Silvia

La casa di via Belenzani

 

Sondrio è la mia città. Ma io vi parlerò della nascita del Gruppo femminista a Trento che è stato uno dei primi in Italia.

Su questo devo un ringraziamento speciale a Marco Boato che nel suo libro “Il lungo ’68 in Italia e nel mondo” ne parla diffusamente, in più parti e in parti addirittura ‘dedicate’. Alcuni titoli: “Alle origini del femminismo: Trento e la liberazione delle donne”, “La coscienza di sfruttata e il Cerchio spezzato”, che è la storia del nostro gruppo e dove risponde alla domanda “Quali sono i collegamenti tra il ’68 e il femminismo?”.

Ho letto e assistito, in questo periodo, a ricostruzioni sul ’68 che non ne fanno neppure accenno! Mentre Boato qui afferma “E’ una questione fondamentale”. Tra l’altro fa un’osservazione proprio vera, cioè che mentre per altri aspetti – come la partecipazione operaia o quello che è avvenuto nei partiti e nella Chiesa – c’è una notevole documentazione scritta, del movimento femminista (e anche del movimento sindacale di quegli anni) “ assai più limitata è la possibilità di ricostruire i percorsi del movimento delle donne, da una parte, e del movimento sindacale dall’altra, essendo molto ancora consegnato ad una sorta di “tradizione orale” e di memorialistica privata”.

È proprio così, tanto più che Marco in questo libro ha scovato una grande quantità di documenti originali e difficili da reperire. Davvero la pratica era del parlare, più che dello scrivere!

Vi parlerò in specifico del gruppo femminista nato nel/con il movimento trentino del ’68, ma devo prenderla un po’ alla larga perché le premesse, sia della mia partecipazione al ’68, che del mio femminismo, sono state messe qui a Sondrio. A convalidare, la tesi che il ’68 comincia ben prima.

D’altra parte, tutti gli avvenimenti che riguardano il cambiamento, cioè che hanno un carattere innovativo, hanno un periodo di incubazione in cui, sotto traccia, avvengono avvenimenti che poi, il più delle volte inaspettatamente, hanno una ‘condensazione’ e una precipitazione.

Questa incubazione – avendo come orizzonte tutto il mondo – è ben raccontata nel libro di Marco Boato che fa risalire gli inizi in Italia agli anni ’60 (con la mobilitazione contro il governo Tambroni dove avevano avuto un ruolo significativo quelli che vennero chiamati “i ragazzi con le magliette a strisce”) e ancor più significativa, in America, la Rivolta di Berkley e la formazione nell’università della California del Free Speech Movement “Il movimento per la libertà di parola”. E’ qui, a Berkley nel 1966, che per la prima volta le studentesse lasciarono l’assemblea con all’ordine del giorno la questione femminile. Un gesto di separazione che poi fu lo stesso che avvenne qualche anno dopo in Italia, a Trento per prima.

Il background a Sondrio – GS e Don Abramo

Come dicevo, questa incubazione per me è avvenuta qui, a Sondrio. Qui ho incontrato avvenimenti e persone che hanno intercettato quell’esigenza di nuovo, di cambiamento, di giustizia sociale a cui aspiravo.

Mi riferisco, parlando della mia storia personale, a due fatti:

– il primo, io poco più che adolescente, quindi negli anni ’63-64, è l’incontro con Gioventù Studentesca (l’organizzazione fondata da Don Giussani) che allora svolgeva una certa funzione dirompente in ambito cattolico.

Me ne sono poi distaccata, non so allora con quanta consapevolezza del perché. Questo l’ho capito meglio dopo.

Rimane che GS ha rappresentato per molti giovani di allora un passaggio importante. E guarda caso, la cosa importante almeno per me, era soprattutto un’iniziativa che si chiamava “raggio”, per certi aspetti un’anticipazione dal punto di vista metodologico (non nei contenuti!) di quella pratica politica inventata dalle donne che va sotto il nome di autocoscienza.

