Mauro P

Com’è che finii in via Caimi

 

Un venerdì sera di fine gennaio 1975, mentre erano impegnati ad attaccare sui muri del centro storico di Chiavenna alcuni manifesti contro l’allora più volte ministro Athos Valsecchi (il manifesto lo raffigurava vestito da arabo con la pompa della benzina in mano, in quanto coinvolto assieme al suo partito la D.C. nel cosiddetto scandalo dei petroli) i compagni furono visti dalla pattuglia dei carabinieri, che però non riuscirono a fermarli. Io ero nella nostra sede che si trovava lì vicino e quando uscii per andare a casa mi ritrovai davanti un carabiniere che in modo poco ortodosso mi chiese i documenti. Visti i modi, non glieli diedi. Seguì una breve discussione dopo di che rientrai in sede. Dopo circa un’ora arrivarono con il mandato d’arresto e mi portarono in caserma a Chiavenna e, dopo un primo interrogatorio che verbalizzarono, mi rinchiusero in cella. Il mattino seguente, manette ai polsi e catene, scortato da due carabinieri, fui trasferito a Sondrio nel carcere di via Caimi e lì fui rinchiuso in una cella dove vi erano già altri tre detenuti, con i quali feci subito amicizia. M’ero come convinto che m’avrebbero trattenuto due o tre mesi, ma non mi persi d’animo e mi organizzai per un lungo soggiorno. Non ci impiegai molto a farmi dentro con gli altri tre, tanto che riuscii a convincerli a dare una pulitina alla cella. La tirammo così lustra che anche il maresciallo si complimentò con noi. Vi rimasi, però, solo per tre giorni e il mattino presto del martedì successivo, sempre con a fianco i miei due angeli custodi, venni riportato a Chiavenna, dove sarei stato processato per direttissima. Quando giunsi in piazza del comune, dove nel palazzo comunale vi erano anche la sede della pretura e l’aula per  i processi, vidi che si era radunata tanta gente e tanti erano lungo le scale che portavano al tribunale e molte altre già dentro l’aula, Mi ricordo che in piazza i compagni di D.P. avevano appeso un enorme striscione con la scritta “fuori i compagni dalle galere dentro i padroni e le camice nere”. Tutta quella gente erano studenti, operai, casalinghe, semplici cittadini che avevano aderito allo sciopero zonale indetto per protestare contro il mio arresto e manifestare appoggio e solidarietà. Quella mobilitazione di gente di tutte le classi ed età aveva dimostrato che il nostro impegno politico in una valle a forte impronta cattolica e democristiana era seguito e su alcuni temi condiviso. Fui condannato a quattro mesi e cinque giorni con la condizionale. E’ un episodio questo molto significativo di come veniva vissuta la politica in quel periodo carico di passione e tensione, ma soprattutto con la voglia di cambiare partecipando e non delegando. La storia che mi aveva portato in via Caimi era cominciata qualche anno prima….

All’Istituto d’arte di Cantù

Tra il ’66 e il ’69 frequentai a Cantù l’Istituto d’Arte per l’arredamento e in quella scuola già si percepivano i fermenti di quegli anni, le prime assemblee …: il mio compagno di banco era uno di Gioventù Studentesca, poi Comunione e Liberazione, e cercava (con insistenza ma inutilmente) di introdurmi in quel giro. C’era anche qualche sciopero, ma niente di eclatante. Va detto che chi usciva dall’Istituto d’Arte di Cantù, passata la maturità, si iscriveva di solito alla facoltà di architettura, tra le più calde negli anni della contestazione, dove le nuove idee trovavano terreno fertile nel clima di rottura degli schemi tradizionali avvenuto anche in campo artistico. Tant’è vero che anche noi a Cantù, al terzo anno, d’accordo coi nostri insegnanti architetti, non seguimmo il programma previsto ma un percorso su Alvar Aalto, sulla Bauhaus a Weimar ecc.: un programma di studio diverso da quello ministeriale ma assolutamente serio e rigoroso. Architettura, in quegli anni, era il simbolo di una rottura con la tradizione, ma anche della nascita del nuovo design italiano. Il made in Italy esplose proprio in quegli anni. Ricordo una conferenza dell’architetto Terragni, designer ideatore – tra l’altro – del marchio “pura lana vergine” che, ci raccontò, era nato “sovrapponendo” idealmente l’immagine di sua mamma con un gomitolo di lana mentre lui aveva davanti un piatto di pastasciutta, disegnato con una forchetta e col sugo: geniale. Un bel periodo, quello a Cantù, sul piano formativo.

