Luisa

Era l’anno 1968

 

Ero allora una giovane studentessa ginnasiale; frequentai in quell’anno gli ultimi mesi della classe IV e iniziai la V classe. Pur con differenze tra classi e corsi, nel bene e nel male, si studiava molto a quei tempi. Frequentavo una classe in cui la conduzione da parte dei docenti recava un’impronta forte e autoritaria, con poche eccezioni. È doveroso ricordare, però, che eccezioni ci furono e in qualche caso si tratta di docenti che hanno lasciato un segno importante nella mia formazione. Non posso non ricordare, al riguardo, la figura di Don Luigi Farinelli, docente di Religione. Si appoggiava a un libro di testo, forse introdotto per la prima volta quell’anno, che costituiva ai tempi una proposta editoriale avanzata. Non si limitava, infatti, ad un’esposizione della dottrina e a qualche riferimento ai testi sacri, come era d’uso, ma avvicinava ai temi ritenuti nodali suscitando la riflessione, la motivazione all’approfondimento e la formazione di un pensiero personale. Non conteneva risposte date a priori e fu il primo libro che mi aiutò a pensare. Ancora oggi riconosco la validità di quel testo così aperto, capace di coinvolgimento e orientato allo sviluppo dello spirito critico in anni in cui questo non era riconosciuto certo come un valore. L’ora di religione fu, nel corso della classe IV, un vero spazio di dialogo in un contesto in cui il dialogo mancava.

In ambito extrascolastico le opportunità per i giovani erano scarse. Nessuno, d’altra parte, avrebbe mai messo in discussione che il dovere fondamentale per uno studente fosse lo studio.

Io avevo incominciato a frequentare Gioventù Studentesca della cui attività ero venuta a conoscenza tramite un volantino che era stato distribuito durante l’intervallo. Fu la prima volta che ebbi un volantino tra le mani. Allora faceva presa perché non costituiva ancora un canale comunicativo usuale ed io ne rimasi favorevolmente colpita, sia per la novità, sia perché fu cordiale l’approccio di chi me lo consegnò.

Ha senso che io richiami l’esperienza di Gioventù Studentesca, durata più o meno quattro anni e che si accompagnò, ad un certo punto, ad un avvicinamento al movimento degli studenti. Fece seguito, in anni successivi, la militanza in una delle formazioni della“ nuova sinistra”. Ha senso, perché ci fu per me un rapporto tra il prima e il dopo, non una perfetta cesura, in quanto si svilupparono nel corso di quella prima forte esperienza alcune motivazioni e dimensioni di vita che, sia pure rivolte a obiettivi diversi, alimentarono anche le scelte successive.

Ricordo che coesistevano nella pratica e nella visione di Gioventù Studentesca caratteri e aspetti differenti tra di loro. Non saprei dire se ci fosse in qualche modo una coerenza interna poiché non ho mai approfondito. Riesco a cogliere, a distanza di anni, una visione tendente ad appropriarsi della sfera personale e ad orientarla, nella pluralità dei suoi ambiti espressivi, verso i modelli che venivano validati all’interno della stessa comunità. Era quello che più tardi sarebbe stato chiamato integralismo. Anche il linguaggio era chiuso, a tratti poteva apparire quasi iniziatico, tale da non favorirne la comprensione da parte di chi non aveva condiviso le stesse esperienze. Rispetto a chi praticava altri percorsi o semplicemente non era interessato alle proposte, si poteva cogliere, non di raro, il modo di porsi di chi si sentiva più avanti e nel giusto.

Devo dire, però, che Gioventù Studentesca fu, nel contempo, spazio di importanti aperture. Fu lì che ebbi la prima volta un’informazione significativa di quanto si stava affacciando sulla scena nazionale e mondiale. Ricordo, ad esempio, l’incontro organizzato con un gruppo di studenti dell’Università Cattolica e dedicato proprio alla contestazione studentesca, finalizzato a conoscere meglio ciò che stava succedendo. Gioventù Studentesca poneva attenzione, inoltre, ai fermenti e ai segnali di rinnovamento, e furono molteplici, che si stavano delineando all’interno della Chiesa, ne promuoveva la conoscenza e mostrava di condividere il bisogno emergente della partecipazione. A livello locale, fu promotrice di alcune iniziative che andavano nella direzione della valorizzazione dei giovani, del dialogo con l’autorità religiosa, dell’impegno nel contesto locale. Cito, per portare un esempio concreto, alcuni momenti assembleari di incontro tra i giovani della comunità parrocchiale e l’Arciprete di Sondrio. Ebbero un grandissimo successo.

