Giovanni S

L’impazienza degli anni

 

Nel ’68 avevo appena 11 anni e quindi ricordo assai poco.

Però, anche nella parte più remota della nostra provincia-paese, gli effetti di quell’aria di sovversione evidentemente giunsero in qualche modo perché, ancora studenti delle medie, nel 1970-1971 io, mio fratello di due anni più grande, il Cippo (Fabrizio Bondio) che aveva solo un anno di più di me, ed una decina di altri nostri più o meno coetanei (anche ragazze e già questo era motivo di scandalo!) fondammo il Collettivo comunista di Ponte in Valtellina.

Utilizzavamo una vecchia casa del Cippo mezzo diroccata in fondo al paese, vicina a casa sua e da tempo inutilizzata. Ci riunivamo il pomeriggio dopo la scuola (se non dovevamo lavorare perché si era figli di contadini ed in casa si doveva collaborare) ed anche la sera dopo cena.

Si discuteva e si studiava e da Sondrio venivano dei ragazzi più grandi di noi (fra tutti ricordo Carlo Ruina) a tenerci lezioni sul marxismo.

La cosa non passò inosservata perché il paese era bigottamente cattolico, benché con la sua amministrazione socialista guidata da un personaggio di un certo carisma come il sen. Libero Della Briotta fosse anche un poco rosso, un’ eccezione nel bianco democristiano che imperversava allora in tutta la provincia. Per questo le nostre riunioni erano viste con sospetto dai benpensanti. Ricordo che alcuni genitori dei miei compagni di allora intervennero per impedire ai figli di frequentare il luogo di scandalo e la cosa purtroppo ebbe effetto su qualcuno più pavido di altri che si ritirò.

I miei però non protestarono più di tanto forse perché mio nonno paterno era stato un vecchio socialista mangiapreti e così la maggior parte di noi, nonostante le “prediche familiari”, non desistette ed anzi le defezioni ci diedero più forza per continuare.

Furono anni di formazione importanti e consolidarono in noi l’idea che ribellarsi era giusto e che la vita aveva senso solo nella prospettiva di combattere per un mondo con meno disuguaglianze e più libero, in tutti i sensi (compresi i costumi allora assai rigidi).

Sulla strategia da seguire, allora ovviamente eravamo giovani ed avevamo l’impazienza degli anni e la sovversione rivoluzionaria non ci pareva una bestemmia, ma anzi un mezzo necessario per abbattere ingiustizie e privilegi.

Però soprattutto leggevamo molto e molto si studiava.

Il che era già anomalo per noi che quasi tutti venivamo da case contadine, senza libri e biblioteche e nelle quali anche l’acqua corrente e il bagno erano un’acquisizione molto recente.

Ma il mondo intorno a noi cambiava e bolliva e anche noi sentivamo il bisogno di sapere e il sapere, insieme alla passione politica e all’impeto giovanile, era fondamentale per cambiare il mondo.

Negli anni appena successivi tutti frequentammo le scuole superiori a Sondrio ed anche queste era un’anomalia in quegli anni di fermento politico e sociale e anche di sviluppo e di espansione dei consumi perché l’intera generazione precedente era al massimo arrivata a qualche scuola professionale e neppure tutti (mia madre ha la sola licenza elementare e mio padre credo avesse solo quella media o avviamento come si diceva allora. Solo eccezionalmente i figli delle classi popolari potevano frequentare l’ Università, essendo l’intera Valtellina un’area di povertà e di sottosviluppo, tanto da essere oggetto di studio da parte di enti come lo Svimez..

Quando ci andammo, Sondrio sembrava già una città per noi che arrivavamo dal paese: lì le scuole erano grandi, frequentate da centinaia di studenti e quindi le manifestazioni e le proteste più estese.

Ricordo che nel corso di una manifestazione generale di studenti fummo ricevuti in delegazione dal Provveditore e del nostro gruppo di Ponte eravamo ben tre: il Cippo per l’Istituto professionale, Felice Dotti per l’Istituto tecnico industriale ed io per le Magistrali, questo per dire che la nostra formazione politica ci aveva consentito di svolgere anche a Sondrio e nelle superiori un ruolo di trascinamento nei confronti dei nostri compagni di scuola.

