Scienza e politica, democratizzare la scienza attraverso lo Stato.

 

Il noto scienziato Burioni ha affermato che la scienza non è democratica. Proveremo a evidenziare un’altra verità che invece lega fortemente la scienza alle decisioni politiche e il suo rapporto con la democrazia.

La scienza fornisce evidenze scientifiche ma su come esse vengono utilizzate pragmaticamente dalla politica, si deve discutere eccome. La politica a differenza della scienza deve prendere decisioni vincolanti, si arroga una certa responsabilità sugli atti emanati.

Di fonte a un fenomeno nuovo la scienza necessita di tempo per studiare le ipotesi, sperimentare, falsificare la tesi e ricercare l’evidenza. Per elaborare nuove cure, nuovi materiali o dimostrare teorie scientifiche, il mondo scientifico dispone di tempo senza che elementi come la fretta, la superficialità influenzino il processo di ricerca e incidano sul rigore logico dello scienziato e del metodo scientifico.

In un fenomeno totalmente nuovo, come l’epidemia di Corona Virus, la politica di governo deve fornire risposte immediate, i governi e le amministrazioni vengono investiti dallo shock esogeno e devono formulare una risposta veloce ed efficace per limitare gli effetti potenzialmente esiziali per la popolazione. La politica, in quanto fenomeno sociale può disporre di certezze se queste sono fornite dalla scienza, ma in questa situazione anche il Premier Conte ha dovuto ammettere “In questo momento anche gli scienziati non hanno evidenze scientifiche rispetto ad un virus che è nuovo, è chiaro che anche loro hanno difficoltà a dire con certezza alcune cose”. (QS, 5 marzo 2020).

La politica non dispone di metodologie univoche, ogni decisione è influenzata sempre da un elemento ideologico, il processo politico si fonda su una costante mediazione tra diverse parti, dispone sempre di molteplici strade da intraprendere e ogni volta che sceglie agisce per conto di una parte della società. Le scelte politiche non sono mai neutre e la politica è per definizione un processo imperfetto e governato dalla dialettica tra elementi e soprattutto trasforma i rapporti interni alla società e la società stessa.

Dinanzi a una realtà nuova anche l’interpretazione e le scelte appaiono totalmente nuove e non categorizzabili nei canoni tradizionali. Per non vagare totalmente nel buio di conoscenze esatte e provate su cui poter far affidamento è fondamentale essere supportati da un’adeguata impostazione filosofica e scientifica che fonda l’interpretazione degli eventi attraverso “il pensiero complesso che assimila il più possibile i modi semplificanti di pensare, ma rifiuta le conseguenze mutilanti, riduttive, unidimensionalizzanti e alla fine accecanti di una semplificazione” (Morin). In mancanza di uno spirito che abbraccia la complessità, può prevalere il determinismo arido, l’ambizione di controllare e dominare totalmente il reale; la realtà rischia di prendere il sopravvento sul sistema.

Questo è avvenuto in maniera drammatica con gli atteggiamenti banalizzanti e riducenti di quel mondo anglosassone che basa parte della cultura politica liberale sulla razionalità politica fondata sul governo indiretto degli individui, in cui il governo struttura l’ambiente sociale e normativo affinché l’individuo, integrando nel proprio calcolo personale le variabili di questo ambiente, si comporti in un modo coerente con l’indirizzo generale voluto dal potere pubblico. Con le parole del primo Ministro Britannico Boris Jhonson e di Trump si è scelto di lasciare alla libera iniziativa delle persone il modo di comportarsi attraverso un meccanismo della responsabilizzazione individuale in un contesto istituzionale e normativo (oltre che ideologico) che non garantisce garanzie sociali (come la sanità pubblica e universale). La base culturale di questa risposta è di lasciare la persona esposta alla situazione di pericolo. Come direbbe Foucault “vivere pericolosamente” (Nascita della Biopolitica pag.68). L’approccio britannico e soprattutto americano risente molto del carattere politico e soprattutto ideologico della cultura di appartenenza in cui il parere dei “tecnici scientifici” sembra essere preso in considerazione in maniera marginale. Sempre rimanendo in terre anglosassoni emerge un altro elemento interpretativo delle politiche (o meglio delle non politiche) di distanziamento sociale che si basano sulla teoria economica classica dell’equilibrio del sistema: secondo questa interpretazione il Virus è visto come elemento di un sistema che sì lo destabilizza e lo manda in crisi, ma che allo stesso tempo è in grado di autoregolarsi giungendo a un proprio equilibrio in modo naturale attraverso le libere forze interne del sistema. È facile comprendere che tali scelte prevedono un ruolo marginale dello stato in termini di intervento attraverso il welfare sociale e sanitario con la diretta conseguenza che l’impatto del Virus non è uguale per ogni persona: i più colpiti saranno i più esposti alle disuguaglianze sociali già vigenti nel sistema, insomma un Virus di classe. 

