Ennio

Ci abbiamo provato

 

Nel 1968 frequentavo il ginnasio dai Salesiani. Si studiava (abbastanza), si giocava a calcio (abbastanza), si pregava (più che abbastanza). E si avvertiva, da parte di quasi tutti i “superiori” (sacerdoti, assistenti, insegnanti), un grande entusiasmo per il rinnovamento della Chiesa, promosso e incoraggiato dal Concilio da poco concluso. Tra i religiosi più anziani, in verità, c’era chi guardava con sospetto le innovazioni post-conciliari; ricordo uno dei preti che amava dire, a proposito di scelte e atteggiamenti antitradizionali, che erano «cose da Mazzi», unendo nella riprovazione anche la comunità di base dell’Isolotto di Firenze animata da don Enzo Mazzi. Si trattava, comunque, di eccezioni.

Ho avuto insegnanti non troppo motivati e sempre legati alla lettera e ai confini (culturali) della pagina, ma ho chiara memoria di altri, appassionati, capaci di collocare i contenuti nel vivo della società: l’esperienza di don Lorenzo Milani e il suo impegno per una scuola più popolare, la fiducia nei giovani Paesi africani appena decolonizzati, le critiche al latifondismo violento dell’America latina… Naturalmente le critiche e le denunce del comunismo ateo e dittatoriale non mancavano, insieme alla narrazione dei particolari più crudi del martirio di cattolici, possibilmente salesiani, della Cina e della Chiesa del Silenzio (oltre cortina). Si discuteva e si studiava – il volume dei documenti del Concilio era un gran mattone, colore della copertina compreso – per cogliere i «segni dei tempi», per svincolare la Chiesa dal potere politico, in direzione di una maggiore reciproca libertà. In quegli anni, ad esempio, ho ascoltato e condiviso l’idea che parrocchie, diocesi e ordini religiosi dovevano rifiutare il sostegno economico dello Stato (la congrua) a favore dell’autofinanziamento: stava alle comunità raccogliere al proprio interno le risorse necessarie, senza dimenticare la solidarietà verso le comunità più povere. Era in sostanza la convinzione – per me tuttora valida – che il valore e la forza della scelta religiosa consistono nella testimonianza e nell’esempio, non nell’appoggio di potentati, per quanto legittimi e maggioritari.

Dopo la quinta ginnasio mi sono iscritto al Liceo di Sondrio. Ero dunque un liceale, inizialmente un po’ disorientato, quando sono entrato in contatto con i temi della contestazione studentesca. Non ho impiegato davvero troppo tempo a sentire miei i motivi della protesta: le critiche alla «scuola di classe», le istanze per una maggiore giustizia sociale, l’impegno in direzione di una effettiva uguaglianza in Italia e nel mondo, il disgusto per l’appoggio dello Stato all’estrema destra violenta e stragista, la critica verso un sistema economico basato sullo sfruttamento non di rado unito a pessime condizioni dell’ambiente di lavoro, l’ideale di una società in grado di valorizzare «ciascuno secondo le sue possibilità» provvedendo «a ciascuno secondo i suoi bisogni» ecc.. D’altronde vedevo che diversi esponenti del mondo cattolico si riconoscevano nel marxismo e si dichiaravano apertamente favorevoli a cambiamenti politici radicali. Anche il teologo salesiano Giulio Girardi era fra coloro che ricordavano che «Defraudare la giusta mercede a chi lavora» è il quarto dei peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio. Un’esperienza simile alla mia, del resto, era quella vissuta da vari ragazzi già attivi nella cattolica Gioventù Studentesca.

In seconda liceo (quarto anno), nella mia classe si accese una vasto dibattito sulle finalità della scuola, in buona misura orientato lungo le direttrici della Lettera a una professoressa (l’esperienza di don Milani a Barbiana) e comunque fortemente collegato all’impegno del mondo operaio e sindacale. Maturai, tra le altre, una convinzione duplice che allora non mi pareva per nulla contraddittoria: da un lato condividevo la critica a molti contenuti “di classe”, lontani dal reale quotidiano, e in particolare, pur essendo già orientato verso le discipline umanistiche, individuavo nel latino e nel greco due strumenti della selezione sociale; dall’altro ritenevo che la scuola così com’era, pur funzionale al modello borghese di esclusione, poteva essere utilizzata e indirizzata al cambiamento: idea che il Movimento Studentesco, al quale mi riferivo, indicava come Uso Parziale Alternativo. Non a caso fra le “parole d’ordine” si citava «Lottare, studiare per il socialismo» accanto al motto, enunciato o ripreso dal Che (Guevara), «El niño que no estudia no serà buen revolucionario». Di conseguenza giudicavo sbagliate le richieste del “6 politico” e degli esami di gruppo.

(Pochi anni dopo, peraltro, ho cambiato idea sulla validità del latino e del greco, che da allora considero capisaldi della cultura occidentale e koiné civile dell’Europa e delle nazioni sue “figlie”, oltre che fondanti gran parte del nostro orizzonte valoriale.)

All’università – e non poteva essere che la Statale di Milano – ho impostato il piano di studi in direzione della modernità, con molte materie orientate a una maggiore comprensione del nostro tempo. Tra i molti stimoli ricordo il primo esame di Geografia umana, con libri, per me illuminanti e convincenti, che affrontavano la questione ambientale (l’ecologia). Quando possibile, partecipavo alle mobilitazioni cittadine, ma intanto il M.S. cercava di impostare anche una azione politica in valle, attraverso strutture articolate a livello provinciale e locale. Si è trattato di sforzi importanti, sorretti per un certo periodo da pubblicazioni periodiche di spessore, ma nell’insieme questa è stata per me un’esperienza poco significativa. Mi pare che la debolezza dell’azione locale sia dipesa da due cause principali: la difficoltà di tradurre le istanze generali in specifici obiettivi territoriali e il “clima” nazionale – eravamo ormai dopo la metà degli anni Settanta – ormai fortemente mutato.

Lo scioglimento di fatto di Lotta Continua, nel 1976, lo testimonia.

Negli anni successivi la mia (modesta) militanza fu messa in crisi da ragioni private e ideali. Tra le seconde il fastidio crescente per le divisioni, mai superate, della Nuova Sinistra, enfatizzate per il nostro movimento dal distacco di Mario Capanna, uno dei fondatori, e la smentita di analisi politiche fondanti, quali la fascistizzazione dello Stato e la proletarizzazione dei ceti medi.

Di lì a poco, d’altronde, l’organizzazione cessava la sua esistenza autonoma. Il patrimonio di idee e di maturazione politica in parte si disperdeva, e tuttavia molti compagni trovavano ambiti di impegno sociale nella professione, nei partiti di sinistra, nei sindacati, in altri movimenti.