VIE DI FUGA

I vicini si erano abituati e lo sopportavano borbottando. Lui continuava nella vita di sempre, testardo e in guerra con nemici immaginari o reali. Invecchiando non era migliorato e certe pieghe della sua personalità si erano fatte solchi, buchi profondi in cui era meglio non guardare.

Ma in questi tempi di reclusione forzata non si poteva certo chiedere alla gente di non guardare fuori dalle finestre, di non cercare, almeno con gli occhi, un po’ di speranza. Il fatto è che questi sguardi assetati finiscono per vedere proprio quello che non va, quello che è anomalo, fuori dalle regole e, diciamolo, che è sempre stato insopportabile. 

Così anche il vecchio che piscia dove non dovrebbe e bestemmia anche in presenza dei bambini, diventa l’oggetto su cui riversiamo le nostre frustrazioni e quelle parole sconce, un tempo disperse nel vento, diventano gocce d’acqua di un lavandino che perde in una notte insonne.

Squilla il telefono, si chiamano i carabinieri, il sindaco, il medico, l’assistente sociale, ma lui resiste, intrattabile, indecente, e non resta che rialzare un po’ gli argini, coprire quelle invettive con qualche ora in più di quella santa donna che fa l’ausiliaria e che oltre a pulirgli il culo da anni è l’unica che riesce a tenerlo un po’ tranquillo, chissà per quanto, speriamo almeno fino a quando non andrà a morire in una casa di riposo, in una RSA.

L’RSA, in questi mesi emblema di resistenza e sofferenza. Di vecchi accuditi da una schiera di operatori abbandonati e disorientati, di notizie contraddittorie, di verità e menzogne. Ho sempre guardato con sospetto le istituzioni totali, quelle che rinchiudono entro quattro mura un’intera vita. Convinto, forse per cultura, certamente per la paura che prima o poi possa toccare anche a me, che sia terribile, a causa di una volontà ormai inesprimibile, finire condannati In uno di questi spazi chiusi dove la vita precipita di nuovo nel limbo dell’infanzia, in quel tempo in cui eri piccolo, indifeso, totalmente dipendente, incapace di far valere la tua volontà.

Convinzioni che non mi hanno reso sordo alle parole di quegli operatori, responsabili e direttori, che in questi giorni hanno raccontato il dolore e la fatica di dover restringere ancora di più quei brandelli di relazione, di dover tenere fuori dalle mura i parenti, di evitare persino che i nonni si vedessero tra loro, si incontrassero nei corridoi, con il rischio di contaminarsi e incontrandosi di condannare tutti.

In questi giorni ho visto con nuovi occhi la capacità e il coraggio di alcuni direttori delle RSA che in assenza di indicazioni coerenti e chiare hanno assunto decisioni che in un primo momento mi sono sembrate eccessive, securitarie o difensive e che invece hanno salvato quel che restava della vita dei vecchi e degli operatori.

La reclusione getta una luce fredda e impietosa sui comportamenti dei ristretti e di chi se ne prende cura. Esalta le contraddizioni, te le sbatte in faccia chiedendo una reazione. Come quella provocata da un disabile, ormai anziano, che dopo anni di sedia a rotelle, invalido acquisito dopo un incidente stradale, si era rassegnato e aveva accettato il ricovero in RSA. Questo disabile un po’ strambo e non privo di determinazione che, contro il parere di tutti, medici, infermieri e operatori, forse anche dei parenti, si è dato alla fuga. Ha firmato e ha lasciato l’RSA perché lui nei giorni del coronavirus, più lungimirante di tutti, ha annusato l’aria e di morire come un topo proprio non ne aveva voglia.

Come dargli torto ora, e come dare torto d’altro canto agli operatori che hanno chiamato il nostro servizio per esprimere la loro preoccupazione per il paziente, che paziente non è stato, per dichiarare il loro disappunto ma anche per chiedere che facessimo qualcosa per occuparci di lui, almeno al domicilio. Lasciamolo a casa, dunque, rispettiamo quest’ultimo desiderio di omologazione in osservanza della direttiva “Madre”, l’unica su cui sembrano convergere le istituzioni:  “ tutti a casa”.

Ma non tutti hanno un tetto e la questione si è posta anche per i centri di accoglienza, i ricoveri notturni: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.

Anche il nostro centro di prima accoglienza è corso ai ripari, ha chiuso le porte ed offerto agli ospiti la possibilità, anzi l’obbligo, di non uscire, di non lasciare l’appartamento se non, individualmente, per il tempo di una sigaretta.  

Resta il problema dei viandanti, dei senzatetto, di quelli sbattuti fuori casa da genitori esasperati o di quelli usciti intempestivamente da una comunità terapeutica o di quelli finalmente liberi dopo aver scontato la propria condanna ma senza una casa dove andare. Di loro cosa ne facciamo? Come fare con questa schiera di reietti senza casa? Se prima del covid-19 ci si affidava ai pochi servizi di accoglienza, alla carità cristiana o all’ospitalità, generalmente non disinteressata, di altri diseredati, ora non è possibile. Le Prefetture scrivono, le Questure sono in allarme, è una questione di ordine pubblico! Non possiamo lasciar sotto le stelle chi ci può infettare!

