Vittorio

E’ proprio impossibile avere degli eredi?

 

1. Nato a Morbegno nell’aprile del 1947 ho conseguito la maturità classica nel 1965.

Cresciuto in una famiglia piccolo — borghese (padre imprenditore edile e madre piccola commerciante), sono stato toccato solo superficialmente da una educazione cattolica non particolarmente oppressiva.

Su pressioni della famiglia ho sostenuto con successo il concorso per l’ammissione al Collegio Ghislieri a Pavia, e mi sono quindi iscritto alla facoltà di Giurisprudenza.

2. Sino ad allora non ero sostanzialmente uscito dalla Valtellina. L’unico mondo che conoscevo era quello di una società ancora in larga parte contadina, un mondo povero in cui era però quasi sconosciuta la realtà proletaria. La mia formazione politica era stata influenzata dai valori trasmessomi da un padre orientato a destra (ma era grande amico di Giulio Chiarelli e di Giulio Spini) e da una sommaria rimasticatura di un Nietzsche letto sicuramente troppo presto.

A Pavia ho dovuto cominciare a rendermi conto che nel mondo non c’era solo un tessuto di piccoli proprietari individualisti e tradizionalisti, e che in un paese in piena crescita industriale questo tessuto non era la regola immutabile ma un’eccezione che non aveva un grande futuro.

Pavia era sì una città universitaria ma anche un importante centro industriale e tra queste due polarità si era precocemente instaurato un vivace rapporto dialettico. Lo stesso Collegio Ghislieri, in cui risiedevo 5/6 giorni la settimana, era ben lungi dal costituire una torre d’avorio riservata ad una élite malata di solipsismo. Una tradizione laica e democratica che veniva da lontano (Teresio Olivelli, il rettore più giovane nella storia dell’istituzione, era stato una luminosa figura di antifascista, morto tragicamente in un lager tedesco) aveva contribuito a creare un clima di libera discussione e di apertura verso l’esterno.

Il fondatore del Ghislieri, papa Pio V, l’aveva istituito per consentire l’accesso agli studi universitari a studenti giovani privi di mezzi ma non di talento, e quindi tra gli alunni figurava una ragguardevole quota di studenti di estrazione proletaria (quasi un unicum nell’Italia del 1965). Nessuna meraviglia quindi se il Collegio fosse una roccaforte della sinistra, con la vistosa eccezione della maggior parte degli iscritti a giurisprudenza (è sempre difficile, per un aspirante giurista, abbinare prospettive di palingenesi sociale con il culto per la legge e l’ordine).

Ed è stato in questo ambiente stimolante che ho compiuto il mio percorso da Nietzsche a Marx, passando quasi necessariamente per Sorel (e non sono certo stato l’unico).

3. L’attività politica degli studenti era allora confinata in uno schema che ricalcava quello della democrazia parlamentare: in un “parlamentino” (l’ORUP, Organismo Rappresentativo degli Universitari Pavesi) si confrontavano dei “partitini” che erano il clone dei partiti nazionali: e tale era anche l’ UGP (Unione Goliardica Pavese) che era un po’ la filiale universitaria (già da allora percorsa da fremiti di una eresia ancora tollerata) del PCI. Lo schema cominciava a mostrare qualche crepa sotto la spinta dei nuovi bisogni di partecipazione nascenti da quella che non era ancora l’università di massa ma che si avviava a diventare; e le discussioni che cominciavano a prendere piede preparavano il terreno più adatto per accogliere le istanze poi manifestatasi attraverso le idee mutuate dal maggio francese: la critica ai limiti di una democrazia puramente rappresentativa, la nuova coscienza dell’università come fabbrica sociale, la concezione dello studente come proletario intellettuale.