Di allora ricordo le tante manifestazioni, in particolare quella contro il golpe in Cile dell’ 11 settembre 1973 che tanto ci aveva impressionato e radicato nell’idea che bisognasse difendersi anche con le armi dalle aggressioni imperialistiche.

Ricordo che a Ponte, siccome il ciclostile era una dotazione solo della sede di Sondrio, scrivevamo a mano i manifesti di protesta e di controinformazione e poi li andavamo ad affiggere abusivamente sui muri delle case in giro per il paese.

Di quegli anni ricordo anche l’assassinio di Franco Serantini (un caso Cucchi ante litteram) e l’impressione che ne ebbi fu grande per la violenza che il potere e i suoi scherani avevano dimostrato. Lessi poi il bel libro di Staiano che faceva luce sulla vicenda e volli parlarne a scuola.

Erano anche gli anni del sequestro Amerio, di quello del giudice Sossi a Genova e di altri: insomma le prime azioni di quelle formazioni combattenti che anche da noi avevano osato mettere in discussione, e non solo a parole, l’ordine costituito.

Ma per noi erano fatti assai lontani di cui ci giungeva solo l’eco.

Poi venne il salto nella vera grande città: alcuni di noi si iscrissero all’università a Milano, io a Giurisprudenza e mio fratello ad Agraria; altri invece vennero con noi nella metropoli lombarda per lavorare nelle grandi fabbriche che allora ribollivano della vera lotta di classe. Si trattava di nostri coetanei che avevano meno possibilità o i cui genitori erano meno sensibili allo studio. Anche noi eravamo assai poveri, – io mi mantenevo col presalario e lavorando-, ma i miei sul tema della formazione avevano vedute più larghe di quelle della maggior parte degli altri genitori.

L’impatto fu enorme sia per noi studenti che per gli altri perché sia l’università che le fabbriche erano in fermento e noi ne eravamo travolti ed affascinati.

Tutto cambiava e tutto sembrava possibile.

Con lo stesso slancio continuammo l’attività politica con un gruppo autonomo, si frequentava Primo Moroni e la Calusca, gli studi legali del Soccorso rosso, si collaborava ad attività di controinformazione, si andava alle manifestazioni e si aveva anche paura perché a Milano in quegli anni la dimensione dello scontro era diversa.

Una delle prime manifestazioni che ricordo, era quella dell’aprile 1975, quando uccisero Varalli e Zibecchi. Avevano più o meno la mia età ed uno di loro, il secondo dei due, mi assomigliava anche fisicamente.

Poi venne Moro e l’evento rappresentò uno spartiacque perché per la mia generazione, che era stata a Bologna nel settembre 1977 ed aveva a lungo anche parteggiato per la rivolta armata, quello fu un colpo durissimo, che in qualche modo segnò l’inizio di un’altra era.

Poco dopo, nel 1980, mi laureai e, dopo aver immaginato di fare l’avvocato per difendere i compagni che nel frattempo erano finiti in galera, passai invece a difendere gli operai: da pochi anni stata introdotta la riforma del processo civile ed era stato istituito uno speciale processo del lavoro e decisi di lavorare in questo campo, continuando così in qualche modo la mia battaglia politica.

Che è durata sino ad oggi e dura ancora.

Anche se oggi è tutto più difficile soprattutto perché il mondo sembra regredito e tornato a classi sociali rigide e nelle quali l’osmosi sembra del tutto impedita e bloccata.

Questo penso nel cinquantenario del ’68: le lotte degli anni Sessanta e Settanta hanno consentito una mutazione sociale senza precedenti, grazie alla quale ha funzionato una specie di “ascensore sociale” che ha consentito anche a uno come me, figlio di contadini poveri da generazioni, di laurearmi e poter svolgere un lavoro intellettuale.

Non che questa sia una soluzione necessariamente positiva, ma vivere in una società dove l’accesso allo studio ed alla formazione è ridiventato privilegio di pochi mi pare una miopia che abbruttisce tutti ed impedisce alla società, nel suo complesso, di migliorare. Con uno stipendio di 1000 -1500 euro mese, quale è tornato ad essere il salario medio per la gran parte dei dipendenti, si può pensare di sopravvivere ma non di costruire dei progetti e far studiare i propri figli. Per non parlare di quelli che neppure raggiungono questa soglia di reddito. Da questo punto di vista un altro ’68 sarebbe più che auspicabile.