Valerio

Io, operaio-massa

 

Proprio l’anno dell’Autunno caldo, nel ’69, facevo il mio ingresso al Fossati, all’epoca la più grande fabbrica valtellinese. Era il mio primo impiego fisso dopo alcuni anni di lavoretti seguiti all’Avviamento professionale, area meccanica, frequentato a Tirano. Venivo da Tresenda di Teglio e la mia era una famiglia proletaria al 100% e a quei tempi ciò definiva un’appartenenza sociale e era elemento di identità. Mio padre era un minatore, un “minòr” , ed era tesserato alla sezione di Teglio del PCI , morì poi per una silicosi contratta in giro per gallerie e cantieri. Nella seconda metà degli anni Sessanta il mio orientamento politico era già abbastanza definito e fui vicino anche ad alcune tematiche dei movimenti giovanili ed hippy di quegli anni, in particolare l’avversione al nazionalismo e al militarismo e la critica alla religione. Quando arrivai al Fossati, frequentavo già un giro di amici in via di politicizzazione del mio paese e quindi entrai subito in sintonia con quanto si stava muovendo in fabbrica. Il tessile, allora, era ancora una parte importante della struttura industriale e da noi con i suoi 1500 operai il Fossati era un gigante, un concentrato di operaie e di operai, che rappresentava una notevole forza d’urto. Facevo il turno di notte in filatura, il lavoro si imparava subito, ma tra ritmi di lavoro e ambiente di lavoro polveroso e rumoroso non si faceva certo la pacchia, anche se, giovane come ero, il lavoro non mi era particolarmente pesante. C’era, è vero, quella sensazione di essere un’appendice della macchina, piuttosto marcata in filatura, perché si doveva correre dietro alle frequenti rotture dei fili, zampettando da un filatoio all’altro. Alcuni anni dopo furono introdotte delle macchine più moderne, ma invece di migliorare l’ambiente di lavoro peggiorò, perché funzionavano bene solo in certe condizioni di umidità e ciò che era nocivo per la salute dei lavoratori. All’inizio c’era il fascino esercitato dall’ambiente di lavoro stesso, con il gigantismo delle strutture e tutto quello sferragliare di macchine, poi divenne importante l’essere parte di una “comunità operaia” con le amicizie, le conoscenze, i problemi di relazione, inevitabili in un contesto umano così ampio e diversificato. Entrai subito nel giro sindacale e fui parte di quel gruppo che discuteva dei vari problemi della fabbrica, costruiva le vertenze e organizzava gli scioperi. Al Fossati in quegli anni la parola “crumiro” non faceva parte del vocabolario, gli scioperi riscuotevano l’adesione unanime e avevamo una vera e propria forza contrattuale nei confronti della proprietà. Del resto anche i sindacati erano allora una potenza, non come adesso. Avevano dietro una base che si faceva sentire e, se volevano rappresentarla, dovevano in qualche modo esprimerne i bisogni e gli interessi. I sindacalisti più famosi erano allora Contini e Pomini, il primo veniva dal Fossati e lo sentivamo un po’ come uno dei nostri, il secondo era un battagliero cislino, che si era spostato parecchio a sinistra sull’onda del ’68. Per noi tessili uno dei problemi principali era il salario, allora uno dei più bassi nell’industria, anche se noi della notte raggiungevamo cifre decenti con le indennità, e su questo ci furono battaglie e conquista. Nel tutto sommato breve periodo che fui al Fossati, ricordo le lotte per un paio di rinnovi contrattuali e per i contratti integrativi aziendali. L’altro fronte sul quale eravamo sotto pressione era quello occupazionale: il tessile era allora in una specie di crisi permanente e nel 1973 dovemmo lottare per respingere 103 licenziamenti che Fossati voleva imporre. L’altra grande crisi, quella che portò al fallimento dell’azienda e all’intervento delle partecipazioni statali con la Lanerossi del gruppo ENI, avvenne nel 1975, ma io ero già fuori dal Fossati perché nel giugno del 1974 ero passato all’ENEL. Partecipai allo sciopero generale contro la chiusura della fabbrica e alla manifestazione per le vie di Sondrio, che secondo me fu l’espressione più alta della mobilitazione popolare nella nostra provincia ai tempi del conflitto capitale/lavoro nel contesto fordista. Dopo le cose sarebbero cambiate, anche se proprio alle elezioni amministrative di quell’ anno ci fu una avanzata delle sinistre, replicata l’anno successivo alle politiche. Per quanto riguarda il mio percorso politico, nei primi anni del mio lavoro al Fossati fui vicino alla sinistra extraparlamentare, anzi partecipai ad Avanguardia Operaia, un gruppo che mi interessava in primo luogo perché aveva un buon radicamento operaio soprattutto in alcune grandi città industriali, insomma non si trattava della solita composizione studentesca che caratterizzava la maggior parte della nuovo sinistra, anche se a Sondrio gli operai erano pochi. AO proponeva la costituzione sui luoghi di lavoro di Comitati unitari di base (CUB), forme di auto-organizzazione operaia fuori dai sindacato confederali. Io ed altri operai del Fossati non uscimmo dal sindacato, restammo iscritti alla CGIL e con la nostra azione cercammo di imporre ai vertici obiettivi e forme di lotta più avanzate. Noi del turno di notte riuscimmo a realizzare una forma di sciopero che causava il dimezzamento della produzione, senza che ciò comportasse un salasso per i nostri salari. Pur apprezzando la serietà dei compagni e delle compagne di AO, ad un certo punto cominciai a dubitare che con forze così limitate si riuscisse a cambiare qualcosa e arrivai alla conclusione che forse conveniva appoggiare il PCI, partito che allora marciava col vento in poppa e riscuoteva il consenso della maggior parte della classe operaia. Ma, intanto, la mia vita era cambiata non poco. Quando a metà del ’74 iniziai a lavorare all’ENEL, mi resi conto della distanza che esisteva tra il dipendente di questo ente e l’operaio tessile e anche il mio impegno sindacale ne subì un contraccolpo: se prima al Fossati le lotte per migliorare avevano per me un senso preciso, mi sembrava che l’ENEL fosse un’area di “socialismo realizzato”. Cosa chiedere di più di quello che già era stato conquistato e che la maggior parte delle categorie si potevano solo sognare? Per un sindacalista era un bel dilemma, che risolsi dimettendomi dopo qualche tempo dal Direttivo provinciale degli elettrici. Fu così che cominciò anche per me il riflusso, con un paio di anni di anticipo rispetto a quello che interessò più avanti tanti altri. . Intanto mi ero anche sposato. Negli anni successivi all’impegno sindacale e politico non che sia passato dall’altra parte, il mio orientamento è rimasto a sinistra, però ripensando al ’68 mi sono reso conto di come non fosse sufficiente l’entusiasmo giovanile per fare una rivoluzione. In questo senso, forse è stato meglio che non siamo riusciti a farla, la rivoluzione.