Alla domenica si andava insieme alla messa delle 11.30 nella chiesa di San Rocco. Era celebrata da Don Luigi Farinelli che alcuni di noi già conoscevano come insegnante. Dotato di ottime capacità dialettiche, era capace di smuovere le coscienze con la sua parola chiara e incisiva. E questo effettivamente successe perché non proponeva il modello di un cristianesimo accomodante e arrendevole.

In un certo periodo aveva dato ai fedeli la possibilità di intervenire con un contributo personale al termine dell’omelia, secondo una pratica innovativa che era stata introdotta contemporaneamente in qualche altra chiesa della provincia, e questa opportunità fu colta. Ci fu chi scelse di leggere la testimonianza di un gruppo di donne dell’America Latina, dove Papa Paolo VI si era da poco recato in viaggio apostolico. Era una testimonianza drammatica riguardante le condizioni di vita. Ricordo perfettamente che ci fu reazione in chiesa e che alcuni fedeli, evidentemente disturbati dalla novità, uscirono. Non mancò un seguito. La domenica successiva Don Farinelli non era al suo posto e non lo trovammo più a celebrare la messa delle 11.30. Chi lo sostituì si premurò di comunicare ai fedeli che la settimana precedente “era stata umanizzata troppo la messa”. È superfluo dire che la breve stagione degli interventi finì.

È rimasto vivo in me il ricordo di quella circostanza perché emblematico dei tempi. Chi dissentiva, chi non si manteneva nell’alveo della tradizione, chi si poneva con spirito critico, in un modo o nell’altro era chiamato a rispondere del proprio operato.

Frequentando Gioventù Studentesca, sentii parlare per la prima volta di Don Lorenzo Milani e ne trassi la motivazione a leggere vari suoi scritti. Condivido l’opinione di chi ha sottolineato quanto forte sia stata l’influenza di Don Milani e della sua scuola di Barbiana nelle vicende dei movimenti studenteschi di quegli anni. “Lettera a una professoressa” ebbe un forte impatto sul mondo della scuola che assunse il testo a riferimento più di qualunque altro a carattere ideologico.

Un’ altra apertura importante fu quella alle problematiche che si stavano delineando e dibattendo allora su scala mondiale. Conobbi la casa Editrice Jaca Book della quale venivano presentate, nell’ambito di Gioventù Studentesca, le proposte librarie. Ho conservato quasi tutti i libri acquistati. Sono attinenti alle problematiche del terzo mondo, della decolonizzazione, dell’America Latina, delle istituzioni totali, tutti temi destinati a diventare strategici negli anni successivi.

Incominciai a leggere dei saggi, un genere che si affermò molto in quegli anni e che accompagnò, da un punto di vista editoriale, l’approccio alla lettura della realtà e delle trasformazioni in corso, nonché la prefigurazione dei cambiamenti possibili. I saggi contribuirono ad allargare gli orizzonti e a favorire, nel caso di molti, la formazione di una coscienza orientata in senso sociale e politico.

Tra le iniziative organizzate da Gioventù Studentesca, vi furono anche la pubblicazione del periodico“ Il Mallero” e l’organizzazione del cineforum presso il cinema dei Salesiani. Quest’ultimo era frequentatissimo e costituì per gli studenti una notevole offerta culturale con la proposta di film di alto profilo.

“Indovina chi viene a cena”, film di Stanley Kramer del 1967, proiettato al cineforum più o meno un anno dopo, fu un film di grande risonanza, che interpretò pienamente i tempi. La conquista dei diritti civili da parte dei neri degli Stati Uniti, infatti, fu un processo di quegli anni e arrivò al suo pieno compimento proprio nel 1968. Grandi applausi salutarono nel 1969 la proiezione del film“ Z, l’orgia del potere” di Costa Gavras a cui fece seguito un dibattito intenso e appassionato, pienamente rivelatore del nuovo spirito dei tempi.

È rimasto qualcosa del mio percorso di allora che si è travasato poi nell’esperienza di partecipazione al movimento degli studenti e successivamente di avvicinamento alla politica?

Ritengo di sì, come ho già affermato non ci fu cesura. Ci sono state dimensioni importanti, attinenti alla formazione complessiva della persona, che hanno incominciato a svilupparsi a quel tempo e che in seguito si sono rafforzate e radicate nella specificità di nuovi contesti. Mi sento di richiamare soprattutto questo: la capacità di assumere la responsabilità delle scelte, la dimensione collettiva, intesa come senso di appartenenza ad una comunità più vasta, la motivazione all’impegno verso questa stessa comunità.

