Sergio

La voglia di capire era forte

 

Verso la stagione dei movimenti

La mia famiglia era composta da me, mia sorella e i miei genitori. Mia madre era casalinga e mio padre guardia giurata, ambedue con il titolo di studio di licenza elementare. Mio padre agli inizi del ’45, a 19 anni, aderì alla 40° brigata Matteotti, formazione partigiana che operava prevalentemente sul versante orobico tra Caiolo e Tartano. A seguito della liberazione alcune formazioni partigiane vennero assorbite nella polizia, lui fu assegnato  alla sezione ferroviaria. Sul finire degli anni ’40 i ranghi provenienti dalle formazioni partigiane furono messi nelle condizioni di lasciare il corpo a seguito di ordini di trasferimento in zone disagiate e/o operative nel sud d’Italia (lotta al bandito Giuliano, mafia, ecc.). Mio padre trovò quindi lavoro come guardia giurata notturna a Milano, pendolare giornaliero tra la Valtellina e Milano. Il nuovo lavoro non era meno pericoloso di quello che  gli sarebbe stato assegnato se fosse rimasto nella polizia: erano gli anni della “mala” a Milano e ricordo che diverse volte tornò a casa ferito e in un paio di occasioni il suo compagno di pattuglia perse la vita. Negli anni ’60 trovò un lavoro finalmente più tranquillo e perlomeno vicino a casa: passò al servizio portineria della Tessitura Fossati a Sondrio.

Tutta la famiglia finalmente si poteva riunire in occasione dei pasti, che erano un momento conviviale ma anche di discussione intorno alle varie problematiche familiari e di commento sulle vicende politiche nazionali e locali. I miei genitori votavano a sinistra, pur non essendo iscritti ad alcun partito, e il loro punto di vista era favorevole alle nuove rivendicazioni sociali che si delineavano nel panorama nazionale di quegli anni. Così come frequenti erano i racconti del periodo dell’ultima guerra e l’angoscia ancora non sopita per le nefandezze perpetrate, anche  a livello locale, dalle formazioni fasciste. Nel marzo 1945 un fratello di mio padre morì in un campo di concentramento in Germania e i racconti degli stenti e vessazioni subite dai prigionieri rinchiusi in quei campi mi interessavano e mi coinvolgevano molto. Così come erano frequenti in famiglia i racconti delle attività e vita  partigiana di cui mio padre fu testimone.

L’educazione dei figli era però sostanzialmente a carico della madre.

Verso il finire degli anni ’60 da puro uditore e comunque interessato ai racconti dei miei genitori, cominciai a partecipare in modo più attivo agli usuali scambi di opinione durante i pasti  familiari e si cominciò a delineare in famiglia qualche posizione di conflitto generazionale, anche perché come adolescente, tendevo ad idealizzare le varie tematiche sociali contro le posizioni  dei miei genitori più caute o, come dicevano loro,  più ”realistiche”.  Una frase scontata che dava adito ad accese discussioni era: ”Stai lontano dalla politica attiva che è una cosa sporca”. Ma sotto sotto  condividevano il mio entusiasmo tant’è che non hanno mai ostacolato qualsiasi mia attività politica successiva.

 

A scuola all’ITI

Nel 1967 venne ucciso “Che Guevara” e ricordo che questo episodio mi colpì molto perché  questo personaggio, ancora vivente, affascinava i giovani per le sue lotte a favore della liberazione dei popoli oppressi. Sapevo poco di lui, ma l’alone di eroe popolare che lo circondava era grande, ne sono dimostrazione le grandi manifestazioni che si sono svolte in Italia,  e non solo, alla notizia della sua uccisione in Bolivia.

Nel ’68 avevo sedici anni e da allora mi sono progressivamente avvicinato alla partecipazione e al sostegno delle nuove tematiche politico-sociali che sono esplose in quel periodo. Frequentavo l’ITI di Sondrio, una scuola che garantiva un diploma e quindi la possibilità di immettersi nel mercato del lavoro con una qualifica professionale. L’idea di frequentare l’università, a cui allora era possibile accedere solo dopo aver frequentato i licei, non era nemmeno contemplata. Già la frequentazione di un istituto superiore rappresentava un sacrificio economico non indifferente per la mia famiglia.

Il mio coinvolgimento nelle tematiche sociali cominciò con la lettura del libro di don Lorenzo Milani Lettere a una professoressa che circolava a scuola verso la fine del 1968, introdotto da un compagno di classe più vecchio di noi di un paio d’anni, che frequentava GS, acronimo per  Gioventù studentesca.

Gli ideali della Scuola di Barbiana ci affascinavano e coinvolgevano: costituire un’istituzione inclusiva, democratica, con il fine di far arrivare, tramite un insegnamento personalizzato, tutti gli alunni a un livello minimo d’istruzione,  garantendo l’eguaglianza fra gli studenti con la rimozione di quelle differenze che derivavano da censo e condizione sociale. Idee che stimolarono forti discussioni fra noi studenti. Ci si riconosceva in quel modello scolastico anche perché l’ITIS era frequentato prevalentemente da figli di operai o tecnici che ambivano a un diploma.