Uno scontro totale

Ero stato mandato a studiare a Cantù perché mio padre era titolare a Chiavenna di un laboratorio artigiano abbastanza grande già avviato dal nonno. Proprio per questa sua attività era stato tra i fondatori dell’Unione Artigiani locale e aveva fatto parte del direttivo del Consorzio BIM. Era stato anche nel direttivo della DC con Athos Valsecchi, Questo dopo la Liberazione. Prima si era fatto 6 anni di guerra, poi nei mesi prima della Liberazione era stato sergente nella compagnia Monterosa che avrebbe dovuto formare l’esercito regolare della Repubblica di Salò sostituendo bande come la X Mas ecc. Nei giorni intorno al 25 aprile si trovava nella zona di Tirano e ogni tanto raccontava nei dettagli il caos totale che caratterizzava quei giorni, nessuno capiva più niente.

Mia madre invece era casalinga, proveniva da una famiglia molto povera (il padre scalpellino, il fratello contadino, un familiare aveva perso un braccio per lo scoppio di un residuato bellico). Essendo cresciuta in un ambiente socialista e antifascista. era più aperta al dialogo, più tollerante. I suoi genitori non erano praticanti, anche se credevano in S. Antonio (essendo contadini). Politicamente penso non votasse DC. Di conseguenza verso i movimenti e le lotte sociali di quegli anni, l’atteggiamento di mia madre era più comprensivo, mentre mio padre li osteggiava apertamente. Sul divorzio penso che mia madre abbia votato contro, essendo molto attaccata al dovere di sacrificarsi per la famiglia, mentre mio padre “potrebbe” aver votato per mantenerlo perché frequentava la chiesa ma solo a Natale, Pasqua e poco più.

Il conflitto genitori/figli era molto forte. Con mio padre lo scontro era totale sul piano politico ma dal punto di vista sociale non lo definirei un conservatore: per lui l’importante era il lavoro, la sua religione e su questo abbiamo avuto il contrasto più grosso. Ciò non toglie che lui e i suoi genitori avessero una venerazione per il sindacalista Giulio Chiarelli, che aveva la capacità di rivolgersi a tutti. Il mio nonno paterno era socialista e mi dicevano che in occasione di un 1° maggio negli anni ’30 avesse colorato di rosso l’acqua della fontana del mercato. Il modello educativo era comprensivo da parte di mia madre; autoritario, a volte esagerato, da parte di mio papà: il suo ruolo lo esigeva. Ma mi insegnò anche ad amare la montagna, portandomi a 9 anni sul Pizzo Stella. Il problema era che non concepiva altre idee che non fossero quelle del lavoro, del sacrificio, della proprietà privata … mentre io, già da adolescente, avevo una mentalità diversa. Un episodio: terza media, esame, relazione di storia. Io la feci sui kolkoz, sulle comuni in Cina, sui kibbutz israeliani e sull’esperienza indiana di Gandhi perché volevo approfondire le esperienze di lavoro collettivo e perché il rapporto padrone/operai nell’azienda di mio papà mi dava fastidio, fin da piccolo. Avrei voluto la condivisione del processo lavorativo con gli operai che vedevo come persone in gamba.

Dall’Oratorio al Collettivo operai-studenti

Per tutti questi motivi, dopo qualche fuga a 17 anni, uscii di casa molto presto e a 18/19 anni cominciai a guadagnarmi da vivere con il mio lavoro.

In quel periodo, si era agli inizi degli anni ’70, si era creato un giro di giovani con cui si condividevano la passione per la musica rock, per le camminate in montagna e per le discussioni. Il nostro luogo di ritrovo era la parrocchia, dove eravamo cresciuti, tanto che, a suo tempo, il parroco e i suoi collaboratori mi avevano proposto di rendermi disponibile come educatore in oratorio e io l’avrei fatto ma… per stimolare una discussione critica sul Vangelo.

