Luigi F.

Rimembranze del 68. La presa della parola

 

A parlare del ’68,  a distanza di cinquant’anni, si corre un doppio  rischio: quello delle manchevolezze della memoria (soprattutto per quanto riguarda le date, ma per me il Sessantotto è un periodo, una lunga stagione, più che un anno), quello della trasfigurazione delle vicende  nel ricordo. Cinquanta anni fa ero “ in parte altr’uomo da quel chi’o sono” oggi, per dirla con Petrarca. Proverò, con questi limiti  e nei limiti di uno scritto che vuole essere conciso, a dire e raccontare cose vissute in quella stagione. Ne parlerò  come chi l’ ha vissuta in maniera spontanea, istintiva,  personale, non avendo fatto parte di alcun gruppo o partito o movimento organizzato, ad eccezione della mia adesione al sindacato scuola della CGIL  (al quale mi sono iscritto proprio nel ’68, quando quasi non esisteva ancora in Valtellina e nel quale ho poi sempre militato).

Vanno sotto questo nome, il Sessantotto, molte cose e vicende che precedono quella data e la seguono con una lunga scia, perché il cosiddetto Sessantotto è fenomeno sociale, politico, culturale, di costume, complesso, vario, di dimensioni grandi ed estese.  Questo piccolo scritto vuole essere una testimonianza su quella stagione straordinaria.

 

Cito  velocemente letture di   libri, riviste, vicende, persone, incontri  che per me hanno avuto molta importanza, per la mia maturazione umana e politica e professionale negli anni che precedono il ’68 e che mi hanno portato ad aderire a questo grande movimento:  Lettera a una professoressa (1967)   e L’Obbedienza non è più una virtù di don Milani, L’uomo a una dimensione (1964) di Herbert Marcuse; l’attività e la predicazione di Martin Luther King (è del ’63 la Marcia per il lavoro e la libertà, in occasione della quale pronunciò quell’ammirevole e memorabile discorso “ I have a dream”);  il Concilio Vaticano II (1962- 65),  papa Giovanni XXIII, e l’opera e la predicazione di padre Turoldo, Balducci, Abramo Levi, sul piano religioso e politico e morale; Un incontro difficile  di Arturo Paoli e gli scritti dei Teologi della Liberazione;  Stella Rossa sulla Cina di Edgard Snow; riviste come La Rocca, Testimonianze, Sette Giorni, Il Regno; il libro di Jean Chesneaux  Perché il Vietnam resiste e soprattutto  le manifestazioni contro la “sporca guerra” americana in Vietnam, alle quali ho preso parte attiva, anche a Sondrio, scrivendone anche sui giornali locali, come Il Lavoratore Valtellinese (nel ’68 gli americani avevano intensificato la loro guerra, durata dal ’61 al ’75, e che ha prodotto sei milioni di vittime vietnamite, tra morti e feriti,  45mila morti tra gli americani, distruzioni  e inquinamenti enormi sul territorio per  tutte le micidiali armi che hanno usato).

 

Io ho aderito al movimento del ’68 perché ne condividevo le idee, le analisi, le proposte o sogni che si agitavano e si producevano e agivano. Elenco alcune delle tematiche che più mi hanno interessato e mosso  all’impegno. La contestazione dell’autoritarismo, dei poteri esercitati per diritto divino o ereditario o  di ruolo o di classe, senza mandato o delega: nella società, nella famiglia, nelle fabbriche, nelle scuole, nella chiesa, nelle caserme; la rivendicazione del principio che “quod omnes tangit ab omnibus tractari debet”, ciò che riguarda tutti deve essere trattato da tutti; e che ciò che riguarda tutti, è bene comune e quindi a tutti appartiene; l’obiezione di coscienza al servizio militare (ho presentato a Chiavenna, alla Società Operaia nel ’67, uno dei primi obiettori  al servizio militare in Valtellina); l’idea che il diritto allo studio- e quindi agli strumenti che questo inverano, dai libri, alle mense, ai trasporti, alle aule scolastiche all’ organizzazione del tempo-scuola, alla preparazione degli insegnanti- è un diritto fondamentale, stabilito peraltro nella nostra Costituzione, in particolare nell’art. 34 (memorabili per me sono state le parole di don Milani “la povertà dei poveri non si misura soltanto a soldi, a case, a pane; si misura sul grado di istruzione e sulla funzione sociale”); l’idea che la scuola deve promuovere in senso reale e umano, far crescere,  formare non solo tecnici ma anche politici, tecnici ma anche uomini colti, liberare e creare energie creative, uomini liberi (“per essere liberi bisogna essere colti”, diceva il grande poeta cubano Josè Martì); che l’esperienza scolastica è fondamentale nella vita dei giovani, e che i giovani vogliono avere non solo rapporti didattici, ma anche umani, con l’insegnante (con il rischio da parte dell’insegnante di dimenticare la distinzione dei ruoli; l’insegnante deve restare un adulto, non fare  il giovanile, l’amico e compagno, per accattivarsi a buon prezzo la simpatia dei ragazzi: questo rischio c’era nel 68!);  che programmi e metodi di fare scuola andavano rinnovati, ma non a scapito dell’impegno e della serietà degli studi.  Ho sempre ritenuto una sciocchezza dannosa  il famoso “sei politico” e non l’ho mai praticato: promuovere vuol dire far avanzare, elevare il livello del sapere, delle competenze, della maturazione personale e questo non si ottiene certo con le promozioni facili!  La serietà dell’impegno nello studio e nella ricerca l’ho sempre preteso dai miei alunni, e per primo mi sono sforzato di metterlo in pratica, alzandomi, a quel tempo, anche alle cinque del mattino, per preparare bene le lezioni. Non ho mai avuto come nel ’68- ’69-’70 alunni così motivati nello studio e volenterosi ed entusiasti.