Nel contempo arrivarono a Sondrio gli echi di quanto stava avvenendo nel mondo studentesco ed operaio del continente europeo comprese le  città italiane sedi di Università o di fabbriche importanti. Da lì l’esigenza di capire cosa stesse succedendo e le parole d’ordine dei movimenti sindacali e studenteschi cominciarono ad attirare il nostro interesse. Così come la richiesta di libertà ed autodeterminazione di alcuni popoli: Vietnam, Cecoslovacchia, Polonia, ecc.,  l’orrore verso gli effetti dei bombardamenti americani sul Vietnam…

 

Verso l’università di massa

Inizialmente fu un’adesione ideale alle tematiche dei movimenti studenteschi ed operai. Nel giro di pochi mesi però cominciammo ad auto-organizzarci e a chiedere la possibilità di discutere queste tematiche dentro la scuola.  Vivo era il sentimento antifascista generale e ben pochi studenti dell’ITIS manifestavano tendenze di destra. Esisteva qualche sacca minoritaria qualunquista ma che incideva poco sul comune sentire degli studenti in quel periodo.

Rivendicammo con degli scioperi la possibilità di riunirci in assemblea e una volta ottenuto tale diritto le assemblee furono sempre molto partecipate.  Seguendo l’onda nazionale cominciammo ad aderire a tutti gli scioperi studenteschi indetti a carattere nazionale facendo nostre, in particolare, le rivendicazioni contro la scuola di classe e quelle per una maggior democrazia e partecipazione degli studenti dentro la scuola e degli operai dentro il mondo del lavoro. Ci furono diverse proteste contro la repressione che si esercitava durante molti cortei operai e studenteschi nelle altre città italiane, purtroppo anche con morti e feriti fra i manifestanti.

Le lotte degli studenti portarono ad aprire le porte dell’Università a tutti gli studenti senz’alcuna distinzione tra le tipologie di diploma: questo fu l’effetto rivoluzionario della legge Codignola (deputato socialista), approvata l’ 11 dicembre del 1969, sulla scia della lunga ondata di rivendicazioni dei movimenti studenteschi del ’68; fino a questa data, l’accesso al mondo universitario era permesso esclusivamente, come già accennato, agli studenti che si fossero diplomati al liceo. Per quel che riguarda le agevolazioni per le famiglie di reddito più basso va ricordato che solo con due leggi, la legge 14 febbraio 1963 n. 80 e la legge 21 aprile 1969 n. 162, vennero introdotte nell’ordinamento italiano una serie di innovazioni  quali l’attribuzione agli studenti, a determinate condizioni (reddito e merito, quest’ultimo abolito con la legge del ’69), di un diritto soggettivo ad ottenere l’assegno di studio universitario”, e per coloro che avevano determinate condizioni di reddito e erano in regola con gli esami, l’esonero dal pagamento delle tasse universitarie.

Nacque così l’università di “massa”, fenomeno che interessò gran parte dell’Europa e che vide crescere negli anni successivi il numero degli iscritti agli atenei.

E’ in questo contesto di rivendicazioni sull’apertura delle scuole italiane alla società che si organizzò nei primi mesi del 1970 l’occupazione  e l’autogestione delle attività di alcuni istituti scolastici superiori di Sondrio, fra cui anche quello dell’ ITIS, per richiedere la riforma della scuola superiore, l’abolizione dell’impronta classista dell’istruzione, per una scuola più partecipativa e meno nozionistica e per protestare contro la repressione della polizia nei confronti del movimento.

Grazie alle conquiste sopra accennate mi fu possibile iscrivermi al Politecnico di Milano nel 1971, trovando alloggio alla Casa dello studente di viale Romagna e beneficiando del presalario.

La mia attività politica successiva si svolse prevalentemente in Valle in quanto presso il Politecnico non erano attive formazioni politiche  a me affini.

 

L’adesione al Manifesto

Nel settembre del ’70 uscirono sulla rivista le Tesi del Manifesto per il comunismo nelle quali veniva avanzata una piattaforma politica per l’unità della sinistra rivoluzionaria e si caldeggiava la costituzione di una forza politica che si fondasse sui militanti dei movimenti di massa per dare una risposta politica a questi movimenti.

Le tesi del Manifesto attirarono l’attenzione e l’interesse di diversi militanti del movimento studentesco ed operaio e per questo anche a Sondrio un gruppo di studenti e insegnanti decise di riunirsi in casa di alcuni di loro (ricordo Colella, Bettini, ecc.) per leggerle e commentarle collettivamente.

Alcuni partecipanti a questi incontri, fra cui il sottoscritto, si riconobbero in quelle analisi e quando subito dopo il Manifesto si costituì in movimento politico vi aderirono e con altri compagni fondammo la sezione di Sondrio con sede in via Parravicini 18.

Vi aderirono successivamente diversi studenti, insegnanti e qualche operaio.

