“Silenziosamente ri-costruire…”

Sono un cooperatore sociale da quasi 25 anni, uno che “lavora nel sociale”, così si usa spesso dire nel gergo comune. Ho cominciato dalla base: dal lavoro educativo con persone con disabilità, con bambini, con adolescenti e giovani in servizi e progetti nel territorio della bassa Valtellina. Poi tutti questi anni è come se fossero volati in un attimo, ed ora mi ritrovo a dirigere un consorzio di cooperative sociali, il consorzio Sol.Co Sondrio, che oggi accorpa le principali imprese sociali della provincia. Una delle esperienze lavorative che maggiormente ritengo mi abbia fatto crescere, umanamente e professionalmente, è quella del progetto di welfare comunitario chiamato “+++ Segni Positivi”. Un progetto che opera dal 2015 nel distretto di Sondrio coinvolgendo, oltre ai 22 comuni dell’ambito, anche numerose realtà del privato sociale, del volontariato e del mondo imprenditoriale. Con questo progetto sono cresciuto, ed è cresciuto un territorio (operatori, amministratori, referenti di organizzazioni etc.). Il progetto si occupa del contrasto delle povertà e della “vulnerabilità” delle famiglie. Intende offrire un sostegno a chi si viene a trovare in quella condizione di rischio che spesso viene definita la “zona grigia” (il contrario della “confort zone”), ovvero quella condizione in cui possiamo ritrovarci tutti se ci capita un evento sfavorevole (perdere il lavoro, dividerci a livello familiare, affrontare spese economiche impreviste, ammalarci etc.). Avevamo partorito un tweet quando il progetto mosse i primi passi, che era anche un motto per noi tutti e diceva così: “In una piccola comunità le povertà si vedono bene ma si guardano male, proviamo a cambiare gli occhiali!”. Ci sembrava evidente che in un contesto territoriale come il nostro, chi scivolasse in una condizione di fragilità, anche temporanea, fosse facilmente individuabile e a rischio di stigmatizzazione. Nei nostri paesi la mancanza di anonimato e una bassa fiducia nelle nostre capacità può rischiare di portarci dentro condizioni di scoraggiamento e isolamento sociale. Per diversi anni abbiamo quindi lavorato per contrastare questo fenomeno, sul fronte delle azioni concrete, sul fronte delle collaborazioni e delle alleanze, sul fronte degli stimoli culturali verso il territorio. Il nome “+++ Segni Positivi”, il colore giallo che lo contraddistingue, non sono casuali. Da sempre infatti ci siamo immaginati di guardare “al positivo” le fragilità, di cambiare la visione di questo fenomeno valorizzando le risorse, anche latenti e nascoste, delle persone incontrate. Ne abbiamo incontrate tante di persone e famiglie fragili in questi anni: quasi trecento famiglie, quasi mille persone… Tra questi c’era chi aveva perso il lavoro a quarant’anni con il nucleo familiare a carico, chi non poteva permettersi la spesa alimentare a causa di condizioni economiche difficili, chi semplicemente non poteva permettersi spese per l’educazione, la formazione, le attività sportive e culturali dei propri figli. Il progetto ha creato posti di lavoro nell’ambito della cura dell’ambiente (recupero della sentieristica e riconversione di aree abbandonate in attività agricole); ha messo in piedi un supermercato solidale chiamato “Emporion” in località Agneda (comune di Montagna in Valtellina) in cui le famiglie hanno potuto fare la spesa restituendo, laddove possibile, il contributo in cibo ricevuto in aiuto circolare a favore del market stesso e del sociale; ha attivato servizi a fronte dei bisogni emersi (come per esempio l’educazione finanziaria per le famiglie); ha realizzato eventi culturali, promosso campagne di raccolta e donazione di prodotti; ha attivate le energie di tanti cittadini che sono diventati volontari a supporto delle attività. Il progetto ha fatto tutto questo, poi è arrivato il Covid-19 e come un uragano ha scompaginato e rimesso in discussione tutto. Ora, dopo settimane di lavoro a testa bassa, le nostre attività non si sono fermate, anzi abbiamo continuato rispondendo ai bisogni, anche quelli inaspettati ed emersi con l’emergenza. Un primo effetto di questo uragano è proprio la percezione delle “vulnerabilità” nelle rappresentazioni e nell’immaginario collettivo. Mi verrebbe da dire, riprendendo il tweet di cui sopra, che le vulnerabilità in tempi di Corona virus: “si vedono ancor più bene di prima, affiorano naturalmente in superficie, e forse si guardano meno male…”. E’ come se la parola “vulnerabilità”, per i più sconosciuta e forse percepita come troppo “social-tecnicistica”, con questa crisi stia invece prendendo sostanza, densità, valore. Noto che viene maggiormente utilizzata e capita, per esempio dagli amministratori pubblici, dalle organizzazioni, dagli stessi cittadini. La pandemia ci ha resi tutti vulnerabili, o semplicemente ce l’ha fatto capire a colpi di morti e feriti, perché fondamentalmente “vulnerabili” lo eravamo e lo siamo da sempre. E’ che tutto questo casino ha riportato in superficie ciò da cui ci eravamo un po’ anestetizzati: dolore, paure, incertezze, disuguaglianze etc. In secondo luogo le vulnerabilità non sono soltanto quelle delle persone, ma