Mauro G

Figli di un ’68 minore

 

Correva il 1976 e in quel fine primavera partecipai al convegno nazionale del proletariato giovanile cui avevano aderito le diverse componenti che poi confluiranno in Democrazia Proletaria. Il convegno si teneva a Roma alla Sapienza, la settimana prima della grande manifestazione per la Palestina. Le aiuole del campus erano piene di gruppi provenienti da quasi ogni parte d’Italia. Fu una grande occasione di confronto. I compagni di Roma avevano messo in piedi una buona organizzazione con un’accoglienza volta a ridistribuire i partecipanti tra coloro che erano disposti all’ospitalità. Finii, con il folto gruppo proveniente da Genova, a dormire su un pavimento con il sacco a pelo. Data l’elevata partecipazione numerica concordammo tutti di dividerci in gruppi di lavoro su temi diversi. Nella pratica poi scoprimmo che ogni gruppo di lavoro sostanzialmente lavorava sulle stesse cose. Io partecipai al gruppo che voleva cercare risposte soprattutto al disagio sociale di quella fantomatica creatura che era il proletariato giovanile. Disagio sociale che si stava manifestando assai intenso intorno ai temi delle droghe, degli spazi sociali e del “sè”. Il sollievo nel partecipare fu grandissimo, soprattutto per la condivisione di condizioni comuni a tutti.
Il convegno nazionale si concluse con la consapevolezza delle molte diversità, o, in termini fideistici, anime. Per certo quello di cui necessitavamo erano spazi in cui poterci trovare, discutere e vivere, anche gli amori. La frattura con la generazione precedente poi era clamorosa, non volevamo altri padri.

Già la mia percezione della supposta rivoluzionarietà della classe operaia aveva subito qualche colpo. Una mattina volantinando davanti una fabbrica di Tirano, sostanzialmente deriso dagli operai, mi resi conto della mia profonda estraneità a quel mondo. Ero però anche figlio di un operaio che aveva partecipato alle lotte sindacali. Non volevo spendere la mia vita futura lavorando tot ore giorno e nemmeno mi interessava la scalata sociale da impiegato. Chi ero io per dir loro cosa fare e soprattutto avevo davvero qualcosa da dire che non fosse eterodiretto ed ideologico ?

In giugno si tenne al circolo Rosselli di Sondrio l’assemblea locale per la preparazione della fondazione di Democrazia Proletaria. Si manifestò una frattura sensibile tra le diverse componenti: quella “operaista”, quella “femminista” e quella “studentesca”. Al congresso nazionale, tenuto al teatro Lirico a Milano, mi misi con gli altri compagni del proletariato giovanile e con apparenze da indiani metropolitani occupammo il palco per prendere la parola e poi ci riunimmo, separatamente, nella sede di Avanguardia Operaia in via Vetere. A dividerci era soprattutto la questione personale, indotta dalla critica delle compagne femministe e dalla cultura alternativa che permeava ogni angolo della vita. Non ci interessava il piccolo arrivismo dirigenziale, sospetto di voglie represse di potere, non ci bastava recitare il mantra ideologico per sentirci a posto. L’episodio venne, ovviamente, sottaciuto dai media di partito.

A Tirano, dove dopo un anno di “agit prop”, si era formato, anche con il beneplacito di insegnanti progressisti della sede distaccata del De Simoni, un gruppo di persone che in qualche modo condividevano sentimenti di ribellione. Poco prima dell’inizio del nuovo anno scolastico (76/77) in una riunione del collettivo scuola proposi e decidemmo, unilateralmente, di utilizzare una parte della sede di avanguardia operaia come spazio destinato ad uso di un circolo giovanile. Una compagna ci regalò l’arredo, una serie di puff gialli e mise a disposizione anche la propria vespa altrettanto gialla usata per attachinaggio e “writing” come si dice oggi. Io ci misi l‘impianto stereo e condivisi la collezione di dischi di cui disponevo. Riuscimmo anche a raccogliere diversi libri che andavano dal Mettiamo tutto a fuoco di Stampa Alternativa, Morte della famiglia di Cooper, Campa cavallo che l’erba cresce e altri titoli. Le regole erano semplicissime e la distinzione tra il partito e l’iniziativa era netta. Fin dall‘inizio mi sono impegnato a non includere tematiche specificatamente ideologiche mirando a una partecipazione allargata e non ristretta ai soli “adepti”.

Dalla decina di interessati iniziali siamo rapidamente arrivati nel giro di poche settimane a circa una settantina di frequentatori. Nei fine settimana arrivavano compagni di Lotta Continua dalla Bovisa nel Milanese, dal Bergamasco, da Sondrio e dintorni, da Chiavenna e da Bormio. L‘età dei partecipanti andava dai 16 ai 18 anni. L’orientamento politico andava dal “qualunquismo gucciniano” all’autonomia. La reazione del paesello non si fece attendere a lungo soprattutto in termini di chiacchiere e impedimenti parentali alla partecipazione. Le droghe erano non ammesse, ivi incluse quelle leggere, anche se l’uso di quelle leggere era diffuso tra tutti e non criminalizzato. Anzi quello delle droghe era uno dei temi più sentiti, giusto li a due passi c’erano i “locali” dove lo sparuto manipolo di “fricchettoni” locali si trovava. Il problema era appunto quello di non farne un fine ma piuttosto di considerare le droghe come uno strumento, anche di autoanalisi. L’altro punto di interesse era quello della religiosità che, al tempo, vedeva una organizzazione di “sfruttamento dell’ingenuo” condotti alcuni filo santoni indiani ruspanti. L‘impedimento alla detenzione di stupefacenti nel circolo fu salutare giacchè pochi mesi dopo l’apertura cominciarono con un certa regolarità le ispezioni della narcotici. La prima volta ci sventrarono i puff alla ricerca di non si sa bene cosa, un’altra volta ci chiesero come mai facessimo raccolta di bottiglie vuote di frizzantino … Un’altra volta le forze dell’ ordine si concentrarono su un vasetto di sale ritenuto sospetto. In ogni caso ce la siamo cavata sempre da soli.

