Floriana

Un ’68 tra via Lavizzari e largo Gemelli

Sondrio

Sono nata in una famiglia cattolica non integralista: mia madre, maestra, era presidente di Azione Cattolica, mio padre, maresciallo maggiore di fanteria, fu prima segretario e poi presidente dei Comitati Civici che a Sondrio furono chiusi, proprio intorno al 68, per decisione dell’arciprete Fogliani in armonia con lo spirito del Concilio ecumenico. Il fondatore dei Comitati, Luigi Gedda, era espressione dell’ala più conservatrice della Chiesa: dalle elezioni del ’48 aveva lavorato per radicalizzare la contrapposizione tra la DC e i partiti di sinistra, denunciando il pericolo comunista. La decisione dello scioglimento fu accolta con spirito di obbedienza da mio padre. I miei genitori non si opposero alle mie scelte sessantottine, anche se ne avevano timore: timore che abbandonassi la fede e le prescrizioni della Chiesa in tema di sessualità. Firmarono per l’abolizione della legge sul divorzio, consapevoli del voto favorevole alla legge di tutti i loro 6 figli nel successivo referendum del ‘74. Non ricordo discussioni sul mio impegno politico e poi sindacale (CGIL), anche se penso non ne fossero entusiasti. Nel complesso vissi un modello educativo tollerante e rispettoso. Mi dispiace che non ci fosse da parte mia interesse alla storia da loro vissuta: mio padre aveva collaborato con i partigiani, rimanendo però sempre tenace avversario del partigiano comunista Nicola, comandante della brigata Garibaldi. Il suo anticomunismo mi creava disagio. Ora, con maggior serenità e consapevolezza, mi piacerebbe discutere con lui la sua autobiografia Con i partigiani in Valtellina.

Come molti studenti, durante le scuole superiori, partecipai a Gioventù Studentesca (GS): preghiere quotidiane prima delle lezioni nella sede dell’ex scuola media Sassi, incontri settimanali con il famoso ‘raggio’, vacanze estive e invernali. Mi sembra di ricordare che noi studenti di GS ci sentissimo superiori ai nostri compagni di classe: un atteggiamento poco evangelico.

Nel 1967, al primo anno di Università, con gli studenti sondriesi cattolici, in particolare con quelli che provenivano da GS e che nel cambiamento di scuola e di città avevano maturato un atteggiamento critico verso l’esperienza precedente, trovai in Don Abramo un riferimento importante non solo religioso. La sala sopra il cinema Excelsior era la sede dei nostri incontri del fine settimana. Nel 1968 fu sostituita dal salotto di Don Abramo presso la Casa di riposo Sacra famiglia in via Lavizzari. I temi in discussione in quegli anni erano i documenti conciliari letti utilizzando la stampa cattolica e non. Partecipammo con convinzione agli incontri, organizzati dalla Parrocchia nell’auditorium dei Salesiani, con alcuni Padri conciliari. Si discuteva di pace, di povertà e del ritardo della Chiesa a confrontarsi con la modernità. Importanti per la ‘cultura’ del gruppo furono le due settimane di studio nell’estate e nell’autunno 1967. A Saint Jacques, in Valle D’Aosta, analizzammo Il Racconto del Pellegrino, autobiografia di Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti. Il testo ci fece capire che si poteva vivere da cattolici dentro una Chiesa rigidamente disciplinata, mantenendo la nostra libertà d’azione. A Sotto il Monte, dove viveva padre Davide Maria Turoldo, il frate servita allora osteggiato dalla Chiesa, i testi in discussione furono L’obbedienza non è più una virtù di Don Milani e quelli del filosofo Felice Balbo, cattolico e comunista militante, impegnato in un progetto di rifondazione della politica. Le lezioni di Don Milani sulla ricerca del consenso che deve basarsi sulla fedeltà alla verità, il suo antimilitarismo e il suo forte sostegno ai più deboli ben si sposavano con le idee di Felice Balbo che definiva il potere orgoglio e vanità. Questa la preparazione particolare del nostro gruppo alla contestazione che sarebbe esplosa l’anno successivo: tenevamo nelle nostre tasche il libro di Don Milani e gli 8 punti sull’umiltà di Felice Balbo.

Milano

Nel ’68 avevo 21 anni ed ero al secondo anno di filosofia. L’occupazione dell’Università Cattolica, decisa dall’assemblea per l’aumento delle tasse universitarie, fu la mia prima esperienza politica. Entusiasta fu la mia adesione al Movimento Studentesco come convinto fu l’abbandono di GS, divenuta poi Comunione e Liberazione.

Ricordo la lettura di Lettera a una professoressa di Don Milani nei pressi delle tende dove vivevano gli studenti, anche sondriesi come Vero Tarca, espulsi dai collegi universitari della Cattolica, dopo l’occupazione dell’Università. Lo slogan ‘contro la scuola di classe’ divenne parte centrale della carta rivendicativa che veniva letta in tutte le aule durante le lezioni. Diversi gli atteggiamenti dei professori a questa ‘intrusione’. Alcuni lasciarono fare, altri discussero con i presenti. Il professore di storia romana Albino Garzetti di Bormio si ostinò a continuare la sua lezione e poco dopo si ritirò dall’insegnamento. Lettera a un professoressa, i libri di e su Guevara, la figura di Camillo Torres, il prete guerrigliero colombiano morto in battaglia l’anno precedente, mi fecero decidere per la sinistra.