Il secondo fatto, dopo aver lasciato GS, è l’incontro con Don Abramo Levi e con la cerchia di amici che intorno a lui via via si è formata qui a Sondrio. Dei primi tempi mi piace ricordare Elia Viganò e Luigi Bordoni, per un certo periodo anche Renato Bartesaghi. Grandi amici che ora non ci sono più. E poi ci sono tutti gli altri, molti sono qui oggi.

Abramo Levi, un prete cattolico, è l’adulto – quello che io ho incontrato – che ha saputo cogliere subito lo spirito del tempo che stava arrivando. Con lui e con le persone di questo gruppo sondriese sono nate amicizie che non sono mai venute meno.

Il bello è che questo è successo anche con molti studenti del’68 trentino. Tra Trento e Sondrio si è costituito, a partire dal ’67, un filo rosso di grande spessore fatto di incontri, di visite a Trento più volte nel ’68, anche durante e dentro l’occupazione, di vacanze insieme, di incontri a Fontanella da Padre Turoldo, il viaggio a Taizé … e gli infiniti discorsi intorno al tavolo del suo studio o attorno a una tavolata conviviale su quel che vivevamo e che accadeva. Abramo, in una delle tante lettere che ci scambiavamo in quegli anni, definisce i compagni trentini che ha conosciuto per tramite mio “un dono”.

Abramo aveva visto in questa rivolta del ‘68 un principio di necessario cambiamento che lui stesso condivideva, con cui si è connesso, regalandoci la sua attenzione, il suo sapere e la sua grande autorevolezza. Ci ha accompagnato, da allora e sempre dopo, con la sua presenza e con i suoi scritti illuminanti. Molti di questi nascevano dal confronto con noi o da esigenze che noi avevamo un po’ sottotraccia e che lui coglieva. Ne ricordo alcuni che proprio prendevano spunto dal nostro movimento: “Non aver paura”, quello su “La libertà”, e il bellissimo libro su Teresa di Lisieux, così demistificante rispetto alla santina che la Chiesa ci aveva presentato. Si sono create, con studenti ‘trentini’ di allora, amicizie profonde che non sono mai finite.

Don Abramo aveva persino acquistato un pulmino perché ci si potesse spostare in gruppo. E’lo stesso pulmino che Abramo ha prestato a Rostagno e altri ragazzi di Trento nell’estate del ’68 per fare un giro in Francia.

Il movimento di Trento

Ma com’era questo movimento studentesco trentino in cui tutti, ragazzi e ragazze, davvero quasi tutte/i, ci siamo buttate con grande entusiasmo e abbiamo condiviso nei suoi contenuti di antiautoritarismo, di scuola non classista (sulla scia di Barbiana) di giustizia sociale? Quello trentino è stato uno dei movimenti più vivaci, allegri e radicali d’Italia, fatto da studenti che credevano molto in quello che facevano e che stavano bene insieme. Favoriti in questo dall’essere giovani che venivano da tutta Italia e lontani dalle famiglie. Un movimento per nulla violento, a dispetto di quanto trasmesso dai media negli anni successivi e l’ingiusto e dannoso collegamento con le Brigate Rosse (nate a Milano, non a Trento). Alle manifestazioni non c’erano servizi d’ordine e con la polizia c’erano tensioni, ma rarissimi scontri. L’impegno serio sui temi dell’organizzazione e della didattica universitaria e l’happening irriverente contro professori e autorità erano la cifra prevalente del Movimento trentino.

Trento, città allora piuttosto addormentata, ci aveva accolto con diffidenza, ma in fondo è stata la culla del movimento. A distanza di anni Trento l’ha riconosciuto. Nel ventennale del ’68 persino il commissario Bannò – che allora era la controparte nelle manifestazioni – ha voluto prendere la parola e ci ha ringraziato.

Eppure, a un certo punto abbiamo fatto un passo a lato di questo ‘bel movimento’, quel passo che la filosofa Luisa Muraro ha definito “La rivolta nella rivolta”.

Di fatto il ’68 aveva interpretato il nostro bisogno di cambiamento, ma non ci bastava. Non è bastato per dare la parola alle donne, non bastava per porci con autorevolezza nel mondo.

E noi ce ne siamo accorte.

La rivolta nella rivolta: come si arriva al gruppo femminista e alla separazione?

