Roberto

La svolta fu la Zanzara

 

MILANO E VALTELLINA

Sono nato il 03.08.50 a Milano, dove ho vissuto fino al 1967, quando la mia famiglia si trasferì definitivamente in Valtellina. In realtà fin dall’età di 1 anno vivevamo tra Milano e Aprica, in quanto mio padre, medico-chirurgo ortopedico a Milano, per arrotondare faceva il “giustaòs” in Aprica. Era il tempo dei primi impianti sciistici e delle relative fratture: prima il periodo natalizio, poi la stagione invernale, quindi una casa permanente con le vacanze estive. Frequentai anche un intero anno di 3° elementare lassù: fu un’esperienza indimenticabile, a stretto contatto con un mondo che non conoscevo. Alcuni miei compagni si addormentavano a lezione, perché si erano alzati all’alba per regolare le vacche! Li svegliavo e gli passavo il compito, ma iniziavo a capire. Negli anni a seguire non mi sentivo quindi un “turista milanese”, ma parte della mia classe e di quella comunità che ho sempre frequentato.

IL BACKGROUND

Provengo da una famiglia di estrazione socialista: mio nonno paterno era un sorvegliato politico (un professore del Liceo Berchet di Milano collegato a Rodolfo Morandi: l’OVRA lo portava ai giardinetti in occasione delle parate di regime). Mio padre, catturato dai Titini, era stato medico per loro e dopo l’8 settembre sul passo del Muretto incontrò amici comunisti che lo convinsero a rientrare in Italia: sotto falso nome fu medico delle Brigate Garibaldi a Milano e poi si iscrisse al Partito d’Azione. Ma mentre altri pezzi della famiglia avevano conservato quella impostazione (i cugini di Modena, tra cui Piergiuseppe, ancor oggi un convinto esponente sindacale CGIL), mio padre si smarrì: pur rimanendo fedele a quella storia familiare, si innamorò di volta in volta del politico in voga (Craxi, Berlusconi, Bossi etc.). Ma non fu mai democristiano. Era un provetto artigiano della chirurgia ortopedica, un uomo di grande sensibilità umana coi suoi pazienti: nel neonato reparto di Morbegno si inventò di tutto e ne fu ripagato dall’affetto della gente. Ma il suo interesse era il lavoro, prodigandosi per i più umili: il ’68 degli studenti lo prese in contropiede.

MONDO BEAT (1964-1969)

Mio padre mi iscrisse al Parini fin dalla 1° media e poi all’attiguo Liceo-Ginnasio. Quel posto era strano: l’Italia stava cambiando e vi convivevano i figli del Centro (la famiglia di un mio compagno che viveva in Corso Venezia era proprietaria del Corriere della Sera) e quelli di un’attigua periferia, composta da piccola e media borghesia in ascesa, come nel mio caso. Era il 1964-1965 e si discuteva già molto di politica, genericamente intesa come sinistrorsa contro destrorsa, ma senza radicalismi. Anche perché la vera rivoluzione stava già avvenendo attraverso la musica: prima i Beatles, poi i Rolling Stones, quindi gli epigoni nostrani dei Rokes e dell’Equipe 84. Grazie alle “vacanze di studio” in Inghilterra e agli Ostelli della Gioventù di Lerici, tutti suonavamo qualcosa e tutti avevamo il nostro complessino. Nel mio caso suonavamo al Bang Bang e al Piper di Milano o al Veliero di Cinquale in Versilia, ritirandoci poi ai più miti consigli del “Cantavaltellina”, che vincemmo nel 1968. Era un movimento che coinvolgeva tanti giovani con spirito di libertà: non cercavamo altro.

LA MIA ZANZARA: LA SVOLTA (1965-1966)

