Studente sondriese

Dopo Piazza Fontana

 

Dalle pagine del diario di uno studente sondriese:

Assemblea alla Statale di Milano del 16 Dicembre 1969, quattro giorni dopo la strage:

All’assemblea è venuto a parlare un anarchico sulla morte, meglio dire ASSASSINIO del suo compagno Pinelli. Avresti dovuto esserci perché spiegartelo è difficile, mentre parlava piangeva, descriveva i metodi fascisti di tortura con cui si cercava di estorcere una confessione e altri nomi, narrava il trauma del suo amico che in ogni caso (spinto o non spinto) è stato brutalmente ammazzato”.

Manifestazione del 22 gennaio contro la Strage di stato

Non so da che parte cominciare a raccontarti perché sono ancora sconvolto per quello che mi è successo. Comunque tenterò. Io, il D., l’A., la M. e il G. ci siamo trovati davanti alla Statale per l’ inizio della manifestazione, la gente era molta e subito, senza preavviso, la polizia ha cominciato a caricare, ci aveva circondati da ogni parte, i gas lacrimogeni sono subito stati sparati, gli occhi che bruciavano maledettamente. Comunque si è sfondato, io e gli altri ci siamo trovati in fondo al corteo, vedersi dietro la polizia che caricava con gli scudi gli elmi, sparando a raffica lacrimogeni e colpi di pistola, era tremendo e l’unica cosa da fare era tenersi per mano e scappare, come negli incubi in cui ti sembra di essere impotente. Il corteo si è riordinato in Piazza Duomo, ma si vedeva polizia da tutte le parti in assetto di guerra. Per le vie del centro le cose sono state calme, poi continui attacchi. La tensione nervosa in noi tutti aumentava, i lacrimogeni li sentivamo scoppiare dietro di noi finché non siamo arrivati vicino al Palazzo di Giustizia. Lì c’è stata una carica violentissima, vedevi poliziotti armati di bastoni grossissimi, lunghi due metri, che davano bastonate tremende alla gente che fuggiva, noi abbiamo dovuto staccarci e in un momento di calma ci siamo ritrovati io e il G. grondavamo di sudor, con gli occhi che lacrimavano, con le facce fuori dalla paura e dalla rabbia nel vedere quelle cose. Alla fine davanti al Palazzo di Giustizia c’è stata l’ultima e più violenta carica. Ci siamo trovati, io e il G. con altri cinque o sei con dietro uno squadrone di P.S. di almeno 300 persone che correva sparando a raffica lacrimogeni e con davanti P.S. scaglionati che picchiavano e arrestavano la gente. Ci siamo buttati in un portone, e lì abbiamo aspettato con una paura che venissero a prenderci e dopo una buona bastonatura ci denunciassero. Dopo un bel pezzo siamo usciti: celere, battaglioni schierati di P.S. e Carabinieri erano da tutte le parti, abbiamo cercato di fare gli indifferenti, di non correre e stare calmi, finché non abbiamo infilato una stazione del metro e siam venuti a casa mia. Dopo un po’ sono arrivati gli altri tre per fortuna salvi anche loro. Per tutta la notte ho ripensato ai fatti successi, c’è veramente da inorridire nel vedere quelle cose e da chiedersi, riformulando veramente certe domande, cosa voglia dire violenza e non violenza. Ci sono dei momenti come quelli in cui sei come una bestia, l’istinto di conservazione, di difesa ti fa correre più che puoi, hai perso completamente la testa. La tensione nervosa dopo due ore continue di cariche e corse ha giocato veramente brutti scherzi. Certamente conta anche l’esperienza per mantenere il sangue freddo nelle manifestazioni a Milano, comunque adesso sono abbastanza calmo, con le gambe che mi fanno male e con un gran sonno addosso”.