 

Il  mio ’68 a Chiavenna. L’accusa di fare politica.

“Ho imparato  che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Lettera a una Professoressa. “L’uomo è un animale politico”. Aristotele. “Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile”. Tucidite. Con queste convinzioni,  maturate negli anni di Università Cattolica di Milano, dove mi sono laureato nel  febbraio del 1966, e consolidate nei due anni  successivi, ho affrontato il mio incarico di insegnante di lettere alla scuola media Bertacchi di Chiavenna nell’anno scolastico ’67-’68. Le agitazioni degli studenti e le occupazioni delle università erano in corso un po’ in tutta Italia, da Trento a Pisa, da Roma a Milano: io mantenevo un certo contatto con la Cattolica, occupata nel novembre del 1967, per via della stima e dell’amicizia con la professoressa Lidia Menapace,  docente di Lingua italiana, ex partigiana, figura luminosa di donna e combattente (un paio di volte sono andato a trovarla mentre dirigeva gruppi di studio e di lavoro con gli studenti occupanti l’ateneo). Simpatizzavo spontaneamente ed espressamente con il movimento delle occupazioni e lo manifestavo  apertamente anche a scuola,  spesso polemizzando con colleghi (alcuni dei quali erano fieramente avversi e critici verso queste occupazioni che consideravano sovversive,  opera di figli di papà,  di facinorosi “comunisti”,  deleterie per la scuola italiana e le università). Queste mie posizioni a favore del movimento mi  fruttarono subito l’accusa  “di fare politica” a scuola , accusa che mi restò attaccata addosso per gli anni successivi. Ed era inutile citare don Milani, Aristotele, o Tucidite; inutile affermare che non ero iscritto a nessun partito politico e per nessuno di essi facevo propaganda; inutile osservare che era assurdo sostenere che chi andava a scuola con in mano Il Corriere della Sera non faceva politica e chi con L’Unità invece sì:  io ero “un comunista”, addirittura un  “cinese”, lettore e sostenitore e banditore del Libretto Rosso di Mao Tse-tung!

 

Il mio ’68 a Sondrio: l’occupazione delle Magistrali.

Come avviene spesso nelle cosiddette città di provincia, il ’68 a Sondrio scoppia con ritardo e si inoltra nel ’69-’70-’71 e oltre. Nel mese di novembre del 1970 (se la memoria non mi tradisce sulla data), viene occupato l’Istituto Magistrale Lena Perpenti di Sondrio, dove, dall’anno scolastico ’68-’69, ero stato nominato per l’insegnamento di lettere con incarico a tempo indeterminato. L’occupazione della scuola era stata  preceduta da diverse assemblee studentesche: si svolgevano nella palestra ed erano molto affollate e  partecipate; per la prima volta gli studenti si riunivano e prendevano la parola, per discutere, decidere!

La presa della parola, nelle scuole, nelle fabbriche, nelle chiese, nelle famiglie è stato l’atto più significativo e simbolico di tutto il ’68, tanto che qualcuno l’ha paragonata per importanza alla presa della Bastiglia nella Rivoluzione francese. A proposito della presa della parola nella chiesa, ricordo il mio intervento durante la messa celebrata alle ore 10 nella chiesa di San Rocco a Sondrio, frequentata dai gruppi della nascente contestazione ecclesiale: lessi una lettera di una donna brasiliana che descriveva le tristissime condizioni di vita nelle favelas (in Brasile si era allora sotto dittatura militare). Fu il primo e l’ultimo mio intervento in chiesa: suscitò scandalo, irritazione e ostilità, tanto che al salesiano che aveva consentito questo intervento, addirittura dall’ambone, fu proibito di celebrare ancora la messa delle 10.

