Maricla

Zanzare e altre molestie al parco Lambro

 

Non c’era Internet, non c’erano cellulari, nè twitter o Whatsapp. Eppure la notizia che ci sarebbe stata una gran festa a parco Lambro era arrivata anche a Sondrio, attraverso quella virale diffusione delle notizie, delle idee e delle mode che avveniva allora attraverso canali meno sofisticati dei moderni social. Forse era arrivato qualche volantino o qualche manifesto oppure era girato il numero di Re Nudo che ne parlava, forse era stato il tam tam con la notizia che passa di bocca in bocca, fatto sta che la buona novella si era sparsa fino nei più remoti recessi alpini. Di sicuro non ne avevano parlato ne i due canali della TV allora rigorosamente in bianco e nero ne il Gazzettino Padano nei suoi notiziari. Come la notizia si diffuse tra le varie anime del movimento, forte fu l’interesse e furono in molti a muoversi, anche dai piccoli paesi. Erano tempi in cui non è che andare in una città fuori provincia per un concerto fosse per noi ragazze cosa di normale amministrazione. Oggi succede che i genitori accompagnino in macchina il figlio o la figlia a un concerto o che vadano a ritirarli a spettacolo concluso. Allora cose di questo tipo erano inimmaginabili, soprattutto in una famiglia operaia come la mia che di figli da tirar su ne aveva ben quattro. Se volevo partecipare all’evento di Milano, dovevo trovare una scusa, una balla ben confezionata, che giustificasse la mia assenza da casa per la notte del sabato. Non che la mia fosse una famiglia di bigottoni, tutt’altro. La cultura predominante era laica, però consentire alla figlia femmina, soprattutto se sedicenne, di star fuori una notte in un fantomatico parco di Milano non era questione di più o meno religione, ma di un minimo di buon senso. E, su questo, la mia famiglia non era diversa da qualsiasi altra. Dovevo per forza mentire. Le balle eravamo specialisti nell’inventarle e, soprattutto, nel raccontarle bene senza farci sgamare. In casa nostra il braccio di ferro riguardava in particolare l’ora del rientro al sabato sera e, su questo, in una casa di operai sindacalizzati, la contrattazione era sempre serrata. Il vero scoglio era mia madre, perché il papà era più ingenuo e facile a farsi convincere.

Prima di raccontare il mio parco Lambro, una precisazione su cosa intendo per movimento. Con questo termine non mi riferisco al solo Movimento Studentesco, quello per capirci del leader della Statale Mario Capanna, che era presente anche a Sondrio con un gruppo piuttosto forte, ma penso ad un’area più vasta che comprendeva l’insieme dei fenomeni riconducibili all’esplosione giovanile del ’68. Anche a Sondrio quest’area presentava una stratificazione complessa, sia come appartenenza sociale sia come riferimenti culturali e stili di vita. Si trattava di un insieme di esperienze collettive con tratti in comune, ma anche con molte diversità, c’era tra di loro un certo grado di permeabilità, capitavano occasioni di contaminazione, ma spesso prevalevano chiusure e incomprensioni. C’era la fascia dei politicizzati, quelli che frequentavano le sedi della sinistra, allora principalmente il MS. AO e la FGCI, che costituivano i motori delle iniziative che richiedessero una certa capacità di iniziativa politica e di gestione organizzativa. Erano quelli che organizzavano gli scioperi nelle scuole, mi ricordo quelli contro i decreti delegati che aiutai ad organizzare alle Magistrali, e le mobilitazioni antifasciste. Una delle vie che i cortei studenteschi percorrevano era la via Vittorio Veneto, quella dove abitavo, e capitò che i miei o i nonni mi vedessero, però nessuno ebbe mai qualcosa da dire, solo il nonno mi scherzava, soprattutto su Mao, allora uno dei riferimenti ideologici del MS. Io frequentavo la sede del MS, una “trona” lugubre situata in via Scarpatetti, due localini, uno piano terra per le riunioni, uno sopra raggiungibile con una scaletta esterna dove troneggiava il ciclostile. Nonostante il freddo e l’umidità, andavo volentieri in sede perché per qualche tempo fu una buona occasione di incontro con giovani della mia età. Oltre al mondo dei politicizzati, come più o meno eravamo noi, c’era l’area molto più ampia di quelli che vivevano l’ondata libertaria e antiautoritaria del ’68, ognuno declinandola a modo suo. C’erano poi un settore più freakettone e un sottobosco di piccolo spaccio e di attività correlate, che erano comunque parte del movimento. Come conseguenza della diffusione di cannabis e di altro, il dibattito sulle sostanze psicotrope investì anche le organizzazioni della nuova sinistra, con spaccature tra demonizzatori della cultura dello spinello libero e antiproibizionisti. Anche su parco Lambro ci fu una diversità di atteggiamenti: la partecipazione provenne più dai cani sciolti che non dalla parte più militante delle organizzazioni della nuova sinistra, i dirigenti se ne tennero distanti.

Io, che pure frequentavo la sede MS, non seppi rinunciare al fascino esercitato da parco Lambro e ci andai. Dissi ai miei che andavo da una mia compagna di scuola a Verceia e partii in treno con alcuni compagni di Albosaggia, “Piero non posso”, Bido e altri. Al parco trovammo altri convalligiani, montammo le tende e fondammo una specie di villaggio valtellinese, che costituì punto di partenza per incursioni nella festa, una specie di rave ante litteram , la confusione totale di migliaia e migliaia di giovani del proletariato giovanile in cerca non si sa di cosa in un momento di oscuramento totale di ogni prospettiva politica. C’era un palco centrale dove assistetti ai concerti di Finardi e Manfredi, il primo l’avevo già sentito a Sondrio al festival di Bandiera Rossa organizzato nel 1974 da AO, il secondo lo conoscevo poco. Nel maxi concentramento di gente c’erano anche tanti piccoli gruppi che, come il nostro di Sondrio, conducevano come una propria vita a latere. Fu lì che rimasi bloccata per qualche ora, perché un imbecille del nostro gruppo mi aveva fatto sparire gli occhiali, costringendomi ad una permanenza forzata nel nostro ghetto. Come se non bastasse, i miei mi avevano dato i soldi per il biglietto per Verceia e poco più ed ero anche rimasta al verde. Avevo ritrovato gli occhiali, ma intanto s’era fatta notte e non c’era modo di dormire in tenda perché nel clima di promiscuità che vi regnava tutti si sentivano autorizzati ad allungare le mani per cercare di mettere in pratica l’amore libero. Sessantotto o non Sessantotto il maschio predatore non si smentiva. Fu così che dovetti passare la notte all’addiaccio nell’umidità che saliva dal manto erboso ormai ridotto in condizioni penose dopo che un acquazzone aveva inondato il parco. La mattina dopo me ne tornai a Sondrio, massacrata dalle zanzare. Giunta a casa, dovetti inventare un’altra balla: erano state le zanzare del lago di Novate a ridurmi così. A parte questi inconvenienti era stata un’esperienza nuova e stimolante, troppo diversa per passare inosservata. Esperienza che io rifarei volentieri, ma con un’altra testa (meno ingenua nei confronti degli uomini).L’ anno successivo lasciai le Magistrali e cominciai a lavorare per poi arrivare a vent’anni al matrimonio. Ma questa è ormai storia del decennio successivo.