La fase del movimento in cui avviene questa rottura è colta con precisione da Marco che la descrive così: “Come altre volte è successo in passato, un movimento che rappresentava – nelle sue espressioni più autentiche e significative – il massimo di anticipazione del futuro, si ritrovò ad adottare, da un certo momento in poi, il linguaggio ideologico del marxismo e anche del leninismo, in tutte le varianti ortodosse e eterodosse, ufficiali ed eretiche. Invece che guardare avanti, al futuro da costruire dopo aver rotto le incrostazioni autoritarie e burocratiche del passato, il movimento del ‘68 – esauritasi la fase aurorale, più spontanea e innovativa si ritrovò a girare la testa indietro, riproducendo al proprio interno il dibattito ideologico che ci veniva dall’eredità del passato”.

Eravamo nel ’69. Questo movimento, che un po’ stava cambiando natura, ci andava sempre più stretto.

Ma neanche il gruppo femminista è nato come un fungo o come una cosa improvvisa, se pure lo possiamo collocare in questa fase del movimento. Questo è potuto sembrare agli altri, non a noi.

Già quando eravamo al Collegio delle Dame di Sion avvenivano grandi discussioni con le ragazze più anziane, scoprivamo l’Antropologia, incominciavamo a capire che l’organizzazione sessuale della società era una costruzione storica che ha avuto le sue evoluzioni fino a quella che ci siamo trovate noi ragazze del ‘68. Non era un costrutto immutabile.

E già, in pieno ’68, avevamo lasciamo il collegio delle simpatiche Dame di Sion per prendere una casa dove eravamo solo studentesse. In Via Belenzani, a due passi dall’Università.

Non che i ‘compagni’ non la frequentassero, ma l’avevamo scelta per noi. Ed è qui che quei fili soggettivi di ricerca, così legati al nostro essere non studenti ma studentesse, cioè di sesso femminile, sono balzati in primo piano e ci hanno interrogato.

Per quanto l’esperienza di movimento fosse entusiasmante e attivamente partecipata, il nostro ruolo politico rimaneva marginale e l’energia che sentivamo era in gran parte inespressa. Poche ragazze prendevano la parola in assemblea e non influivamo sugli sviluppi di quella che chiamavamo ‘la linea politica’ del movimento.

Come dappertutto anche a Trento la leadership del movimento era maschile anche se, con apprezzabile originalità, non era fondata su una sola persona, ma su un solido tandem composto da Mauro Rostagno e Marco Boato, entrambi riconosciuti e amati. Rostagno più carismatico e visionario, Boato più mediatore e attento a declinare la lotta in possibili conquiste concrete. Conquiste che si sono realizzate, appunto. Abbiamo rivoltato l’università in tutti i suoi aspetti: programmi, docenti, metodi di studio.

Anche il linguaggio politico era fortemente maschilista, con le sue connotazioni guerresche e i modi di dire sessisti che non si distanziavano gran che dal linguaggio a volte in uso in trentino dove il termine “usare” e “adoperare” (la moglie!) era espressione comune per indicare l’atto coniugale. Per fortuna ad alleggerire il tutto interveniva una buona dose di creatività e di umorismo.

Le più intraprendenti tra di noi, quelle che osavano parlare in assemblea, ricevevano sì una certa ammirazione, ma raramente sfuggivano alla scarsa presa in considerazione o, più gravemente, a qualche attacco sessista. Come capitava a Elena i cui interventi venivano accompagnati da amabili coretti del tipo “Morirai bruciata sul rogo”. Coretti scherzosi, si diceva, apparentemente bonari, ma sintomatici di qualcosa che ancora un po’ ci sfuggiva, ma che ci feriva. Così come ci feriva che la nostra comune di donne venisse da qualcuno battezzata ‘il troiaio’ e questo diventasse il modo abituale, per alcuni maschi, di nominarla.

Gli amori che inevitabilmente sbocciavano in una comunità di ragazzi di quell’età, seppure improntati a una benvenuta libertà dove le rigide barriere di un’educazione sentimentale fatta di divieti e di ignoranza erano state abbattute, riproponevano dei rapporti donna-uomo solo molto superficialmente modificati. C’era una sorta di cameratismo paritario dove però i tradizionali ruoli femminili venivano puntualmente riconfermati.