Il governo italiano diversamente, ha elaborato una strategia di contenimento dell’emergenza basato su un fortissimo distanziamento sociale e in questo periodo abbiamo imparato a conoscere la scienza nei panni di consigliera del governo, ciò solleva una profonda discussione sul rapporto tra scienza e democrazia, su quanto questi due attori possono intrecciarsi, solidarizzare e influenzarsi reciprocamente.

Infatti, così come la democrazia si basa su un processo dialettico, di contrapposizione di idee, così la scienza deve basarsi sul dialogo delle diverse idee di interpretazione dei fenomeni naturali in un contesto che è quello della comunità scientifica. Il dubbio anima la ricerca e la consapevolezza dei limiti dello scienziato rende la scienza un processo limitato e incapace di raggiungere verità assolute, lo scienziato è prima di tutto un filosofo della complessità che si pone di fronte alla realtà con uno spirito antipositivista.

Da una parte la scienza si interfaccia al suo interno nella comunità d’appartenenza in cui emerge il consenso e la critica alle tesi, ma dall’altra socializza i propri risultati all’interno della società, ove una nuova conoscenza diventa patrimonio collettivo. Un nuovo sviluppo e una nuova scoperta scientifica inoltre può implicare una nuova elaborazione filosofica, una nuova concezione di modo: scoperchiare le contraddizioni di una certa impostazione filosofica e metodoligica, si pensi alla filosofia aristotelica-tolemaica demolita dallo sviluppo del metodo scientifico Galileiano e dalle scoperte scientifiche, promuove la dialettica delle idee e ciò non può che determinare un progresso spirituale e materiale della società e della storia.

Il beneficio che la società può trarre dal lavoro scientifico è legato strutturalmente dalla pubblicità delle conoscenze e da chi svolge l’attività di ricerca: la conoscenza nei molteplici campi di forte rilevanza strategica di applicazione della scienza non può appartenere al singolo privato e non può godere dei privilegi offerti della proprietà individuale cognitiva. La conoscenza deve appartenere, essere finanziata e pianificata dal pubblico, istituendo centri di ricerca all’avanguardia, promuovendo la ricerca e perseguendo l’unico interesse che è la socializzazione delle conoscenze. Con ciò non si vuole intendere uno stato totalizzante ma un pubblico che concede libertà di lavoro allo scienziato, in cui scienza e stato si confrontano per elaborare al meglio la strategia e i campi di indagine. Se la scienza è un corpo legato allo stato allora essa è democratica in quanto sottoposta al controllo democratico e in possesso del popolo. se invece il settore privato guida il processo scientifico, la scienza non è più in mani democratiche ma è proprietà di una parte (solitamente dei grandi gruppi industriali), influenzabile e diretta dagli interessi del privato, che per definizione è il profitto.

Privatizzare le conoscenze, inserirle in un contesto di mercato, di competizione e di profitto può generare ritardi, inefficienze nell’elaborazione di una risposta scientifica a problematiche come quelle legate al Corona virus, può generare costi enormi per gli stati e per la collettività quando si tratta di acquistare le proprietà o i materiali medici per le cure. Come ha recentemente sostenuto l’economista Emiliano Brancaccio gli stati dovrebbero impegnarsi a condividere le risorse e le informazioni scientifiche e approfondire la collaborazione multilaterale per la ricerca, ostacolando i tentativi di free rider. 

Questi tempi ci portano a riflettere sulla necessità di istituire uno Stato che possieda ampi spazi di ricerca e che disponga delle conoscenze necessarie per promuovere nuove strategie industriali (sia nel campo della produzione sia in quello del sistema di welfare), attraverso innovazione e sperimentazione offrendo vantaggi strategici e nuovi sentieri di crescita sostenibile nelle mani pubbliche.

Valerio Trabucchi