Fausto

CACCIATI A FUROR DI POPOLO

 

Rispetto alla Scarpatetti di oggi, quella della mia infanzia era tutto un altro mondo: il quartiere affonda ancora le sue radici nella contrada paesana di una volta, ma la modernizzazione ha radicalmente trasformato case, abitanti e rapporti sociali. Non più sciami di ragazzini monelli come eravamo noi, venuti su alla buona, recalcitranti alla disciplinamento che genitori, maestre delle elementari di Cesare Battisti e preti di San Rocco cercavano di imporci. I don dell’oratorio, per esempio, avevano inventato un sofisticato meccanismo premiale per farci digerire le liturgie della chiesa: noi le vivevamo come una noia mortale, pur nel fascino che continuava ad esercitare su dei bambini l’arcano e il misterioso che era connesso al sacro. Il sistema era chiamato ” i talenti”, che erano una specie di unità di conto con la quale ci veniva pagata ogni nostra prestazione religiosa e alla fine il piccolo capitale accumulato potevamo spenderlo a Carnevale in occasione dell’incanto che veniva organizzato dall’oratorio stesso. Ribelli eravamo già allora e ribelli a maggior ragione fummo negli anni ’60, quando sul finire del decennio la ribellione si tinse del color rosso della sinistra e delle rivendicazioni operaie.

Nel mio ’68 si innestava anche una memoria antifascista che dai nonni era passata ai figli e ai nipoti. Raccontava mia nonna materna che il nonno era morto in circostanze oscure vittima di un agguato fascista lungo il sentiero che lo riportava a casa a Faedo da Vedello, dove lui lavorava ai lavori idroelettrici: il corpo era stato ritrovato nelle forre del torrente Venina e in paese si diceva che gli si era voluto dare una lezione per via del suo rifiuto di iscriversi al fascio. Mio padre, che in tempo di guerra era carabiniere, s’era dovuto rifugiare in Svizzera perché braccato dalla guardia repubblichina per via di un traffico d’armi indirizzato alle prime formazioni partigiane.

L’antifascismo me lo sono sempre portato dentro e quando, dopo l’avviamento commerciale, cominciai a lavorare avevo già un orientamento abbastanza preciso e lo condividevo con una compagnia di ragazzotti che come me avevano fatto la gavetta tra i vicoli di Scarpatetti. Il mio orizzonte si allargò quando nel ’66 andai a Milano per frequentare un corso di armatore ferroviario, quattro ore di teoria sui banchi e quattro ore di pratica a montare binari in cantiere e a fare altri lavori di manutenzione. Nel tempo libero mi mischiavo ai capelloni in piazza del Duomo e al Castello e condividevo con loro idee e interessi musicali: non lo sapevo, ma erano le prime forme in cui la nostra generazione cominciava ad esprimere la sua opposizione al sistema. Successivamente ebbi da dire con il mio datore di lavoro di Milano e nel ’69 tornai in Valtellina per poi andare a lavorare a Saint Moritz in un’impresa svizzera con mio cugino. Quel periodo in Svizzera fu importante per la mia formazione perché ebbi modo di toccare con mano le ingiustizie del capitalismo. Non che non le conoscessi già, ma lì le contraddizioni erano eclatanti. La nostra attività consisteva nel fare lavori di manutenzione idraulica nelle ville dei riccastri che andavano in vacanza nella località engadinese. La maggior parte dei nostri clienti erano milionari italiani, erano tempi di fuga di capitali e non bisognava essere economisti per vedere in che modo la nostra borghesia piagnona aveva investito all’estero gli utili fatti in Italia. Un industriale varesotto aveva parcheggiate nel garage una Ferrari e una Rolls, pronte per quando si fosse deciso a fare un giretto per l’Engadina. Una delle residenze più lussuose era quella della contessa Agusta, ma tutto veniva ridimensionato se paragonato allo sfarzo della villa di Niarkos: lì c’era una ostentazione di ricchezza da non credere. Questa esibizione di potere economico era un oggettivo irresistibile invito all’esproprio proletario e in qualche occasione ci cavammo la soddisfazione di farci uno spuntino con brazzadelle, salame di casa portato dalla Valtellina e Moet Chandon d’annata prelevato dalla mega cantina dell’armatore greco, una specie di Fort Knox del vino, che avevamo scoperto come penetrare.