Cominciavamo a vedere in modo molto critico certe cose della Chiesa. Veniva emergendo tutta un’area di contrapposizione alla Chiesa ufficiale, gerarchica, partendo da una formazione e da una tradizione cattolica e continuando a credere nel messaggio evangelico. Da lì ad una critica alla società intorno a noi il passo era breve.

Era iniziato un processo di maturazione politica che a poco a poco portò nel ’72 alla formazione del Collettivo operai-studenti con sede in alta via Dolzino che era un luogo dove si discuteva soprattutto di politica. Nella fase di avvio fu importante il ruolo di alcuni studenti universitari, da lì si è poi cominciato a seguire le fabbriche dove lavoravano alcuni di noi: Chiara e Ida Dell’Ava all’IMC, Emilia Curti alla Valle Spluga e altri…

Le nostre prime manifestazioni furono in occasione del 4 novembre, quando contestammo con un volantinaggio la presenza dei militari in chiesa riprendendo testi come La lettera ai cappellani militari di don Milani, uno dei nostri riferimenti principali insieme a Che Guevara, i preti guerriglieri del Sudamerica, la teologia della liberazione.

Tra il ’72 e il ’74, il Collettivo Operai e Studenti ebbe una presenza visibile in città con volantinaggi, manifestazioni e iniziative di vario tipo. Noi ci siamo formati politicamente sugli eventi politici italiani (Piazza Fontana, Pinelli, la strategia della tensione, le strage di stato, l’antifascismo) e su quelli internazionali (l’imperialismo, il golpe militare foraggiato dagli USA in Cile contro il governo di Allende democraticamente eletto, l’Argentina con i desaparecidos gettati in mare dagli aerei …). Un altro pilastro erano state le lotte operaie del ’69, i grandi scioperi dell’Autunno caldo, che furono il vero punto di partenza di un ciclo di lotte durato per tutti gli anni ’70. Anche a Chiavenna, nel novembre ’69, c’era aria di protesta tra i lavoratori, in occasione dello sciopero nazionale giravano le auto dei sindacalisti coi megafoni, anche per controllare le adesioni nelle fabbriche … e mio padre portò tutti gli operai a lavorare a Madesimo, così la falegnameria sembrava vuota!

I collegamenti esterni del Collettivo operai e studenti erano soprattutto con MiIano, tramite gli universitari coinvolti nel movimento degli studenti, che si distinguevano per la proprietà di linguaggio, la preparazione politica e le capacità di sintesi. Loro erano la mente e noi il braccio.

Tra le tante azioni, ricordo questa: appesi un manifesto con un teschio su cui era infilato un elmetto da marine con la scritta “fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’Italia”, il tutto lasciato bene in vista in uno dei punti più centrali di Chiavenna, all’entrata della piazza del municipio.

In queste iniziative eravamo sostanzialmente auto-organizzati: prima come Collettivo operai e studenti e poi come Collettivo comunista, sigla che usammo per definire ancora di più la nostra collocazione. In tutto questo la nostra distanza dal comunismo sovietico era totale: ricordo il mio choc per i fatti di Praga del ’68 e ciò influì sui miei riferimenti politici successivi.

Solo dopo, dal ‘73/’74, iniziò la fase dei gruppi extraparlamentari e allora presi la tessera di Avanguardia Operaia. Intanto la situazione era cambiata perché dopo il ’73 a livello industriale iniziava già la fase delle ristrutturazioni e si ebbero i primi segnali di crisi dopo il boom economico, i fermenti internazionali causati dal rincaro del petrolio, la conseguente revisione del processo industriale, la crescita della disoccupazione …