Le teorie politiche a cui facevamo riferimento, al di là delle affermazioni di dalle mura domestiche, partecipare alla vita politica, interessarci del mondo. Ma in fondo ci mancava ancora l’autonomia vera, quella del pensiero/del nostro pensiero.

Noi ci stavamo accorgendo che tutta la società era organizzato su un presupposto, interiorizzato in gran parte anche da noi, quello dell’inferiorità femminile.

E questo aveva determinato la struttura storica della società che, per dirla con Ina Praetorius (dottora in teologia protestante, autrice di vari saggi, casalinga e madre e io definirei anche grande economista), ha avuto come conseguenza quella di dar vita a un ordinamento sociale bipartito in due sfere: quella superiore, maschile, dove storicamente si sono situate le scienze, le arti, la teologia, l’economia, la finanza… e quella “inferiore”, il domestico, il luogo delle relazioni e della cura. Il tutto a partire da una rimozione, certamente tranquillizzante soprattutto per i maschi: il fatto che tutti nasciamo da donna e che tutti siamo ‘dipendenti’. Ina Praetorius definisce questa rimozione “un errore del pensiero”. L’aveva ben messo in evidenza don Abramo nel suo libro “Tessuto nel seno di mia madre”.

Il ’68 che avevamo messo in atto non aveva smosso in maniera profonda il presupposto dell’inferiorità femminile.

La tesi e il gruppo femminista

Nasce così l’idea tra quattro di noi della comune – io, Elena Medi, Gabriella Ferri, Luisa Abbà e anche un maschio, Piergiorgio Lazzaretto, un grande amico di tutte noi e sensibilissimo alla questione di genere – di fare una tesi sull’emarginazione femminile e il ruolo della donna nella società moderna

Una tesi studiata e fatta per smontare e riformulare gran parte di quello che fino ad allora ci avevano raccontato con la storia, la filosofia, la pedagogia, le teorie politiche e economiche, le scienze, la psicanalisi stessa. Racconti in cui le donne non c’erano mai. Quando c’erano, erano perseguitate, uccise, rese vittime.

Nel ’72 verrà pubblicata dall’editore Mazzotta con il titolo “La coscienza di sfruttata”. Il libro, tradotto subito anche in francese e tedesco, diventerà un punto di riferimento importante per le donne del movimento.

Ma quel che più conta è che non ci siamo fermate alla tesi. Ciò che incominciavamo a capire non poteva restare nei libri, ma pretendeva di diventare una pratica politica di trasformazione.

Nasce così il gruppo di autocoscienza, solo tra donne perché ogni presenza maschile, anche la più stimabile, induceva modi di ragionare, censure o timidezze incompatibili con la nostra volontà di mettere in comune l’esperienza di noi in quanto donne.

Partire da sé è stata la parola d’ordine degli inizi, ben consapevoli che non significava far girare il mondo attorno a noi stesse. Questa consapevolezza sociale ci veniva proprio dal ’68. D’altra parte il Movimento studentesco stesso era nato su una sorta di ‘partire da sé’, cioè sulla condizione di studenti.

Il gruppo di autocoscienza è stato, per noi donne di sociologia, l’uscita dal silenzio.

Era in discussione il rapporto uomo-donna così come ci era stato trasmesso e così come si era fissato da tempo immemorabile nelle strutture patriarcali della società: la famiglia, la scuola, l’organizzazione del lavoro, la cultura, la politica, la religione.

Fondamentali in questo percorso di presa di coscienza – e qui ritorniamo all’influenza americana – furono le molte letture: Betty Friedan (“La mistica della femminilità”), il discorso sul lavoro di Evelyne Sullerot (“La donna e il lavoro”), naturalmente “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir, principio, facevano scomparire le donne nell’ indistinto primato di un proletariato operaio fatto di soli maschi.