Fu forse per questo contatto con la ricchezza facile che, quando tornai in Italia, durai poco nella ditta che mi aveva assunto: lavoravo da un grosso impresario di Albosaggia e un sabato, forse aveva la luna storta per qualche motivo, mi fa: “E tu lunedì ti voglio con i capelli tagliati!”. Io non ne feci tante, mi tolsi il toni e non ci fu verso di convincermi a non licenziarmi, non ci riuscì neanche la moglie del capo. Fu così che mi misi nel contrabbando, attività che nel 1970 era in pieno boom: lungo i sentieri che dalla Svizzera portavano in Italia era una processione continua di portatori di bricolle, ce n’era per tutti i gusti, si andava da un estremo all’altro: c’era il coscienzioso padre di famiglia che portava il sacco per costruirsi la casa con appartamenti tanti quanti erano i figli e c’erano i balordi e i piccoli delinquenti, in mezzo stava la fascia dei proletari temporaneamente disoccupati o in cerca di una integrazione del reddito. L’industria del caffè e delle sigarette tirava in pieno, si prendevano bei soldi e le occasioni per spenderli non mancavano tra night club e signorine compiacenti, balere, ristoranti e gioco delle carte. Io entrai nel giro del “spendi fino all’ultimo centesimo”, prima portavo il caffè in Italia, poi mi diedi ad un traffico più redditizio, ma anche più rischioso: portavo macchine con il doppiofondo pieno di sigarette in giro per il Nord Italia e qualche viaggio lo feci anche,- misteri del libero mercato-, a Livorno.