In Avanguardia Operaia, nel ’74, c’erano le commissioni o cellule operaie e io ero responsabile dei CUB (Comitati Unitari di Base) che, fuori dai sindacati confederali, raccoglievano i delegati di fabbrica. Questo incarico mi era stato dato da Federico Pollini, un compagno di origini chiavennasche. che manteneva i contatti con la sede di Sondrio. C’erano anche cellule centrate su altri temi, come la cultura e la contro-informazione, e organizzavamo, quasi con cadenza settimanale, mostre e volantinaggi sui temi del momento in piazza Ploncher, oltre alla vendita per strada del Manifesto e del Quotidiano dei Lavoratori. Alcune delle nostre azioni suscitarono grande attenzione tra la gente. Nel ’74 allestimmo un albero di Natale in piazza del Comune e raffigurammo sulle palle personaggi come Andreotti, Paolo VI ecc. suscitando la reazione del Comune e dei Carabinieri: siccome ci volevano denunciare per occupazione abusiva di suolo pubblico, montammo l’albero su rotelle e lo portammo in giro per la piazza aggirando così la disposizione di legge. Un’altra volta proponemmo l’autoriduzione delle bollette del telefono contro il rincaro delle tariffe. Sul tema delle tasse esponemmo su grandi tabelloni l’ingrandimento della busta paga di un’operaia dell’IMC e il prospetto delle tasse pagate da un orefice di Chiavenna: la gente si accalcava per guardare. Questo tema era condiviso perfino da mio padre, come quello che sollevammo mettendo a confronto le tasse pagate da un operaio con quelle versate da un artigiano.

Per quanto mi riguarda, nel ’74 partecipai alla campagna referendaria per il divorzio, tenendo anche un comizio in piazza. Nello stesso anno ci fu, per un mese, il presidio in piazza dei lavoratori della Persenico/Spalding a cui partecipammo tantissimo. In quell’occasione ci fu anche un comizio di Giulio Chiarelli che ricordò lo sciopero del ’46 degli operai della Peduzzi (un migliaio) che stavano realizzando la galleria ad uso idroelettrico da Villa alla centrale di Mese: in quell’occasione c’era stato uno dei primi interventi della Celere di Scelba in Italia.

La Celere, a Chiavenna, intervenne anche in un’altra occasione: un comizio di Giorgio Pisanò in Piazza Castello con la presenza di pullman di celerini. Noi cercammo, da subito, di coprire il suo comizio coi fischi. Il questore mi disse: “Lei deve lasciarlo parlare”. Risposi: “No. Sa chi è quello lì? Quel signore ha incendiato Vico, sopra Verceia, nel ‘43/’44. Adesso torna in Valchiavenna e noi dovremmo lasciarlo parlare?”. Da lì organizzammo un corteo di protesta per le vie di Chiavenna.

Nel ’75, stavamo attacchinando manifesti contro Valsecchi, ministro delle finanze implicato nello scandalo petroli, e un carabiniere mi chiese i documenti che rifiutai di esibire per cui fui portato in caserma e processato dopo tre giorni di carcere a Sondrio.

Organizzavamo anche un 25 aprile e un 1° maggio alternativo a quello ufficiale. Nel ‘76, in occasione del primo maggio, portammo in piazza del municipio un grande pannello di legno di 6/7 mq montato su un carrello, dove Roberto Mastai aveva riprodotto alcune vignette satiriche di Chiappori che diffondevamo anche volantinando. A proposito di controinformazione ricordo La Comune, il nostro settore culturale, che proponeva libri, organizzava concerti come quello con Claudio Rocchi a Pratogiano. Più avanti organizzammo due feste di Democrazia Proletaria ottenendo (tra l’altro) l’apprezzamento di amministratori democristiani per la pulizia finale degli spazi pubblici concessi. Un concerto fu organizzato a Prata col gruppo “Un biglietto per l’inferno”, insieme a Battiato. Io ero stato indicato come responsabile per l’ordine pubblico nei confronti della questura e a fine concerto, di notte, smontammo tutto riportando il materiale usato nel deposito della ditta di mio padre, senza che lui si accorgesse di niente.