Partecipavo con entusiasmo alle occupazioni e alle proteste per le ‘serrate’ dell’Università e alle manifestazioni cittadine. Ricordo in particolare quelle contro la guerra del Vietnam con l’intervento pesante della polizia, i lacrimogeni e la ricerca di rifugi da parte dei manifestanti (una volta ci precipitammo nella chiesa di San Babila) A quella contro Nixon che era in visita a Milano, al primo squillo di tromba ero già sul tram! (Terrore vero). Alla manifestazione del Movimento davanti all’Università ‘serrata’, che provocò l’immediato intervento della polizia (la caserma era a pochi metri dall’Università), era presente Don Abramo Levi che, nonostante l’invito dei poliziotti a spostarsi nella zona ‘liberata’, rimase con noi studenti ancora sotto tiro. Per la cronaca si trattava della famosa battaglia di Largo Gemelli.

Sondrio

Luogo di ritrovo di noi universitari, non tutti cattolici, divenne dalla fine del ’68 l’antica officina di un fabbro collocata al pian terreno dell’abitazione di Don Abramo, in via Lavizzari. Lo spostamento del luogo dei nostri incontri dal suo salotto era stato necessaria perché le riunioni si protraevano fino a tarda sera e il gruppo si era allargato: studenti della facoltà di sociologia di Trento, della Cattolica e della Statale di Milano discutevano con quelli delle scuole superiori della città che sarebbero poi diventati i protagonisti del movimento studentesco di Sondrio. NO AI PRETI COMUNISTI: questa scritta apparve sul muro della casa di riposo, senza suscitare né scandalo né preoccupazione in Don Abramo e nelle suore. La frequentazione di don Abramo Levi, per molti di noi, continuerà fine alla sua morte.

Nei primi mesi del ’69 il Movimento Studentesco affittò un locale all’inizio di via Scarpatetti, sulla cui parete di fondo troneggiava una grande e bellissima pantera disegnata dal fotografo Giona. La vicinanza fisica dei due luoghi credo che favorisse gli scambi di idee. Questa sede non durò molto, poi dovemmo spostarci.

Negli anni 69-71 si creò un altro punto di riferimento presso un freddo appartamento in via Parolo: dell’affitto si era fatto garante Don Abramo. L’appartamento era necessario per un’iniziativa simile a quella che molti sessantottini presero in altre città italiane. La lettura di don Milani, in particolare di Lettera a una professoressa, convinse alcuni del gruppo, non solo universitari, a organizzare corsi per adulti che non avevano la licenza media. Gli ‘studenti lavoratori’ provenivano anche dai paesi vicini e superarono tutti gli esami (io insegnavo con una certa faccia tosta inglese). L’esperienza si concluse nei primi anni settanta, quando la scuola statale organizzò i corsi delle 150 ore. Finita l’esperienza molto positiva con gli adulti, l’anno successivo ci impegnammo in corsi di recupero per ragazzi che frequentavano la scuola media unica da poco istituita. Le aule si riempivano di ragazzi provenienti da tutti i quartieri della città, soprattutto dalle famiglie in difficoltà economiche e culturali. Gli stessi locali diventavano la sera luogo di discussione e di assemblee degli studenti medi che vi organizzarono le prime iniziative nelle scuole superiori.

Per quanto riguarda i momenti comuni a tutti i gruppi della sinistra, ricordo una grande manifestazione del 25 aprile. Dal settore del corteo, dove sfilavamo noi, partì ad un certo punto lo slogan ‘ la resistenza è rossa non è democristiana’ che provocò l’ira di Giulio Spini, dirigente DC sondriese, che ci urlò il suo dissenso. Noi cattolici dovemmo subire anche i rimproveri pesanti di Don Abramo.

Sono stata vicina a Lotta Continua fino al 1976, anno in cui il movimento venne sciolto; ero abbonata al giornale ed ero grande amica di Luisa Melazzini, la cui sorella Carla era una dirigente nazionale di questa organizzazione. Carla, dopo aver frequentato la Normale di Pisa, si era poi trasferita a Napoli, dove aveva dato vita a svariati progetti in campo educativo e didattico, tra i quali una mensa sociale nei Quartieri spagnoli. Con Luisa fui alcune volte a Napoli ed ebbi modo di conoscere questa importante esperienza di intervento in un’area degradata della città campana.

A metà degli anni ’70 su iniziativa di uno sparuto gruppo di compagni/e che non si riconosceva nella linea politica delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare che, come Avanguardia Operaia e il Movimento Studentesco, avevano sedi anche a Sondrio, fu aperta una sede al piano terra di un edificio in via De Simoni. Il gruppo si chiamava Movimento Popolare Lavoratori Proletari (MPLP) e simpatizzava per le posizioni di Autonomia operaia. Non ricordo quanto durò, sicuramente poco, ma ricordo le discussioni interminabili, che allora vertevano anche sulle prospettive politiche in un periodo in cui era in pieno svolgimento una radicalizzazione dello scontro politico anche nella forma della lotta armata. Ricordo anche la lettura dei primi due libri del Capitale.

Rispetto ai movimenti di quel periodo il mio impegno sociale si manifestava nella militanza sindacale nella CGIL, rimasi invece estranea all’esperienza femminista.

Sono felice di essere nata nel 1947, in tempo utile per vivere il ’68.