A volte, casualmente, emergeva manifesto il fastidio dei compagni più ortodossi nei confronti della nostra iniziativa. A noi i compagni ortodossi sembravano partecipi alle dicerie di paese che componevano quella realtà che sentivamo ostile. Ne ricordo pochi di interessati uno, di cui avevo stima, era Marcello Mario Andreola. Si cominciava a formare quel solco divisorio tra l’impegno politico fatto di immaginari più o meno rivoluzionari e una realtà in rapido mutamento, forse incomprensibile a chi era venuto prima di noi. Nessuno degli “anziani” si peritò di capire. Va detto che i compagni che ci precedevano erano quasi tutti studenti esemplari, noi invece raccoglievamo l‘opposto. Anche l‘estrazione aclista di alcuni nostri predecessori la trovavamo assai sospetta. Insomma la critica era radicale e abbracciava l’intero orizzonte del “quotidiano”. Organizzammo: manifestazioni, assemblee, proiezioni di film e anche feste, a volte in montagna, lontani dagli occhi e dal cuore delle forze dell’ordine.

Il tratto politico più difficile dell’intera operazione era quello di astenersi in ogni modo da ogni tentativo di “tesseramento”. Il settarismo imperante tra i vari gruppuscoli avrebbe certo rovinato tutto impedendo la crescita di una coscienza politica tra i partecipanti, riducendo tutto ad un fenomeno da “ los amigos”, una piccola parrocchia locale. Tollerare le diverse opinioni, a volte un pò naif, non mi fu facile.
Producemmo, con spirito artistico, diversi manifesti fatti a mano. Ne ricordo due bellissimi. Uno, in cinque copie, preso da Lotta Continua con la mitica lingua dei Rolling Stones con la scritta “usate le vostre lingue per amare e non per leccare il culo ai vostri padroni” con cui tappezzammo la facciata degli uffici della CGIL. L’altro in tre copie, con un occhio di dio sopra una tazza del cesso con la scritta “dio ti vede ovunque” che incollammo ad uso del bar dell’ ACLI. Anche l’elaborazione teorica e la discussione, pur se tra un numero ristretto di partecipanti, aveva molti momenti che includevano il confronto con le compagne presenti.

Con la primavera del ‘77 si giunse a nuovi livelli di organizzazione. Nello specifico per la preparazione della manifestazione del primo aprile del ’77 a Sondrio partecipai, anche più volte, ai collettivi scuola di Chiavenna, Morbegno, Sondrio e Bormio e con la FGCI di Sondrio. Al circolo però, nel frattempo, si ventilava una operazione parallela anche per sancire la nostra radicalità. Così durante la manifestazione, decisamente numerosa per la valle, si staccò un gruppo di circa 150 persone che assaltarono la pretura dove, sfortuna vuole, un agente di polizia si ritrovò con qualche costola ammaccata. In diversi fummo identificati e denunciati. Solo due però vennero identificati al momento. Gli altri vennero identificati successivamente. Vi furono poi dei tentativi successivi di identificazione in cui le forze dell’ordine si presentarono all‘uscita dalla scuola ma fummo fatti uscire da una porta secondaria dalla vice preside, a Tirano, che parteggiava con noi.

La manifestazione toccava i soliti temi tuttora irrisolti della vita Valtellinese, con particolare riferimento ai trasporti decisamente scarsi e ancor di più per un adolescente. Il mezzo di spostamento era l’autostop e, personalmente mi sono ritrovato anche a farmi a piedi, a tarda notte, la strada tra Sondrio e Tirano. A proposito di autostop ricordo vi fu anche un caso di tentata violenza ad una compagna che si rifugiò al circolo in cerca di aiuto con i vestiti stracciati.

La fine del circolo arrivò nel mese di giugno del 1977. Una notte fui “invitato” ad un confronto con alcuni compagni responsabili del partito, c’erano notevoli incomprensioni.

Un po’ dopo, d’accordo con gli altri, chiudemmo e consegnai le chiavi della sede. Ma non era solo il circolo a finire era un periodo storico. Ci siamo in un modo o nell’altro arresi, o forse ci sentivamo forti per fare da soli. Le strade da seguire divergevano, ognuno per la propria a coltivare solitudini future che, per alcuni hanno anche voluto dire il suicidio.

Personalmente da li a poco avrei incontrato Primo Moroni alla Calusca a Milano che mi avrebbe dato l’opuscolo de L’internazionale situazionista. Alla Cineteca Italiana venni preso come garzone di bottega da Walter Alberti, a filosofia prendevo la strada della Logica matematica con Corrado Mangione e il dipartimento da lui voluto. Gli studi di intelligenza artificiale e informatica mi aprirono strade di guadagno e per la fotografia ho incontrato Ando Gilardi il cui pensiero mi ha portato a smontare molti dei miti della società dello spettacolo. Strade diverse che ho percorso in parallelo anche quando divergevano. Milano divenne la mia terra d’adozione, e fino alla giunta Pillitteri rimase piena di quello stesso spirito critico e creativo che tanto desideravo.

Sono nato nel 1958 al tempo dei fatti avevo 18/19 anni.