anche quelle delle organizzazioni, formalizzate o meno. Alcune organizzazioni che operano nel sociale si stanno fortemente indebolendo anche e solo semplicemente perché, nel caso del volontariato, la maggior parte delle risorse umane ha un’età superiore ai 65 anni e in questo momento deve stare a casa. Così ancora le cooperative sociali, che rischiano di lasciare a casa i propri lavoratori per la chiusura e la riduzione dei servizi in ambito educativo, assistenziale, o servizi che semplicemente promuovono l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Un terzo livello di vulnerabilità che la pandemia ha messo in luce è quella  “dei saperi” delle organizzazioni. Per saperi intendo le competenze, i modelli organizzativi, le modalità di intervento nell’affrontare i problemi, le rappresentazioni e letture della realtà del welfare. Saperi che ogni organizzazione ha stratificato nella propria storia facendoli spesso divenire unici e universali. E’ evidente che la pandemia ci sta dicendo che è finito il tempo dei compartimenti stagni, che la realtà va interpretata ed affrontata nell’unione e nella contaminazione tra questi “saperi”. Quanto sta avvenendo oggi, in maniera veloce e inaspettata, ci sta già catapultando in una dimensione nuova. Succede che tutti ci stiamo accorgendo che non ci bastiamo più da soli. Succede che nell’emergenza siano già attivi tavoli di coprogettazione tra organizzazioni diverse per gestire l’organizzazione di attività estive a favore di bambini e ragazzi, dando allo stesso tempo un supporto a quei genitori che non possono fare le ferie perché sono state risucchiate dal virus. Già diversi comuni, oratori, cooperative sociali, organizzazioni sanitarie, organizzazioni di volontariato si stiano mettendo insieme per organizzare qualcosa che non è più ciò che prima si faceva separatamente. Succede che nell’aiutare chi è più fragile e più isolato (pensiamo agli anziani o alle persone con disabilità e ai loro familiari, a chi soffre di problematiche di salute mentale, di tossicodipendenza) si muova un’intera comunità che si sente naturalmente tale. Succede che se mancano i soldi per l’acquisto dei dispositivi di protezione, o per i dispositivi informatici per consentire ai bambini di svolgere l’attività scolastica a distanza, tutti si attivino e i fondi si raccolgano. Succede che le amministrazioni pubbliche si confrontino e trovino soluzioni comuni a problemi contingenti e spiazzanti. Succede che i singoli cittadini, anche temporaneamente perché le loro attività professionali sono ferme, si attivino nel volontariato a favore della propria comunità. Succede che le organizzazioni dell’ambito sociale e sanitario mettano insieme competenze per provare a risolvere le problematiche nuove portate dalla pandemia. Succede che parole quali: collaborazione, coprogettazione, cooperazione, si svestano della forma e divengano sempre più fortemente sostanza nella quotidianità e nella concretezza del lavoro sul campo. E via così con altri tanti esempi… Tutto sta succedendo, e noi ci stiamo passando in mezzo… E’ bellissimo, se potessimo uscire per un attimo dal tempo e ci mettessimo sul bordo del torrente degli eventi guardandolo scorrere, ci inonderemmo il volto di sorrisi e stupore. “Il nuovo è già qui”, per dirla come la dicono alcuni esperti o profeti, basta riuscire a vederlo. Ecco è questa la competenza che questo uragano, nella sua potenza e imprevedibilità, vuole stimolarci a far crescere nelle nostre menti, o forse meglio nei nostri cuori: saper convivere con il vuoto, con l’indefinitezza e la complessità del momento che stiamo attraversando trovando nuovi punti di osservazione e una rinnovata lucidità di sguardo. Ne siamo capaci? Ne saremo capaci? Come operatori sociali è importante portarcele appresso quotidianamente queste domande, evitando di schiacciarci e di annullarci nella foga dell’operatività da una parte, oppure, all’estremo opposto, nell’emotività dominata da paure, timori, visioni catastrofistiche dall’altra. Infine c’è la dimensione dell’ascolto personale e del tempo per noi. Se penso alla mia esperienza, la pandemia mi ha fatto magicamente riscoprire la bellezza del comporre musica, dello scrivere poesie, del gustare i momenti della quotidianità lavorando da casa e non mollando mai un secondo le priorità nell’agire dei nostri progetti e servizi. Tutto questo è incredibile! Energie inspiegabili si sono mosse e hanno dato linfa alla creatività in un momento storico unico e carico di potenziali ansie e preoccupazioni. Se la nostra postura mentale e culturale cambierà e volgerà in questa direzione, non ci mancheranno le buone idee e le buone alleanze… Per dirla con le parole di un cantautore che amo molto, Niccolò Fabi, è importante, oggi più che mai, saper ri-costruire insieme il welfare territoriale, con creatività, umiltà, onestà e capacità di osare. Perché come recita il testo di una sua canzone che amo molto e che si intitola Costruire: “Nel mezzo c’è tutto il resto/E tutto il resto è giorno dopo giorno/E giorno dopo giorno è silenziosamente costruire/E costruire è sapere/E potere rinunciare alla perfezione”.

MASSIMO BEVILACQUA