Così la casa non è più solo un diritto ma diventa addirittura un obbligo. E quell’appartamento che a fine anno abbiamo attrezzato, dopo accordi, protocolli e convenzioni, diventa magicamente un’oasi per gli infelici che vengono pescati a girovagare senza autorizzazione.

Non tutti apprezzano, però.

Il primo è un viandante francese che viene fermato e ospitato per un paio di giorni fino ad una mattina in cui scompare, senza neppure salutare.

il secondo predestinato è pure lui francese, girovago e malato. Viene prontamente ricoverato, ha bisogno di cure, gli toccherà la dialisi, che non si può fare stando in ospedale ma tre volte la settimana, in sedute di 3-4 ore, nel centro dialisi più vicino alla residenza del paziente. Lui non ha la residenza, non ha casa ma, per fortuna, il suo compatriota ha lasciato libero il posto, così potremo aiutarlo, almeno temporaneamente. Chiediamo agli operatori dell’ospedale di verificare la volontà del paziente, chiediamo di capire se non preferisca essere rimpatriato. La risposta tarda però ad arrivare, l’appartamento è pronto e una mattina finalmente si informano che il francese si è dato alla fuga, ha lasciato il reparto di notte, dal secondo piano si è aggrappato una tubazione ed è scivolato via, renitente alle cure, sordo al richiamo dei medici che non capiscono come si possa scegliere di non farsi curare!

Ma il posto è gettonato. Passa un giorno e un Sindaco chiama per trovare il ricovero a un Non Lombardo a cui hanno ritirato la macchina, reo di girare senza autocertificazione e, addirittura, senza patente e libretto. Ora lui è lì, nell’appartamento d’emergenza, apparentemente felice di questa insperata accoglienza. L’appartamento però è molto piccolo, con un solo letto e in ogni caso incustodito e quindi inadatto a qualunque forma di promiscuità. Così un sabato pomeriggio non so che fare quando la Croce Rossa mi avverte che una donna è in pronto soccorso, arrivata disidratata e stravolta. Ha bisogno di un ricovero, di un letto perché non la possono trattenere in ospedale. Non è positiva, mi rassicurano. Non è neanche residente nel capoluogo ma è sabato sera e non si può andare per il sottile. Così chiamo la Coop, una di quelle Coop che monitorano gli appartamenti di housing temporaneo, appartamenti dove offriamo la possibilità di risalire la china, di essere inquilini per 6 o 7 mesi in attesa di una collocazione più stabile. Un appartamento c’è, è libero, ma destinato alle emergenze, per le donne vittime di violenza. Non è questo il caso, non so di chi sia vittima questa donna, ma ci sarà il tempo per capire e l’operatore della Coop si muove veloce, recupera le chiavi, trova lenzuola e coperte, prende accordi con la Croce Rossa; la donna è collocata, se ne riparlerà lunedì.

E lunedì puntualmente si pone il problema: non è residente. Secondo le regole è il comune di residenza a doversene occupare in collaborazione con i servizi specialistici (quei servizi specializzati nelle patologie legate alle dipendenze e alla salute mentale). Puntuale però arriva la sentenza: manca la compliance, la quiescenza, “l’adesione del paziente, dopo accurata consulenza del medico, alla terapia”.

Una scarsa compliance può tradursi in un problema di sanità pubblica, ma senza compliance il servizio specialistico non darà una mano e il comune di residenza è lasciato solo.

Chiamiamo i colleghi della zona in cui risiede la donna, ci sentiamo a distanza. Ma anche loro sono perplessi, la donna non aderisce ad alcun progetto. Come aiutarla? Anzi perché aiutarla? Spesso anche nel servizio sociale l’adesione dell’utente è un mantra, una condizione necessaria. Ma gli anni di collaborazione tra uffici di piano (gli uffici dove le assistenti sociali pianificano e intervengono), favoriscono la comprensione e l’azione. In un paio di giorni si trova una nuova soluzione. Il comune di residenza se ne fa carico e la donna trova un altro letto, temporaneo, come temporanea è sembrata finora la sua vita.

Questa storia dimostra, a me pare, che la sofferenza di una donna, anche se reietta è inaffidabile, rifiutata e responsabile di rifiutare l’aiuto dei professionisti, merita comunque la nostra attenzione. Forse grazie alla pandemia capiamo l’insegnamento di questa storia che ci mostra con evidenza quanto sia insensata l’antitesi tra razionalità deontologica e impulso umanistico, sottolineando più che mai la necessità “di abbandonare i punti di vista dei saperi separati che non sanno vedere l’urgenza e ciò che è essenziale” (da “I miei maestri”di EDGAR MORIN)  Una storia che ci impone di apprezzare, anche nell’attività professionale,  le vie di fuga che permettono di superare le barriere reali e, soprattutto, le barriere culturali.

1 maggio 2020