Cominciò un periodo della mia vita piuttosto turbolento nel quale i fattori di rischio erano molteplici: oltre a quelli, sempre in agguato, legati all’attività che svolgevo, c’erano i pericoli connessi alla fauna umana che ruotava intorno al contrabbando e a ciò si aggiunsero quelli derivanti dal mio avvicinamento alla sinistra rivoluzionaria. Il tutto formava un impasto piuttosto esplosivo, che avrebbe potuto deflagrare con conseguenze spiacevoli. Invece, ci fu una conclusione a lieto fine, perché alla fine nel ’75 mi sposai ed entrai in una fase nuova, più tranquilla. Ma della happy end racconto alla fine. Tornando ai miei anni ruggenti, quelli grossomodo tra il ’70 e il ’74, fu un periodo nel quale frequentai ambienti poco raccomandabili, anche se non mi lasciai mai coinvolgere in attività illegali, escluso ovviamente il contrabbando, dove incappai in qualche grana giudiziaria. C’era una sfida con la polizia, che ebbe il suo punto più alto in un episodio da Far West di cui fui protagonista nel ’70 o nel ’71: una notte fuori da una sala da ballo sfilai una mitraglietta dalla macchina dei carabinieri e per questa bravata fui processato e condannato. I rapporti con i questurini erano frequenti: c’era l’indimenticabile Semeria, confidenzialmente zio Sem, con trascorsi da partigiano a Genova e disposto a chiudere un occhio, e c’era il perfido Geromel e altri che invece volevano piegarci a tutti i costi. Era anche il periodo delle bande e noi di Scarpatetti facevamo parte di una delle più agguerrite, ma ce ne erano altre che non erano da meno: nel circondario di Sondrio erano famose quelle di Albosaggia, Caiolo e Polaggia. I luoghi dove nascevano i conflitti erano le balere e ci furono risse memorabili, ma la politica non c’entrava, anzi ad un certo punto scoprimmo che quelli di Caiolo e Polaggia erano compagni e allora fu pace. Per capire come giravano le cose, io conoscevo tutti i giovani che avevano partecipato alle attività eversive del MAR e che furono arrestati per gli attentati del 1970. Erano dei casinisti come noi e si erano lasciati coinvolgere non perché avessero delle idee politiche, anche se un paio si professavano fascisti. Mentre vivevo questo periodo turbolento ci fu anche l’incontro con la politica. Avevo amici che militavano in Avanguardia Operaia e capitava di partecipare a qualche loro attività. Ad un certo punto cominciammo a fare riunioni nella loro sede di salita Ligari sul tema dell’antifascismo, tema che era divenuto urgente perché il fascismo stava cercando di rialzare la testa e poi si stava dispiegando la strategia della tensione con un ruolo fascista sempre più evidente. Nelle elezioni del ’72 il MSI aveva guadagnato un sacco di voti con una percentuale vicina al 9% su scala nazionale e intorno al 6% a Sondrio. Il nostro non era un vero e proprio servizio d’ordine, ma qualcosa di vagamente simile e intervenimmo diverse volte più per spaventare che per menare le mani. Però era risaputo che all’occorrenza ci saremmo stati e ciò bastava per farli stare tranquilli, i fascistelli di Sondrio. Una volta il contatto fisico ci fu e i giornali titolarono “megarissa davanti al bar Italia”, fu nel 1973, e i fascisti dovettero battere in ritirata piuttosto malconci. In un’altra occasione ci fronteggiarono con le catene vicino alla loro sede in galleria Campello dopo il comizio di un loro deputato e lì c’era un mare di antifascisti che ci sosteneva e fu bellissimo cacciarli a furor di popolo. La politica cominciava a interessarmi sempre di più e le mie capacità furono valorizzate dal gruppo. Cominciò allora la mia carriera di organizzatore di feste, una carriera durata cinquantanni e non ancora conclusa, visto che quest’estate ho organizzato da mangiare nell’ambito di ScarpatettiArte. La prima festa che organizzammo a Sondrio fu per la città un vero evento: era il ’74, l’anno della vittoria nel referendum sul divorzio, e noi eravamo come galletti ringalluzziti: quando ci mettemmo nell’immane impresa, non avevamo nulla, partivamo da zero. Era la prima festa politica a Sondrio, neanche il PCI aveva mai organizzato la kermesse dell’Unità nel capoluogo, preferendo infrattarsi nel boschetto di Poggi piano. Il successo di pubblico, soprattutto giovanile, fu straordinario, anche perché avevamo fatto venire rocker del calibro di Eugenio Finardi, allora già abbastanza conosciuto. In AO svolgevo anche mansioni di tipo organizzativo, per le quali ci voleva senso pratico, manualità, saper fare, doti che erano pressoché assenti nel giro di laureati e di studenti che frequentava la sede. Ero tra i più attivi quando si trattava di raccogliere soldi per sostenere l’attività politica e divenni poi una specie di ministro delle finanze, gestendo le risorse in base alle fortune altalenanti della politica e della rappresentanza istituzionale, ma sempre all’insegna di quei parametri di rigore che il raggiungimento del pareggio di bilancio richiedeva. Tria docet.

Nello stesso periodo m’ero anche sposato e mi ero inventato anche un nuovo lavoro. Avevo capito che con il mio carattere era meglio lasciar perdere con il lavoro dipendente, si vede che non ero fatto per lavorare sotto padrone, e così mi misi in proprio, cominciai a trafficare in mobili e antiquariato e a fare lavori di restauro, raggiungendo buoni risultati professionali e dando libero sfogo alla mia passione per un certo tipo di lavoro manuale. Diciamo che alla fine tutto è finito per il meglio con la famiglia, tre figli e una nipotina, ma cosa avrei potuto raccontare se non avessi avuto una gioventù un po’ irrequieta? Anche solo per questo motivo un riconoscimento deve essere tributato al ’68.