Wladimiro

“Viva Salin”

 

A tredici anni e mezzo lavoravo già: ero apprendista tipografo da Bettini, un lavoro che mi andava un po’ stretto perché non mi piaceva stare al chiuso e sognavo un ‘attività all’aperto. Ciononostante rimasi lì per 4/5 anni, fino a quando andai militare. Mio papà faceva il muratore da Rebai, la mamma teneva dietro alla casa, un appartamento in zona piazza Vecchia, crocevia importante della vita cittadina e luogo centrale della zona vecchia, quella abitata prevalentemente dalle classi popolari. Fui chiamato Wladimiro, ma non ci fu nessun intendimento ideologico nella scelta del nome, perché crebbi in un ambiente per niente politicizzato. In compenso sul lavoro c’era un operaio tesserato del PCI, il Gattina, un tipo inquieto e portato all’elucubrazione, che una mattina sparì dalla circolazione: era partito per Roma con la sua Bianchina senza dir niente a nessuno e sarebbe ritornato a Sondrio dopo anni, mezzo distrutto dall’anfetamina. Con lui condividevo la passione per la moto, in quegli anni obiettivo irrinunciabile per ogni giovane proletario. La nostra marca preferita era la Morini ed io seguii la trafila dal piccolo Corsarino fino al Corsaro che con i suoi 125 cc era già un ottimo mezzo. C’era una competizione feroce con le altre marche che andavano per la maggiore, in particolare la Guzzi e la Gilera, anche perchè il campionato di velocità in montagna prevedeva una prova anche qui da noi e c’erano piloti sondriesi che gareggiavano. Il Gattina era uno di questi. Una delle gare era la mitica Sondrio-Gualtieri, che calamitava centinaia di appassionati lungo i tornanti più impegnativi della strada per la Valmalenco. Noi “morinisti” avevamo come luogo di ritrovo l’officina dell’Aldo Moroni che dalle 18.00 all’ora di cena si trasformava in una specie di ritrovo per maniaci delle due ruote con lui che, la sigaretta in bocca, preparava le moto per le corse e nello stesso tempo teneva a bada con la sua sapienza motociclistica i presenti. Può essere che il Gattina mi abbia fornito i primi elementi per la mia formazione politica, ma ad influenzarmi fu soprattutto la compagnia che frequentavo. Lì c’erano alcuni che erano iscritti alla FGCI come Walter, i fratelli Brusa, Franchino e forse qualcun altro. Tutti gli altri, Crapùn, Scilazzo, Silva, Papero, Belinda, Santoliquido, Luis condividevano una sensibilità di sinistra. Frequentavamo il bar Tourist, ma anche altri luoghi come il Cima 11 e sul bere non rimanevamo indietro, come del resto imponeva la cultura maschile del tempo con tutta la sua retorica sul vino che fa bene e sull’acqua che fa morire. Più avanti fece la sua comparsa anche la droga e il Silva fu uno dei primi a Sondrio a morire di overdose, ma al momento del fatto la compagnia si era già disgregata. Ma tra di noi più che la droga era l’alcool a tener banco e a far danni.

Nell’estate del ’69 con altri ci avvicinammo all’Unione, ci fu l’esperienza del campeggio comunista che era stato organizzato nella pineta di Teglio, perché uno dell’Unione, Egidio, andava in vacanza lì nella casa materna. Era figlio di un dirigente del Distretto militare di Sondrio e con il padre era una baruffa continua per via delle diverse idee politiche. Da allora non l’ho più rivisto. Non fui nel novero dei campeggiatori, ma le vicende di Teglio divennero leggenda, come la storia del Luis che ubriaco girava per la pineta con lo “scannapecove” in mano o come la spedizione di Egidio e Papero che senza cartine partirono da Teglio, scesero a valle, risalirono il versante orobico, giunsero nella Bergamasca e fecero ritorno in autostop. “Luis De Piais”, con la sua caratteristica erre moscia, divenne poi una delle colonne portanti dell’Unione e con lui fummo qualche volta anche nella sede milanese di Servire il Popolo, una volta per prendere un ciclostile, altre volte per ritirare materiale di propaganda. Ci capitò una volta di essere reclutati in una squadra di propaganda e di essere stati davanti all’Alfaromeo con tutta la scenografia di bandiere rosse stile GRCP (leggi Grande Rivoluzione Culturale Proletaria) che erano tipiche dello stile dei militanti dell’Unione quando volevano “muoversi tra le masse come i pesci nell’acqua”. Quando ritornammo nella sede centrale dalle parti di via De Amicis i panini che avevamo lasciato su un tavolo erano spariti, a riprova del fatto che il cancro dell’individualismo piccolo-borghese non era sconfitto neanche nel “nucleo d’acciaio” che si candidava a dirigere la rivoluzione in Italia. Dovemmo tornarcene a Sondrio a pancia vuota. A Luis piaceva andare a Milano anche perché lì all’Unione giravano parecchie studentesse e lui era bravo a farsi dentro, giocando anche le sue origini proletarie, una carta che aveva un certo credito tra chi credeva fermamente nella purezza del popolo e nelle virtù catartiche della proletarizzazione. C’era anche una certa “Barbava”, una borghesona con maggiordomo forse di discendenza nobile, di cui Luis parlava come di un’amica intima, ma io non ebbi modo di conoscerla. Diversamente che a Milano, la presenza femminile nell’Unione di Sondrio era pressoché inesistente, benché ogni tanto facesse la sua comparsa la Donata, ma quella era per noi giovani di un’altra generazione, quella della guerra. La sede di via Lavizzari era come uno stupa buddista di soli monaci, preclusa al genere femminile, dove il grande sacerdote Giona officiava dalla sua scrivania sotto lo sguardo benevolo del compagno presidente. Insieme agli altri diedi una mano a sistemare i locali, rinforzammo anche la porta di ingresso nel caso i fascisti avessero tentato di sfondarla. Tra i ricordi di quella mia esperienza militante c’è un errore di una certa gravità per uno che, come me, lavorava anche di linotype: una notte uscimmo per fare scritte murali, io ero addetto allo spray, Aldo, un compagno che studiava medicina, faceva da palo; per fortuna si accorse che avevo scritto “viva Salin” dimenticando la lettera “t”; correggemmo alla bell’e meglio, ma ormai il danno era fatto e non lo si poteva rimediare come ero abituato a fare in tipografia sostituendo la riga di piombo con l’errore con una nuova emendata.

Chiusa la parentesi Unione, feci un paio di stagioni in Svizzera prima di partire per il militare e, quando tornai, cambiai mestiere e iniziai a lavorare con Bordoni frutta, dove rimasi fino alla pensione. E’ passato ormai quasi mezzo secolo e per tutti questi anni sono rimasto di sinistra, anche come tesserato di Rifondazione prima che il partito si disintegrasse. Ripensando al ’68 fu un bel periodo, anche perché si era giovani e tra di noi c’era un bel clima di amicizia e di solidarietà.