Riccardo

Il circolino di Ardenno

 

Che dire del mio ’68? Avevo 13 anni e vivevo ancora a Piazzalunga, da dove l’anno successivo la mia famiglia si sarebbe trasferita al piano, ad Ardenno, partecipando come tanti a quell’esodo verso i centri di fondovalle che stava allora svuotando i paesi di mezza montagna. Quello che oggi è un nucleo pressoché disabitato era allora una comunità piccola ma vivace, provvista di prete e di scuola, che io frequentai fino in 4° , per poi finire le elementari a Biolo. Per la verità ai banchi di scuola preferivo il girovagare per boschi e campi e l’osservazione di piante e animali. Mi piaceva anche leggere e avevo trovato un piccolo tesoro di libri in un baule in soffitta. Ogni tanto saltavo qualche lezione, ma non ricordo di essere stato ripreso dai miei. Ultimo rampollo di una solida e numerosa famiglia contadina, con genitori ormai avanti negli anni e fratelli e sorelle già adulti, godevo di una certa libertà, sicuramente superiore a quella accordata ai miei coetanei. Per la mia posizione di ultimo, e inaspettato, arrivato ero coccolato e viziato, nonostante un’educazione familiare piuttosto rigida che rimaneva ancorato ai valori della tradizione. L’ l’orientamento politico era vagamente democristiano. Io, invece, cominciavo già da ragazzino ad andare controcorrente. Forse è anche per questo che non finii le medie e fui avviato senza tanti indugi al lavoro. Per quattro anni fui apprendista meccanico in un’officina del paese, poi ebbi un’esperienza lavorativa sempre in questo campo presso la concessionaria Opel di Sondrio, ma si vede che non ero predestinato al mondo della meccanica, perché dopo 6/7 mesi di lavoro mollai o fui mollato, non ricordo bene le circostanze. Intanto dall’adolescenza ero scivolato nella prima giovinezza con tutti gli entusiasmi e anche le difficoltà che sono propri di questa età della vita: un forte interesse per la vita sociale, il culto degli amici, il divertimento, i consumi, la prima Cinquecento dopo il motorino che mi aveva regalato mio padre quando avevo cominciato a lavorare, le prime sbronze, il primo viaggio a Nizza in Costa Azzurra. Volevo vivere intensamente e con alcuni giovani della mia generazione condividevo anche modi di pensare e stili di vita che facevano parte del clima culturale di quegli anni, anche se allora non avevamo certo la consapevolezza di essere parte di un sommovimento sociale più ampio. Si era fortemente critici nei confronti della società con le sue strutture autoritarie, il suo conformismo, le sue gerarchie, avevamo un forte senso della giustizia sociale, avvertivamo l’esigenza di qualcosa di nuovo. Fu così che insieme ad altri giovani su per giù della mia età affittammo un locale in un vecchio edificio che dava sulla piazza principale del paese, quella con la chiesa e il municipio. Prima di parlare del nostro circolo vorrei però tornare un momento sulla questione del lavoro. Dopo l’esperienza di magazziniere-tuttofare da Ambrosini, cominciai un viaggio nel mondo del lavoro all’insegna della precarietà, in controtendenza rispetto a quanto veniva allora consigliato in famiglia e a quanto suggeriva il senso comune paesano: imparare un lavoro, cercare una sistemazione stabile come base materiale sulla quale poi edificare una famiglia. Non che fossi un “lizzone” nell’accezione tradizionale del termine, perché fino a che poi mi sono ammalato ho sempre lavorato, seppure senza troppa continuità. Mi piaceva troppo il senso di libertà che derivava dal non essere bloccato in un posto fisso. Fu così che fui apprendista carpentiere, operaio forestale, apprendista falegname, manovale, panettiere, pizzaiolo e tanto altro ancora: esperienze di pochi mesi, anche all’estero o fuori provincia, che mi consentivano di avere qualche soldo da spendere negli intervalli di libertà tra un lavoretto e l’altro. Quando facevo il falegname, un giorno invece di andare a lavorare pensai bene di andare a trovare una mia amica a Seveso. Certo si tratta di un caso estremo, però dà un po’ l’idea del mio approccio alle tematiche del lavoro: mi fu sempre estranea quella mentalità lavorista che in famiglia e in