C’era  molta euforia, fermento, quasi eccitazione durante queste assemblee; naturalmente i più versati nell’arte della parola, quelli che provenivano da esperienze nei partiti, negli oratori, nei movimenti erano quelli che in assemblea si facevano notare e assurgevano a leader in erba. Gli argomenti all’ordine del giorno erano simili a quelli dibattuti in tutte le scuole: il diritto all’assemblea, il suoi poteri, la rappresentanza degli studenti, la loro presenza nei  luoghi decisionali, la riforma dei programmi e dei metodi di insegnamento, l’autoritarismo di presidi e insegnanti, il diritto allo studio e le condizioni materiali, sociali e istituzionali che lo rendono effettivo, trasporti, mense, orari scolastici, ecc. La proposta di occupare la scuola passò, da quel che ricordo, con decisione unanime degli studenti (i pochi insegnanti erano ospiti e non avevano diritto di voto). Tra i pochi insegnanti presenti ci fu chi mise in guardia gli studenti dall’occupare la scuola perché atto illegale, violazione della legge. Intervenni anche io e, citando l’articolo 34 della Costituzione, la Legge fondamentale,  feci osservare, con una certa enfasi, che gli studenti non stavano violando la legge, piuttosto volevano che fosse messa in pratica. Il mio intervento fu acclamatissimo e credo che abbia avuto una certa influenza nella decisione di occupare la scuola. Ripensandolo a distanza di tanto tempo e col senno del poi, credo di aver peccato di semplicismo e di ingenuità, e di un po’ di demagogia. Comunque io restai con gli studenti per gran parte del tempo, di giorno e di notte, in quei quattro giorni di occupazione: mi sembrava naturale stare dove stavano i miei studenti, e sentivo il dovere di esserci, perché credevo che la presenza di insegnanti fosse importante perché l’occupazione non degenerasse in azioni sconsiderate o riprovevoli: cosa temuta, ma forse più desiderata dai molti benpensanti, compresi alcuni professori, che aspettavano solo quello per screditare il movimento e invocarne la repressione.

Ma nulla di riprovevole o di scandaloso avvenne: niente droga, niente sesso, niente violenza su cose o persone, nessun vandalismo. Gli unici momenti di tensione ci furono una notte in cui era corsa voce che gruppi di fascisti, provenienti da fuori,  in aggiunta a quelli locali,  avrebbero attaccato gli studenti occupanti: furono stabiliti dei turni di vigilanza “armata” con le clave  della palestra; ed era buffo vedere queste squadre girare per i corridoi brandendo queste mazze. Ma non ci fu nessun attacco e il giorno dopo le clave vennero riposte.

Durante il giorno, il tempo era occupato con gruppi di studio tematici, tenuti in varie classi, con l’incarico di elaborare analisi e proposte che poi sarebbero confluite in un documento finale, cosa che avvenne, con il contributo importante del prof. Francesco Racchetti. Questo documento venne poi fatto conoscere a tutti e consegnato a preside e insegnanti. Io non ne ho conservato copia, ma esso conteneva argomenti e punti simili a quelli che si producevano un po’ in tutta Italia nelle occupazioni di scuole (e che sono stati indicati sopra), con particolare sottolineatura del problema dei trasporti e delle mense, e dell’orario scolastico, molto sentito in Valle.

Di quei giorni conservo una mia lettera a Il Giorno (giornale che allora era ben diverso da quello di oggi!) e che dal giornale era stata pubblicata. La riporto qui per intero, perché riassume bene le mie convinzioni e il mio comportamento in quella vicenda. Questa lettera mi attirò molte critiche e rimproveri; essa confermò molti nella loro opinione che io ero uno dei capi della rivolta, un sovversivo, “un comunista” come si diceva allora. Etichetta che mi restò attaccata per parecchi anni, come una maschera che nascondeva il mio volto (tanto che influì non poco nella decisione di chiedere il trasferimento a Firenze).

 

La scuola popolare gratuita per lavoratori di via Parolo a Sondrio.

Un’altra esperienza interessante fu quella della scuola di via Parolo, ma i miei ricordi sono raccolti insieme a quelli di due altre insegnanti nel brano “La scuola per lavoratori di via Parolo che compare in questa raccolta a pagina

Il nostro compenso.

Il ’68 è stato criminalizzato ieri come oggi, da molti, dai media maggiori e dalle forze politiche, ritenuto l’origine di tutti i mali nella scuola e nella società italiana, compresa la nascita delle Brigate Rosse (che col ’68 non c’entrano proprio); per altri è stata una stagione fervida  e bella di speranze, di fiducia in se stessi e nella lotta,  di entusiasmi,  di sogni, di proposte per un mondo migliore. E che coincide con gli anni della gioventù.