Il ’68, fino ad allora, ci aveva dato la consapevolezza che la nostra autonomia era preziosa, ma era ancora rinchiusa in un’idea di emancipazione e di parità con gli uomini: trovare un lavoro fuori

il libro di Carla Ravaioli (“La donna contro se stessa”), gli articoli delle donne del movimento americano che Giovanni Arrighi, relatore della nostra tesi insieme a Chiara Saraceno, ci aveva procurato tramite Luisa Passerini e che noi traducevamo e discutevamo nel gruppo ( “Donne come casta” di Roxanne Dunbar, “La donna e la sua mente” di Meredith Tax e altri che non ricordo.

E ancora, ma non per ultimi, i lavori dei gruppi italiani, Demau e Rivolta Femminile, che incominciavamo a conoscere solo allora attraverso gli scritti di Carla Lonzi (“Sputiamo su Hegel”, “La donna clitoridea e la donna vaginale”).

A Trento è successo che in breve tempo, a metà del ’69, il movimento studentesco trentino si svuotò quasi completamente della sua componente femminile.

Due parole sul carattere del movimento delle donne

Il movimento delle origini, quello a cui ancora oggi faccio riferimento, non è stato un movimento per i diritti, ma per la libertà femminile.

Semmai, sul piano del diritto, aveva lo scopo di abolire delle leggi discriminatorie (il pater familias nel diritto di famiglia, il delitto d’onore, l’indissolubilità del matrimonio, il reato d’aborto ecc.). E questo è avvenuto, con ricadute su tutto l’assetto sociale e l’ordinamento giuridico. Praticamente siamo uscite dal medioevo.

Come dice Marco Boato nel suo libro: “Le ragazze degli anni 2000 non potrebbero neppure immaginarsi quanto diversa e più arretrata fosse allora la società italiana – e tutte le altre società sul piano internazionale – rispetto al ruolo delle donne, ai loro diritti e ai rapporti uomo-donna. Molte delle riforme realizzatesi negli anni ’70 in Italia sarebbero state impossibili senza la spinta travolgente dei movimenti femministi di quel decennio”.

Il dopo

Concludo solo aggiungendo poche parole su quel che viene dopo: non è più la storia di un gruppo di studentesse, ma di un grande movimento. L’unico movimento sopravvissuto a quegli anni. Altri poi se ne sono in seguito aggiunti, come il movimento ambientalista, i no-global, l’ecologismo.

Quel che è avvenuto nel ‘68 non è stato che l’inizio di una lunga marcia: sarebbe meglio dire la ripresa di quella lunga marcia che altre, ben prima di noi, avevano avviato.

Mi è stata rivolta spesso la domanda. Qual è a distanza il tuo bilancio?

Positivo.

Positivo per tutte le conquiste che il movimento degli studenti ha portato, in ambito sociale, operaio, nelle carceri, nelle istituzioni.

Molto positivo per noi donne perché l’obiettivo della libertà femminile e di una società dove le donne siano presenti con la forza e l’autorevolezza di cui sono capaci, da allora, è sempre stato operante. Oggi siamo dappertutto, nei lavori, nelle istituzioni, nella politica. Siamo parlanti, produciamo pensiero. Un pensiero che, se attentamente considerato, vuol dire libertà per tutti, donne e uomini.

Il mio bilancio è positivo, a dispetto di mass media e soloni vari che negli anni passati hanno dato per morto il femminismo e non hanno espresso alcuna curiosità verso quello che – talvolta in maniera troppo discreta – andava avanti tra le donne nella comprensione, nella produzione di consapevolezza, nello sviluppo di una radicalità più precisa di quella degli inizi.

È un bilancio positivo perché il ’68 è stata la linfa che ha guidato le mie scelte, che mi ha portato al femminismo, lo stimolo al cambiamento che oggi, ancora più di allora, è diventato e sento urgente.

Per dirla con il linguaggio dell’attualità dopo il Me Too: TIME’S UP, il tempo è scaduto.

Dall’intervento di Silvia Motta a Sondrio il 17 maggio 2018 in occasione della presentazione del libro di Marco Boato “ Il lungo ’68 in Italia e nel mondo”. Alcune parti del discorso sono riprese dalla testimonianza presente nel libro “Ragazze nel ‘68” a cura della Fondazione Badaracco, Ed. enciclopediadelledonne.it.