Nel contempo a Sondrio era attiva anche una sezione di Avanguardia Operaia (AO) che organizzava un discreto numero di militanti.

Il fermento partecipativo e di cambiamento sociale di quegli anni aveva interessato pressoché tutta la Valtellina con la costituzione di diversi comitati unitari (di cattolici e non) in molti paesi valligiani.

Per quel che mi riguarda militai dalla fine del 1970 nel Manifesto (anno della sua costituzione in movimento politico) e  successivamente dal luglio 1974 nel PdUP per il Comunismo a seguito dell’unificazione del Manifesto con altre formazioni e gruppi politici di sinistra (Manifesto, Pdup e Movimento autonomo degli studenti di Milano di Capanna). Il primo congresso provinciale del Pdup per il comunismo fu celebrato presso i locali del circolo Rosselli  di Sondrio il 17 gennaio 1976.

La militanza nel Pdup per il comunismo durò fino alla fine del 1977, anno in cui si verificò la scissione fra i gruppi dirigenti degli ex Manifesto e gli ex Pdup. A questo punto decisi di lasciare la militanza non condividendo l’atteggiamento scissionistico e non costruttivo che caratterizzava in quel periodo l’attività di molti soggetti dei gruppi dirigenti dei partiti e movimenti alla sinistra  del PCI. Questi atteggiamenti, giustificati “ufficialmente” da diverse letture della situazione politica  del momento e da divisioni sul futuro del movimento” hanno portato a profonde lacerazioni fra i militanti anche a livello di relazioni personali. A questo si aggiunse l’inizio della mia attività lavorativa che comportò trasferimenti in diverse città e successivamente a frequentissimi viaggi in giro per l’Italia e il mondo. Tutto ciò non mi ha permesso per molto tempo di avere relazioni sociali stabili sul territorio.

 

Una vera e propria rivoluzione culturale

Per le lotte più significative intraprese a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso rimando alla cronologia dove è possibile trovare una descrizione abbastanza dettagliata.

Il movimento così detto del ’68 fu una vera e propria rivoluzione culturale della nostra società. I vecchi schemi e impostazioni delle relazioni sociali e della cultura dominante di allora sono saltati nel giro di due anni. La partecipazione delle persone alla vita sociale e politica nelle assemblee studentesche, operaie e nella società in genere ha portato a un repentino e sostanziale cambiamento nelle relazioni sociali. Tanto che le organizzazioni reazionarie hanno fatto ricorso a tutti i mezzi leciti e non leciti (attentati terroristici, tentativi di golpe, ecc.) per cercare di arrestare questa richiesta enorme di cambiamento della società del nostro paese.

Il cambiamento nei fatti c’è stato a livello di costumi, cultura e nel sentire politico, grazie anche al grande fermento di idee e di discussioni assembleari partecipate in quel momento storico. Senza il grande movimento della fine anni ‘60 e inizio ’70 del secolo scorso non ci sarebbero state, a mio parere, le grandi conquiste sociali e politiche che hanno trasformato la società italiana (maggior democrazia negli ambienti di studio e lavoro, movimento di liberazione della donna, visione più laica della società, ecc.).

Grazie ai movimenti di lotta e di ribellione di quegli  anni, la società italiana si è trasformata  così da una società bigotta, maschilista e ancora permeata di molti aspetti della cultura fascista in una società più aperta. Gli ambienti di studio e di lavoro da luoghi di forte autoritarismo si sono parzialmente aperti diventando luoghi di discussione e di conquiste sociali. Sono successi anche  eventi come la nascita del femminismo, l’ecologia, i nuovi consumi, che hanno coinvolto moltissimo la società nonostante il fatto che il partito dominante della sinistra (il PCI) purtroppo non si esprimeva su questi temi. Ovviamente i poteri dominanti hanno assunto, di quella rivolta, solo quanto non era per loro particolarmente pericoloso: libertarismo nei costumi, un po’ di antiautoritarismo, una riduzione dell’idea di libertà a una dimensione puramente individuale…

Da qui il riflusso dalla grande speranza di un cambiamento radicale della società e dei suoi valori di riferimento.

 

La spinta propulsiva si affievolisce

Nella seconda metà degli anni ’70 la forte spinta propulsiva di massa al cambiamento è andata via via affievolendosi.  In quegli anni fui estremamente critico verso i partiti tradizionali della sinistra per non aver saputo/voluto valorizzare la spinta propulsiva ad un cambiamento dei rapporti sociali, dentro e fuori il mondo del lavoro,  ingenerata dai movimenti del ’68. Fui altresì estremamente critico  verso la deriva settaria delle organizzazioni a sinistra del PCI e allo spostamento delle dispute politiche  esclusivamente su un piano puramente teorico e molto ideologizzato. L’occasione per una trasformazione in profondità della società fu perduta soprattutto per la sordità rispetto a quella insorgenza giovanile delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, in particolare del PCI. Ne sono derivati debolezze, errori e, alla fine, sbandamento, delusione ed estremismo.