Il “Campanil Negher”

Soprattutto avevamo un grande desiderio di libertà e allora cercammo un posto dove vivere. Scartate alcune ipotesi, nell’estate del ’73 la scelta cadde su una località in comune di Prata, chiamata “Campanile nero/la Palù”, dove c’erano due vecchie case rurali. Il modello al quale ci ispiravamo era la prima comunità cristiana, conviviale, dove condividere gli ideali di sobrietà: un’impostazione che piaceva soprattutto al Lele e al Renzo che avevano come riferimento la Comunità di Bose di Enzo Bianchi … mentre io ero più laico. La struttura ci era stata offerta in affitto da Marino Bonini, a due condizioni: niente fascisti e niente drogati! Condizioni che avevo accettato firmando il contratto. Ci lavorammo per alcuni giorni per sistemare le parti più precarie, dopodiché cominciammo ad abitarci, inizialmente solo nei fine settimana. Nello stesso periodo ci trovavamo spesso in montagna, a Olmo e a Lendine, a discutere il Vangelo. Ricordo un momento particolarmente significativo, nel periodo di Natale del ’73: lettura del Vangelo di Luca, discussione e chiusura cantando Bandiera Rossa! Avevo 21/22 anni.

Al Campanile nero avemmo diversi incontri, uno dei più significativi fu quello con don Abramo che ci intrattenne sul rapporto fede/obbedienza. Con quelli del gruppo OMG (Operazione Mato Grosso) discutemmo di America Latina e lì emersero con chiarezza le diverse visioni: loro erano fermi alla carità, noi eravamo dalla parte della teologia della liberazione, dei preti guerriglieri, dei preti operai, di Che Guevara…

Nel tempo si crearono rapporti importanti con altre realtà come Lotta Continua tramite i lavoratori del CUB della SIT-Siemens di Milano, un rapporto avviato per motivi contingenti (qualcuno cercava un posto per dormire a Chiavenna) e poi diventato stabile, col semplice passaparola. Poi arrivò anche gente del Collettivo autonomo di via dei Volsci, da Roma.

Chi arrivava da fuori era molto politicizzato e qualcuno aveva anche cominciato a “rubacchiare” nei negozi, secondo la prassi degli espropri proletari. Lì dovetti intervenire con fermezza spiegando che certe azioni a Milano si potevano fare nel sostanziale anonimato (nessuno ti conosce), ma a Chiavenna ti conoscevano tutti e qui noi intendevamo fare politica alternativa.

Intanto era arrivata anche la droga (gli spinelli) aggregando un giro di persone un po’ diverse, meno politicizzate, anarcoidi che si incontravano prevalentemente in una piccola località sotto Pratella, ma che passavano anche da noi e così avevano indotto la gente di Chiavenna a ridurre il Campanile nero a un ritrovo di “fumogeni”. Si trattava di situazioni che movimenti come Lotta Continua tolleravano molto più di quanto facesse Avanguardia Operaia, trotzkista, leninista e dunque più rigida.

Al Campanile nero c’era anche chi (Lele e Renzo), animato da spirito cristiano, ospitava chiunque vivesse una condizione di disagio. A volte le situazioni diventavano pesanti e a me toccava allora la parte del “cattivo”: prendevo di forza chi esagerava e lo riportavo a casa mentre altri si chiudevano in camera, impauriti. L’esperienza al Palù è durata un paio d’anni, fino al ’75.

In conclusione

Volendo riassumere, il ’68 fu la stagione della rottura di schemi che sembravano immodificabili: rottura con la famiglia tradizionale per avere più libertà, un rapporto più libero coi coetanei, la cultura, la controinformazione leggendo cose che non passavano attraverso i canali ufficiali, i nostri libri e le nostre riviste al posto della televisione, il movimento delle donne, la presa di coscienza di chi era sempre stato escluso dal potere (i giovani, gli operai …).

Il distacco ci fu verso il ’78, anche se più che altro si era trattato dell’esaurimento di una fase. Più precisamente possiamo forse datare il cambiamento di scenario al ’77, dopo la manifestazione nazionale di Bologna, quando il Movimento si perse in mille rivoli: il movimento femminista, gli indiani metropolitani … ma soprattutto le varie sigle del partito armato.

Più avanti partecipai a Democrazia Proletaria e poi al cartello elettorale di Nuova Sinistra Unita che si presentò alle elezioni nel ’79 senza eleggere nessun deputato. Però dopo di allora non ci fu più una militanza dura e forte come quella degli anni ’70: era seguita un’adesione più ideologica. I tempi, ormai, erano cambiati.