbriche milanesi ci veniva raccontato da compagni di Ponte che lavoravano nella Stalingrado d’Italia, chi alla Falck, chi alla Breda. Verso la metà degli anni ’80 con un gruppo di compagni/e di Ponte aderii a DP e poi nel decennio successivo a Rifondazione. Tornando alle dinamiche politiche di Ponte, l’egemonia socialista, costruita intorno alla figura di Libero Della Briotta e consolidata negli anni del boom delle mele anche attraverso strutture come la Cooperativa, durò nel paese fino a Tangentopoli, quando una parte del notabilato PSI fece la scelta del berlusconismo e gran parte del voto socialista fu cannibalizzato dalla Lega. Oggi la situazione è ancora peggiorata, se pensiamo che la Lega da sola ha superarto il 55% dei voti nelle elezioni che hanno visto eletto Massimo Sertori in Regione. Nelle politiche che si sono tenute nello stesso giorno si è dovuta accontentare del 40% , ma con un pieno di voti per la destra nel suo insieme. Se le elezioni costituiscono lo specchio, se pure deformato, del conflitto sociale, la situazione non è certo allegra. Eppure in questa desolazione qualcosa resiste: é il caso nel nostro paese del Circolo Il Forno, che ha le sue radici lontane nel ’68 e nel Collettivo degli anni ’70 e che fa un egregio lavoro di controcultura, con risultati che non esiterei a definire lusinghieri.