paese veniva indicata a modello, così come non fui mai conquistato dall’ideologia del risparmio e del conto in banca così tenacemente presenti nella mentalità valligiana. Io i soldi come li avevo li bruciavo ed ero sempre sbollettato. Partecipavo forse di quel rifiuto del lavoro che divenne poi caratteristico di una fascia consistente della gioventù degli anni Settanta e che ebbe anche i suoi bravi teorici. Tornando al circolo, i suoi locali erano diventati il punto di riferimento per un gruppo di una ventina di giovani di Ardenno, c’era chi lavorava come me, c’era chi studiava, ci si trovava per ascoltare musica, per chiacchierare, per discutere, lo usavamo come luogo per festicciole e come base di partenza per spostamenti goderecci in luoghi di ritrovo dei dintorni. Si ascoltava musica per ore: oltre ai miti stranieri come i Doors, andavano alla grande i cantautori italiani. Risale a questo periodo la mia passione per le loro canzoni, in particolare quelle dell’eccelso Guccini, che ancora oggi accompagna con la sua voce le mie giornate. Il nostro circolo non era una sede politica in senso stretto, non aveva rapporti con gruppi della sinistra extraparlamentare, aveva più del centro sociale, se dovessi definirne l’orientamento politicoideologico direi che eravamo anarcocomunisti. Lo spirito libertario era del resto ciò che ci distingueva da quelli del PCI, che ad Ardenno erano piuttosto attivi e facevano ogni estate la loro festa dell’Unità. Ricordo anche qualche volantinaggio, ma non i temi, c’era un collegamento con un gruppo di Cosio che era più politicizzato di noi e con ogni probabilità si trattava di materiale che proveniva da lì. Direi che questa esperienza si costituì nel 1973 o forse l’anno dopo e durò fino al ’77/’78, dopo una fase terminale in cui erano cominciate ad emergere parecchia contraddizioni. Un passaggio importante fu la partecipazione mia e di altri 4 amici al festival del Parco Lambro, quello, per intenderci, che passò alle cronache per un trasgressivo bagno di protesta, cui partecipai nudo anch’io, per l’assalto al camion dei polli surgelati e per altri episodi più o meno singolari. Era il ’76 e qualche nube cominciava allora ad oscurare il bel sole dell’avvenire che ci eravamo immaginati. Innanzitutto il paese cominciava a guardarci con occhio critico perché si diceva che eravamo un covo di drogati e ad un certo punto dovemmo traslocare dalla sede nella piazza principale di Ardenno in un posto più periferico nella frazione Masino. In effetti aveva cominciato a girare qualche tossico e dovemmo intervenire perché la situazione non degenerasse ulteriormente, ma ormai questa esperienza aveva fatto il suo tempo e, poco dopo, ognuno se ne andò per la sua strada. Ogni tanto ci si vede ancora, ma lo spirito di quegli anni chi può più ricrearlo? Ai tempi del circolo ebbi i periodi lavorativi più lunghi della mia carriera, facevo il panettiere, un lavoro che mi piaceva, ma per conciliare gli orari del pane con quelli del divertimento con amici ed amiche avevo già dovuto far ricorso al Tavor per problemi di insonnia che poi si sarebbero aggravati negli anni ’80. Dopo la morte di mio padre nel ’78, ricominciai con i miei lavoretti precari: fui nel caldo atroce della Libia per qualche tempo, poi operaio tessile alla Gabel, poi ancora in Svizzera come manovale, poi pizzaiolo in Svezia. Il mio ultimo lavoro salariato fu alla Ghelfi: tre mesi a piegare cartoni furono più che sufficienti, poi lavoretti vari, ma l’idea del posto fisso proprio non mi andava giù, nonostante avessi nel frattempo avviato una relazione seria con una ragazza di Berbenno. Fu anche per questo che non mi sentii di consolidare in matrimonio l’esperienza di convivenza che ebbi con lei e fu meglio così perché nel 1985 andai fuori di testa e fui ricoverato. Da allora sono in cura e ho trovato una mia stabilità e nuovi interessi: ho iniziato a dipingere e ad esporre, leggo e scrivo poesie. Tutto ciò, oltre a positive relazioni familiari ed amicali, contribuisce a riempire di senso le mie giornate, ora che dagli ardori dei ruggenti anni Settanta sono passato ai ritmi più pacati della maturità.