Altri frequentanti di Gioventù Studentesca parteciparono, come me, al movimento degli studenti per approdare poi alla militanza in una formazione di sinistra. Qualcuno rimase coerente alla propria formazione cattolica nel passaggio alla politica, altri, come me, se ne distaccarono.

Morivano assassinati in quell’anno 1968 Martin Luther King e Robert Kennedy. “La forza di amare “ di King fu, se ben ricordo, il primo testo a carattere non propriamente letterario che io lessi. L’opera menzionata fu un altro libro che contò per la parte più impegnata della mia generazione. Ci sono passaggi del testo che, a distanza di anni, non ho dimenticato.

Nel 1968, frequentavo, come ho già detto, il Ginnasio. A scuola si respirava un clima autoritario. Non veniva concesso spazio espressivo, se non da parte di alcuni docenti che avevano, nell’insieme, poche ore. Le lezioni si svolgevano in modo intenso, secondo una rigida successione di spiegazione e verifica. La relazione docente-discente era impostata in modo gerarchico, tale da rendere evidente la distanza tra i ruoli, che era nello stesso tempo forma e sostanza della relazione. Il dialogo, conseguentemente, non aveva spazio, se non limitatamente alle eccezioni già segnalate.

Fu nel breve periodo in cui fu Ministro della Pubblica Istruzione Fiorentino Sullo, a cavallo tra la fine del 1968 e l’inizio del 1969, che venne introdotta l’innovazione dell’assemblea di istituto, che inizialmente fu pomeridiana, non in orario di lezione. Vi partecipavano solo gli studenti seriamente motivati. Non si saltavano lezioni e, naturalmente, bisognava recuperare lo studio in altro orario. Proprio in tale ambito prese avvio una lettura della situazione dell’istituto, con particolare riguardo alla relazione autoritaria, al sapere che veniva trasmesso, ritenuto lontano dalla vita reale e proposto in forma acritica, alle modalità di controllo del comportamento degli studenti e di verifica degli apprendimenti. Dietro lo stimolo dell’assemblea, si affermarono con maggiore decisione e incisività gli interventi degli studenti nelle classi, fino a quel momento timidi ed episodici, volti ad un’analisi critica dello stato delle cose e a proporre dei cambiamenti. Nella mia classe eravamo in pochi a fare questo, tre o quattro al massimo. Non era facile intervenire poiché comportava assumersi delle responsabilità personali, anche per conto di chi condivideva, ma non si sentiva di esporsi. C’erano poi più compagni che si ponevano fuori da queste cose o che non si erano ancora formati un’opinione.

Gli insegnanti avvertirono, più o meno consapevolmente, che qualcosa stava cambiando. Il riconoscimento della componente studentesca come soggetto che si esprimeva nell’assemblea costituiva, infatti, qualcosa che andava ad intaccare i presupposti su cui si basava l’ordine esistente. Mentre qualche docente dava segno di disponibilità a confrontarsi con il nuovo che avanzava, altri avvertirono che incominciava ad essere minato il terreno su cui avevano potuto procedere da sempre in modo sicuro e in piena autoreferenzialità. Lo avvertirono e reagirono come chi doveva difendere una posizione personale. Ci fu qualcuno che, pertanto, accentuò i caratteri autoritari anziché smussarli.

L’assemblea studentesca fu in quegli anni anche un importante ambito di sviluppo di competenze socio-comunicative: la capacità di intervenire in pubblico, che non era cosa da poco in anni in cui si era piuttosto educati a tacere, di sostenere un punto di vista, di formarsi un’opinione personale tenendo conto dei contributi degli altri, la capacità di cogliere i punti nodali di un dibattito e di condurli a sintesi. Sono competenze importanti che, per chi scelse l’impegno politico, arrivarono ad una più completa maturazione negli anni successivi. Alcuni riuscirono a svilupparle meglio di altri, anche in modo ammirevole, e le misero opportunamente a frutto nei vari contesti in cui poi operarono. Sono competenze che le generazioni successive non hanno maturato allo stesso modo, a mio giudizio perché sono venute meno in seguito le motivazioni e la forte tensione ideale che prima le avevano alimentate.

