Massimo

Fuga dal corteo

Il mio rapporto con la memoria non è dei più pacifici.
Cerco di sfuggirci il più possibile, mi infastidisce il continuo battere con enfasi sul suo valore e sulla sua necessità. “Se non sai da dove vieni non sai nemmeno dove vai”, si recita come un mantra, ma se qualcosa era chiaro nel Sessantotto era la volontà di rottura con questa concezione della memoria come un filo ininterrotto; rottura con il vecchio mondo, con le abitudini e i valori familiari. Era il desiderio di aprire le finestre e far entrare aria nuova nell’ammuffita stanza del passato che custodiva convenzioni, tradizioni, autorità. Rottura e ribellione, cioè, proprio contro quella memoria ‘continuista’ che oggi si vorrebbe rinverdire e consegnare ai ‘giovani’. Di ciò ebbi un precoce avvertimento da una mia alunna la quale dicendomi, con mia sorpresa e con fare scocciato, che era ora di finirla di decantare le sorti ‘magnifiche e progressive’ del ’68, mi fece capire quanto peso di ‘passato’ le si buttasse addosso.
La memoria, penso, non dovrebbe essere forzata, magari da qualche ‘ricorrenza’, ma dovrebbe essere lasciata apparire quando richiamata dal genuino desiderio-necessità ch’essa partecipi al nostro oggi. La memoria è come l’apparire improvviso d’una lucciola nel buio. Anche perché, se bruscamente risvegliato da un dovere di presenza, il passato diviene impietoso e lungi dal presentare un cumulo di belle azioni e successi, solitamente restituisce, perlomeno a me, l’immagine, un poco deprimente, di una sostanziale inadeguatezza. Quella stessa che traspare dal pezzo di diario che segue qui sotto e che mia moglie ha tratto dal cassetto e ha voluto mettere in pubblico.
Per il resto il mio sessantotto non è stato sotto l’egida della politica,  ma piuttosto sotto quella del mito. Mito come la culla della storia, la mia storia.
Non politica perché la mia autoformazione marxista fu dovuta principalmente, oltre che a Marx stesso, a Rosa Luxemburg e, in subordine, a Karl Korsh. Nulla a che vedere dunque con il leninismo o il trotskismo che imperava nei gruppi della sinistra post sessantotto con la connesse teorie delle avanguardie detentrici della coscienza di classe e della conseguente missione salvifica dell’umanità. Non sempre ovviamente mi furono chiari i motivi della mia reticenza ad impegnarmi politicamente nella stretta prossimità di vita con compagni e compagne che tale scelta avevano fatto e perseguita con generosità, ma nei momenti delle decisioni i limiti dovuti alle mie convinzioni teoriche furono sempre determinanti per non aderire ad alcuna organizzazione della sinistra (extraparlamentare).
Mito perché il sessantotto fu paradigmatico di due grandi esemplarità in cui rispecchiarsi e che quindi erano in grado di informare tutto un modo di vita; esse mi hanno costantemente fatto compagnia giungendo fino a quando, nel 2018, dopo 50 anni, il mio sessanttottesimo compleanno mi ha finalmente laureato ‘sessantottino’. La prima è il cambiamento, lo spirito della rivoluzione o, oggi direi, della sovrabbondanza della realtà: tutto ciò che appare impossibile e inamovibile tutto a un tratto può divenire possibile e trasformabile. La seconda è la necessità di pensare in proprio, ogni volta come fosse l’inizio, di prendere su di sé i pensieri non dando nulla per scontato, di farsi proprie convinzioni e seguirle con fedeltà e coerenza. Per questo per me fu sempre più importante sedermi a tavolino a studiare e meditare che partecipare ad una manifestazione (anche se, ovviamente, una cosa non esclude l’altra).
Ed ecco la cronaca ‘diretta’ della ‘fuga dal corteo’ scritta a caldo, a ridosso degli avvenimenti:

Assemblea alla Statale di Milano del 16 Dicembre 1969, quattro giorni dopo la strage di Piazza Fontana a Milano:  “All’assemblea è venuto a parlare un anarchico sulla morte, meglio dire ASSASSINIO del suo compagno Pinelli. Avresti dovuto esserci perché spiegartelo è difficile, mentre parlava piangeva, descriveva i metodi fascisti di tortura con cui si cercava di estorcere una confessione e altri nomi, narrava il trauma del suo amico che in ogni caso (spinto o non spinto) è stato brutalmente ammazzato”.
Manifestazione del 22 gennaio contro la Strage di stato “Non so da che parte cominciare a raccontarti perché sono ancora sconvolto per quello che mi è successo. Comunque tenterò. Io, il D., l’A., la M. e  il G. ci siamo trovati davanti alla Statale per l’inizio della manifestazione, la gente era molta e subito, senza preavviso, la polizia ha cominciato a caricare, ci aveva circondati da ogni parte, i gas lacrimogeni sono subito stati sparati, gli occhi bruciavano  maledettamente. Comunque si è sfondato, io e gli altri ci siamo trovati in fondo al corteo, vedersi dietro la polizia che caricava con gli scudi gli elmi, sparando a raffica lacrimogeni e colpi di pistola, era tremendo e l’unica cosa da fare era tenersi per mano e scappare, come negli incubi in cui ti sembra di essere impotente. Il corteo si è riordinato in piazza Duomo, ma si vedeva polizia da tutte le parti in assetto di guerra. Per le vie del centro le cose sono state calme, poi continui attacchi. La tensione nervosa in noi tutti aumentava, i lacrimogeni li sentivamo scoppiare dietro di noi finché non siamo arrivati vicino al Palazzo di Giustizia. Lì c’è stata una carica violentissima, vedevi poliziotti armati di bastoni grossissimi, lunghi due metri, che davano bastonate tremende alla gente che fuggiva, noi abbiamo dovuto staccarci e in un momento di calma ci siamo ritrovati io e il G. Grondavamo di sudore, con gli occhi che lacrimavano, con le facce fuori dalla paura e dalla rabbia nel vedere quelle cose. Alla fine davanti al Palazzo di Giustizia c’è stata l’ultima e più violenta carica. Ci siamo trovati, io e il G. con altri cinque o sei con dietro uno squadrone di P.S. di almeno 300 persone che correva sparando a raffica lacrimogeni e con davanti P.S. scaglionati che picchiavano e arrestavano la gente. Ci siamo buttati in un portone, e lì abbiamo aspettato con una paura che venissero a prenderci e dopo una buona bastonatura ci denunciassero. Dopo un bel pezzo siamo usciti: celere, battaglioni schierati di P.S. e Carabinieri erano da tutte le parti, abbiamo cercato di fare gli indifferenti, di non correre e stare calmi, finché non abbiamo infilato una stazione del metro e siamo venuti a casa mia. Dopo un po’ sono arrivati gli altri tre, per fortuna salvi anche loro. Per tutta la notte ho ripensato ai fatti successi, c’è veramente da inorridire nel vedere quelle cose e da chiedersi, riformulando veramente certe domande, cosa voglia dire violenza e non violenza. Ci sono dei momenti come quelli in cui sei come una bestia, l’istinto di conservazione, di difesa ti fa correre più che puoi, hai perso completamente la testa.
La tensione nervosa dopo due ore continue di cariche e corse ha giocato veramente brutti scherzi. Certamente conta anche l’esperienza per mantenere il sangue freddo nelle manifestazioni a Milano, comunque adesso sono abbastanza calmo, con le gambe che mi fanno male e con un gran sonno addosso”.