4. L’esplodere della contestazione ha portato rapidamente alla crisi delle vecchie associazioni — partitino, ed alla nascita delle combattive organizzazioni della sinistra extraparlamentare. Mi chiedo ancora oggi per quale strano motivo alcune sedi universitarie siano divenute, in quegli anni, una sorta di feudo quasi esclusivo di una singola organizzazione (Lotta Continua a Torino ed a Pavia, Movimento Studentesco e Avanguardia Operaia a Milano). Comunque a Pavia se uno studente voleva fare veramente lavoro politico e non limitarsi ad una sterile testimonianza non aveva altra scelta che aderire a Lotta Continua, e cosi ho fatto io. Confesso che non sono stato molto ad interrogarmi sulla differenza tra i programmi politici di Adriano Sofri, di Mario Capanna e di Silverio Corvisieri. Mi bastava sapere che a Pavia c’era un luogo politico dove avevo la possibilità di partecipare ad una discussione di massa in cui si prendevano decisioni operative, dal fare del volantinaggio fuori da una fabbrica i cui lavoratori erano in lotta, al promuovere l’occupazione della facoltà (ricordo ancora oggi con soddisfazione il lavoro con cui riuscimmo, anche in una facoltà tradizionalmente di destra, a spingere gran parte degli studenti alla lotta contro le baronie e l’insegnamento tradizionale).

Meno piacevole è ricordare che, mentre il nemico per eccellenza era “il padrone”, buona parte delle nostre energie era dedicata a combattere il PCI (e questo poteva anche starci) e, soprattutto, gli altri gruppuscoli: da questo punto di vista la sinistra extraparlamentare ha anticipato quello che sta succedendo oggi nel PD.

5. Ho vissuto quel periodo in una sorta di dissociazione: militante di sinistra dal lunedì al venerdì e malato di nostalgia per la mia Valtellina al sabato ed alla domenica quando, senza nulla nascondere della mia attività politica, tornavo a casa a ricaricare le batterie. Accese discussioni in famiglia ed una visita del maresciallo dei carabinieri che mi invitava paternamente a “non fare stupidate” bastavano a tranquillizzarmi sulla natura unitaria dell’essere mio.

Conseguita la laurea con 5 mesi di ritardo sul previsto (la facoltà era occupata da un irriducibile schiera di contestatori di cui ero orgoglioso di far parte) e tornato in provincia alla ricerca di uno sbocco professionale, mi sono ritrovato politicamente orfano. Per un’adesione al PCI era decisamente troppo presto: ricordo perfettamente che nel 1972 il mio vecchio compagno Pertica mi disse di essere confluito nella casa madre ed al mio commento scandalizzato rispose dicendo che “il partito comunista” è come la Juventus. Ho vagato per un po’ alla ricerca di un ubi consistam, frequentando un gruppetto che si ispirava all’esperienza de Il Manifesto e seguendo da vicino gli animati dibattiti del Rosselli: insomma mi sono trovato ad essere un cane sciolto della sinistra extraparlamentare. L’aspirazione a fare comunque “qualcosa” mi ha portato comunque, nel 1975, a chiedere la tessera del PCI (ma non per questo sono diventato “juventino”: la mia fedeltà al Genoa non ne è stata scalfita).

Particolare strettamente curioso anche se strettamente personale: quando ho compiuto quel passo ero dipendente della Ferrovia Retica, e quindi sono stato, quasi sicuramente, l’unico capostazione comunista delle ferrovie svizzere. La mia scelta non mi ha creato nessun problema con i miei datori di lavoro, che mi hanno beneficiato solo di una benevola curiosità: evidentemente la mia mostruosa capacita professionale, ben nota a chi mi conosce, permetteva di passar sopra a quella che, per i nostri vicini elvetici, era sicuramente un’eresia.

Non ho fatto una grande carriera politica nel partito e nemmeno nelle istituzioni. E’ già tanto che la mia sostanziale indifferenza alle tematiche del potere mi abbia portato a diventare consigliere comunale ed a rivestire cariche in tre enti partecipati.