Riprendendo in mano un libro letto in quegli anni, vi ho ritrovato riposto un volantino a firma“ Il Movimento Studentesco del Liceo Classico”. Non è del ’68, ma, verosimilmente, di un paio di anni più tardi e rispecchia in modo significativo la scuola del tempo. Ne riporto un estratto.

“Nel clima di proclamata lealtà e di dialogo tra professori e studenti si registra la comparsa di note sul diario di classe all’insaputa degli interessati. È questa la fiducia reciproca di cui si parla?”

Viene segnalato nel volantino un aspetto di indubbia criticità quale la mancanza di informazione a uno studente di un rapporto disciplinare che lo riguarda. Oggi corrisponde a un principio giuridico ed educativo pienamente affermato che lo studente debba avere notizia del provvedimento, ma allora non era affatto ovvio. Vigeva la prassi di tenere nascosto, di non far sapere e a questo si oppose la rivendicazione, da parte degli studenti, di essere informati.

Ripensando a quel tempo, sorge in me anche l’esigenza di una riflessione, suscitata indubbiamente dalla professione che ho sempre svolto nella scuola. L’impostazione educativa di allora partiva dal presupposto che solo la severità, esercitata all’interno di una rigida codificazione dei ruoli, potesse suscitare serietà di impegno e spronare ad ottenere i migliori risultati possibili. Non è così. Sfuggiva completamente il ruolo delle relazioni che si instaurano tra docenti e alunni, relazioni che, se serene ed equilibrate, possono concorrere a determinare un clima favorevole all’apprendimento, a suscitare motivazione e ad infondere sicurezza. Per la maggior parte degli insegnanti, essere severi era invece una condizione necessaria all’esercizio del proprio ruolo. Non esserlo voleva dire credere di perdere terreno, in sostanza di aver meno dignità professionale.

Su come si manifestava nella scuola la relazione autoritaria, scrissi in quel tempo un articolo sul periodico di Gioventù Studentesca “ Il Mallero”. Lo scrissi, naturalmente, secondo la mia sensibilità di allora, ma, pur con qualche preoccupazione riguardo alle possibili conseguenze, non omisi di riferire elementi significativi concreti che facevano luce sullo stato delle cose. Fu uno scritto coraggioso, tenuto conto dei tempi, suscitò reazioni nella scuola e se ne parlò fuori. Fu l’unica volta, credo, che non mostrai il giornale in famiglia, timorosa delle reazioni, ma i miei vennero a saperlo per altre vie. Le reazioni ci furono, naturalmente. Allora la famiglia non metteva in discussione l’opera della scuola.

Per concludere, è bene ricordare che nel ’68 non si verificò nulla, nel contesto cittadino sondriese, di simile a quanto si verificò nelle grandi realtà cittadine, specialmente a Milano e a Roma, nelle scuole e nelle università. Non ci furono occupazioni, non ci furono azioni di ampia portata, ma solo circoscritte e collegate ad alcune rivendicazioni ritenute fondamentali. La spinta antiautoritaria, a mio giudizio, fu quella più evidente, per lo meno nel mio contesto scolastico di appartenenza. Anche se furono di portata contenuta, noi studenti fummo generalmente in grado di attribuire valore alle azioni di volta in volta intraprese e che implicavano la prima nostra affermazione in qualità di soggetti. Tali azioni, pur “modeste”, prefiguravano dimensioni e significati destinati a pervenire, negli anni successivi, ad una più chiara consapevolezza e maturazione e a saldarsi con le spinte sviluppatesi in tutti gli ambiti sociali e istituzionali, assumendo una prospettiva globale. Nelle piccole cose si racchiudeva in embrione qualcosa che sarebbe diventato molto più grande ed era già chiaro che non ci sarebbe stato un ritorno all’indietro.

Non so quanto siamo riusciti a costruire agli inizi, forse è stato poco. Ma certamente il movimento degli studenti, nella sua espressione nazionale, riuscì ad attivare in vasti ambiti professionali e istituzionali spinte importanti che contribuirono a preparare il terreno alle riforme che seguirono.

Sono convinta che ogni generazione prepari per la successiva qualcosa su cui questa stessa potrà basarsi per costruire secondo i propri obiettivi ed affrontare i problemi del suo tempo. Gli studenti di ieri hanno contribuito in modo determinante a preparare il terreno su cui sono riuscite ad affermarsi successivamente libertà espressiva, forme di partecipazione e un pieno riconoscimento degli studenti come soggetti. Questo ritengo sia stato l’apporto più importante della mia generazione.