Nel frattempo, nel 1965, quando frequentavo la 5° Ginnasio, fui eletto Rappresentante di Classe del Parini assieme a un fascista oggi ravveduto (scelta bipartisan delle sagge ragazze delle Milano in cambiamento). A novembre la prima riunione: avevamo appena smesso i calzoni corti e, al di là delle divergenze politiche, ci ritrovammo assieme in fondo all’aula: i liceali si infervoravano in discussioni a noi ignote. Per alzata di mano approvammo tutti quanto proposto: era il menabò del prossimo numero della Zanzara, la rivista della Scuola. Quando uscì a febbraio la leggemmo con interesse, ma non capimmo un granché, men che meno la storia della “pillola”. Poco dopo, nel febbraio ’66, scoppiò lo “scandalo”: professoresse che correvano, mamme che urlavano, giornalisti, che soffiavano sul fuoco. Che era mai? Me ne accorsi qualche giorno dopo, quando arrivò a casa l’avviso a comparire del Tribunale dei Minori, perché il Consiglio dei Delegati era il Legale Rappresentante della Rivista. DC, PLI e MSI si erano schierati ed era un fatto politico. Mio padre si spaventò a morte, ma per fortuna tra gli inquisiti c’erano polli di allevamento nobili: uno era figlio del Direttore dell’Avanti, il quotidiano socialista, l’altro figlio del Capo Redattore milanese dell’Unità, il quotidiano comunista. Con una batteria di avvocati di tutto rispetto si accinsero alla battaglia: una sera di maggio fummo tutti convocati, genitori al seguito, in Piazza Venezia: ci dissero che i giudici non intendevano sentirci tutti e che eravamo prosciolti, mentre il processo avrebbe riguardato solo i responsabili: Direttore (De Poli), Vice (Sassano) e l’autrice dell’articolo (Beltrama). Me l’ero cavata con poco, ma l’incazzatura per il torto subito mi segnò. E poi c’erano i compagni a processo: per fortuna furono prosciolti. Anche mio padre, rincuorato dagli altri genitori, si incazzò a morte con le destre. L’unità socialista era ricostruita.

LE OCCUPAZIONI DEL PARINI (1967-1969)

Io continuavo a suonare la chitarra e col complessino battevamo feste di classe e concorsi vari. Ma il Diavolo ci mise un’altra volta la coda. Nel 1967, in 2° liceo, la mia professoressa di lettere si chiamava Torre Rossi e nella primavera 1968 trovammo il Liceo occupato (da Lei e dagli Universitari). Non ne sapevamo nulla e non avevamo idea di cosa stesse succedendo all’Università. Fu questione di attimi, come per mio padre sul Muretto: o dentro o fuori. Entrammo, dormimmo là, fummo sgombrati dalla Polizia. Ma ormai il dardo era tratto. Eravamo nel Movimento e tante altre manifestazioni seguirono. I professori si divisero tra favorevoli e contrari: ne pagammo il prezzo. Il Parini era già duro (32 in prima liceo, 24 in seconda e 16 in terza), ma non mancarono le vendette. Quello di greco ci chiamava arabi dai piedi scalzi perché era ebreo e aveva partecipato alla guerra del Kippur: quindi odiava i palestinesi. Perciò nella primavera 1969 mise l’unico compito scritto di greco (illegale) nel giorno dello sciopero per sfidarci e mandò ben 11 di noi su 16 alla Maturità con “Non Classificato”, che equivale a 3, in greco scritto. E questo dopo 3 anni di feroce selezione. La scuola ci appariva un mostro e per fortuna la Commissione d’Esame si accorse di quel delirio persecutorio promuovendoci quasi tutti.

IL POPOLO DEL PCI (1969-1971)

Mentre lottavamo per la sopravvivenza a scuola, le nostre idee confuse diventavano una bandiera. Ma proprio nella difficoltà, come in Aprica, la mia brama di ancoraggio al popolo divenne una scelta. Avendo saputo che un mio amico stava frequentando una sezione del PCI amica degli studenti, nella primavera 1969 mi presentai alla eretica Aldo Sala di Piazza Santorre di Santarosa, nella periferia operaia di Viale Certosa. Mi misero alla prova, con sei mesi di volantinaggi in fabbrica, diffusioni dell’Unità e docenze al corso delle 150 ore per operai-studenti. Il tutto mentre preparavamo la maturità. La tessera arrivò solo un anno dopo, nella primavera 1970. Ma avevo incontrato la mia gente e grandi maestri di vita: non ero solo a combattere la mia battaglia per gli studi e in famiglia. Questa Sezione eretica, che coniugava lotte operaie e lotte studentesche, non durò a lungo: nel 1971 i suoi dirigenti furono espulsi e per ridurre il clamore, io fui invitato a rinnovare la tessera alla Federazione di Sondrio, allora rappresentata da un solo funzionario esterno che non fece nulla per convincermi.

IL MOVIMENTO STUDENTESCO (1969-1976)

Dal 1967 la mia famiglia si trasferì definitivamente a Morbegno, dove mio padre ero divenuto primario di ortopedia. Ma io continuavo a studiare al Parini di Milano e la mia presenza era limitata ai weekend e alle vacanze. Già in terza liceo, nella primavera del 1969, iniziai a prendere contatto con chi aveva organizzato le prime manifestazioni a Sondrio. Nel 1970 nacque il Collettivo di Medicina, con Strada, Guzzini e Leghissa, ma il mio impegno divenne prevalente sulla realtà di Sondrio. Eravamo “gli universitari” e ogni sabato ci trovavamo al Circolo Rosselli per discutere e coordinare le iniziative. Tra il 1970 e il 1976 il Movimento si estese nelle diverse scuole, coinvolgendo anche le realtà di paese.

