Scrive Monica IMI

Originaria di Brembate di Sopra (Bg), classe 1971, Monica Imi da 15 anni vive in Uganda. Specializzata in Medicina Interna, si è dedicata in particolare a progetti sulla tubercolosi, l’Hiv e la disabilità. L’anno scorso è stata insignita dal Quirinale del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia per il suo impegno nella diffusione della cultura italiana all’estero.

Io, medico bergamasco, vi scrivo dall’Uganda, dove vivo e lavoro da 15 anni. Uganda: terra di ebola, malaria, Hiv, tubercolosi, febbre gialla, colera, ecc ecc. Alle epidemie qui siamo piuttosto abituati.
È sconcertante vedere quello che sta succedendo in Lombardia, a Bergamo. Nessuno se lo aspettava: si pensava probabilmente che essere ricchi e “sviluppati” tenesse al sicuro e che le epidemie fossero un problema dei Paesi poveri… Ma la globalizzazione funziona per tutto, virus inclusi: nessuno è al sicuro. La natura ha dei limiti, e li stiamo raggiungendo e oltrepassando. Il prezzo da pagare è altissimo, per noi ma soprattutto per i nostri figli e nipoti.
Ma un’altra cosa colpisce: come un sistema ritenuto “d’eccellenza” sia stato rapidamente sopraffatto. Sfortuna, certo: la Lombardia è stata la prima a essere investita dall’ondata, tutti hanno un po’ sottovalutato, la partita di calcio forse è stato un “super spreading event” e nessuno è davvero mai completamente preparato a un’emergenza di tali dimensioni. Ma qualcuno non ha pensato che forse il sistema sanitario non è cosi eccellente come tutti (per lo meno quelli che parlano ai media) amano ripetere e pensare? Abbiamo medici molto bravi e centri di eccellenza invidiabili, ma da anni in estate, quando torno, incontro e discuto con amici e colleghi, medici e pazienti, e il quadro che ne esce non è affatto lusinghiero. Anzi.
Certo, per alcuni singoli, soprattutto quelli che sanno come muoversi e pretendere, avere tutto quello che chiedono (giustificato o meno) gratis è indice di eccellenza: esami, visite specialistiche, farmaci, pronto soccorso per questioni non urgenti (salvo poi lamentarsi per i tempi lunghi di attesa, chissà perché). Ma i racconti di medici e parenti erano, sono, raccapriccianti, tanto che a volte io rispondevo: ma nemmeno in Uganda! Un sistema allo stremo, che tirava avanti per l’impegno sovrumano di alcuni. Una gestione avulsa dalla realtà e dalle esigenze, ostaggio di giochi politici e di potere. Una classe medica divisa, con una parte che gode di vantaggi poco giustificabili (mai capito perché medici e pediatri di base, liberi professionisti convenzionati, non possono fare notti e weekend e lo Stato deve compensare con la guardia medica) e ostaggio di una medicina dettata dalla paura delle denunce e non dal bene del paziente. Realtà ospedaliere sovraccariche e servizi territoriali insufficienti (penso ai Centri Psichiatrici, ai servizi per anziani, agli Hospice…). Un sistema che premia i furbi e penalizza i capaci. Pazienti pretenziosi, arroganti, incontentabili (in genere in misura inversamente proporzionale al reale bisogno), cui né medici né dirigenti osano opporsi per timore di denunce. Tutti insieme verso il disastro, arrivato sotto forma di un coronavirus. Quindi, evitiamo di fare i sorpresi. Le premesse per la catastrofe c’erano tutte ma nessuno le ha volute vedere. E i poveri sanitari che si sono ammazzati di lavoro prima continuano a farlo ora (per lo meno li chiamano eroi: meglio tardi che mai), ma non ce la faranno mai: Covid-19 non è un problema clinico, è un problema di salute pubblica, di organizzazione dei servizi, di uso razionale delle risorse. Che sono tante, ma non infinite: è ora che qualcuno lo dica, e che i famosi “tagli” alla sanità siano fatti con razionalità e giustizia, non in base a chi urla di più.
Quando i medici di Bergamo hanno iniziato a dire «non ce la facciamo, non ci sono posti per tutti, si dovrà decidere chi intubare e chi no» (cosa che avviene normalmente, ed è buona pratica, e a maggior ragione quando c’è uno squilibrio massivo tra bisogni e risorse), subito è scattato l’esposto in procura (per omicidio colposo!), e i dirigenti a negare, perché la verità è scomoda e politically incorrect; ma la vita è fatta di scelte e anche non scegliere è una scelta: quando non si sceglie di usare le risorse nel modo più razionale possibile (che significa a volte fare scelte difficili e dolorose), quasi sempre finiscono per pagare i più deboli.
Il coronavirus ha dato uno scossone: servirà? La sanità va ripensata. Servono veri esperti di salute pubblica: era chiaro dopo una settimana dal “caso 1” che il virus era in giro da un po’. Spuntavano casi di anziani ovunque, come se tutti i vecchietti dell’Italia fossero passati per Lodi. Era chiaro da subito che servivano unità sul territorio, i medici di base non erano né preparati né equipaggiati (e infatti si sono ammalati e hanno diffuso il contagio). Molte risorse sono state concentrate sugli ospedali, ma la vera battaglia è sul territorio, che è stato lasciato a sé stesso. Leggo post e discussioni di medici italiani e il livello di confusione su protocolli e approcci è semplicemente pazzesco. Al 20 di marzo una circolare del Ministero della Salute nega il ruolo degli asintomatici nella diffusione del coronavirus… alla faccia dell’evidenza!
La sanità sul territorio va riorganizzata. Il medico singolo, indipendente e autonomo, non funziona più: la medicina è troppo complessa e ampia. Ospedale e territorio vanno integrati, la medicina di famiglia deve diventare il punto di riferimento, con l’ospedale come livello secondario di cura. Servono strutture sul territorio che gestiscano servizi di base, ambulatori, piccole urgenze, prevenzione, con medici di famiglia in équipe, supportati eventualmente da specialisti a patto di mantenere la responsabilità della cura.
E infine, serve che tutti si rendano conto che se vogliamo servizi decenti per tutti, in proporzione ai bisogni, e senza drenare le casse del servizio sanitario (a spese dei più deboli, incluse le future generazioni, ricordiamocelo bene), dobbiamo tutti fare un passo indietro e rinunciare a qualcosa. Accettare che ci sono dei limiti a quello che si può pretendere, e fare, e questo non vuol dire fare di meno, ma fare meglio, secondi i bisogni e le possibilità. Bergamo non molla, ho visto su uno striscione. Non ho dubbi: siamo famosi per la testa dura. Io mi auguro anche che Bergamo rifletta e impari.
Un caro saluto dall’Uganda
Monica Imi

Originaria di Brembate di Sopra (Bg), classe 1971, Monica Imi da 15 anni vive in Uganda. Specializzata in Medicina Interna, si è dedicata in particolare a progetti sulla tubercolosi, l’Hiv e la disabilità. L’anno scorso è stata insignita dal Quirinale del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia per il suo impegno nella diffusione della cultura italiana all’estero.