IL REGIONALE DEL MOVIMENTO STUDENTESCO-MLS (1970-1978)

Già nel 1970 nacque l’esigenza di un coordinamento delle varie realtà lombarde, che nel 1971 prese forma organizzata. Liberato dalla tessera comunista, potei accettare di rappresentare Sondrio in quel contesto. Capitò così che fui nominato segretario regionale tra il 1972 e il 1978, cioè dopo la fondazione del Movimento Lavoratori per il Socialismo nel 1976. Ma anche se non avevo più compiti diretti nella realtà locale, la mia presenza, anche per motivi logistici, non è mai mancata, almeno negli eventi di maggior rilievo. Non furono anni facili: ho fatto parte della Direzione Nazionale del MLS fino al 1981, anno di confluenza nel PDUP. Questo mi ha permesso di entrare in stretto contatto con leader di valore come Toscano, Cafiero, Gianni e Magri, da cui ho appreso molto. Ma per contro mi ha sottoposto a un forte stress emotivo, perché la pressante richiesta di accettare il funzionariato si scontrava con i miei studi e una visione più immersa nella realtà della politica. Così, quando fui “silurato” nel 1978 dal ruolo di Segretario, pur continuando a farne parte fino al 1981, in realtà tirai un respiro di sollievo, anche perché nel frattempo stavo già costruendo un diverso progetto di vita.

L’AUTUNNO CALDO: INFERMIERE AL PIGNONE (1973-1979)

L’autunno caldo del 1969 arrivò in ritardo in Valtellina, ma non vi è dubbio che la Nuovo Pignone di Talamona ne fu leader. Nei primi anni 70 come Movimento Studentesco avevamo organizzato mostre sulla salute in fabbrica e costruito legami con gruppi operai “sensibili”. Fu così che quando nel 1973 il Consiglio di Fabbrica della Pignone pensò di avviare i registri biostatistici sui rischi da lavoro, il Medico di allora fece il mio nome come supporto. Allora ero al quarto anno di medicina e fui assunto come infermiere, con lo specifico compito di raccogliere le schede di rischio. Fu una grande esperienza e i leader di quel Consiglio di fabbrica furono davvero i miei maestri. Da qui la mia scelta di fare il medico del lavoro: appena laureato nella primavera 1976 fui assunto dall’allora SMAL e per 10 anni visitai personalmente centinaia di lavoratori delle maggiori industrie locali: dalla Falck di Novate alla Levissima di Cepina, passando per Spalding, Siderval, Carini e Bieffe. Solo per citarne alcune. Il mio contatto col mondo del lavoro era di nuovo vivo, tanto che facevo anche il medico di fabbrica alla Pignone e il Consulente per tutti e tre i Patronati Sindacali. E poi, dopo il 1986, con il passaggio all’ASL, ecco i lapidei, gli agricoltori, i segantini. Al di là del contatto umano coi lavoratori, ho avuto la fortuna di vedere centinaia di casi di patologie oggi semi-scomparse: silicosi, asbestosi, saturnismo, angioneurosi da vibrazioni, ipoacusie da rumore, neuropatie da pesticidi.

IL MOVIMENTO LAVORATORI PER IL SOCIALISMO (1976-1982)

Ecco perché, con questo progetto di lavoro da costruire, il mio impegno politico è andato scemando. Ho militato nel MLS fino al 1982, un anno dopo la confluenza nel PDUP. Ma siccome la spinta propulsiva del ’68 si era ormai esaurita e la discussione verteva di fatto sul dove andare a parare, quindi tra filosocialisti e filocomunisti, per me che dal PCI venivo il dado era tratto. Nel 1982 tornai a casa.

LA GIOVENTÙ VALTELLINESE

Il ’68 in Valtellina fu significativo come impatto nel sociale e nella politica, ma minoritario nella gioventù. Inizialmente le scuole superiori erano concentrate a Sondrio e solo una minoranza le frequentava. E’ però vero che negli anni ’70 nacquero sedi staccate e le corriere pubbliche sostituirono le aziende private, allargando sensibilmente l’accesso all’istruzione. Fu merito di quelle lotte. Ma la maggioranza lavorava in Svizzera, in piccole aziende o in agricoltura, dove cresceva l’esperienza cooperativa. Quei giovani non erano collegati alle lotte studentesche, ma alla musica che portava voglia di libertà. E per questo non ci furono ostili. Anzi, furono determinanti nel vincere i referendum sulla’aborto e sul divorzio in una provincia considerata di stretta osservanza religiosa e democristiana.

Questa coesistenza virtuosa è stata il vero volano di emancipazione della e nella nostra valle.