Ricordo di padre Camillo De Piaz

Piergiorgio Evangelisti, docente, giornalista, animatore culturale, presenta la figura di Padre Camillo De Piaz, un religioso che ha svolto un ruolo importante  nell’animare il dibattito  culturale e religioso a Milano e in provincia di Sondrio, confrontandosi in modo libero  e aperto con le principali tematiche del lungo ’68.

Ricordo di padre Camillo De Piaz

“Il ’68? Per me il movimento di liberazione della donna” (1), Camillo De Piaz. “Per me l’amicizia, vero ottavo Sacramento”, Davide Maria Turoldo (2).

Camillo De Piaz, tiranese del 1918, entra in seminario a 11 anni; a 19 anni è inviato a Roma per frequentare la facoltà di teologia  del suo ordine (i Servi di Maria). E qui subisce il primo di numerosi allontanamenti punitivi: leggeva di nascosto gli scritti di Bonaiuti (teologo “modernista” scomunicato) e di Darwin (sì, il naturalista “evoluzionista”). Nel 1941 è ordinato sacerdote e arriva a Milano (città fondante per il nostro servita).

Camillo ha espresso il suo pensiero in materia di Cultura, Politica, Religione (in ordine alfabetico) in omelie (non amava parlare a braccio, scriveva tutto prima), in articoli, in traduzioni (sì, per esempio su commissione di Papa Montini tradusse in italiano la “Populorum progressio” dall’originale redatto in francese), in incontri e colloqui informali.

 

A Milano nel ’42 si iscrive alla facoltà di Lettere della Cattolica: non terminerà mai gli studi, ma sarà il luogo dove intesserà amicizie profonde.

Dopo l’8 settembre del ’43 esce il primo numero della rivista “L’Uomo”. Ovviamente clandestina e ovviamente senza firme. Il “covo” è il convento di San Carlo dei Servi. Insieme a Camillo, Turoldo, docenti, laureati e studenti della Cattolica. La matrice è cristiano sociale, senza preclusioni verso il pensiero della sinistra sociale. A Liberazione avvenuta “L’Uomo” ricompare. Sino al settembre del ’46 usciranno 42 numeri (e in 13 ci saranno articoli di Camillo). Dalle testimonianze emerge «la levatura umana e catalizzatrice di energie di Camillo De Piaz» (3).

Bisogna altresì ricordare che, sempre grazie alla mediazione di Camillo e di Turoldo e dunque in convento, agli inizi del 1944, cominciarono i primi incontri tra i comunisti Eugenio Curiel e Gillo Pontecorvo con i cattolici sociali Dino Del Bo e Alberto Grandi. In successive riunioni si fissarono le basi per la costituzione ufficiale del Fronte della Gioventù, aperto a tutti i partiti antifascisti. Di questi incontri esiste una foto con Enrico Berlinguer, riferito però a dopo la Liberazione (4).

 

Dopo la Liberazione l’attivismo di Camillo (e di Turoldo) si estrinsecò in diverse attività caritatevoli (ne ricordo due: la “Messa della Carità” e il sostegno a don Zeno per Nomadelfia).

Il 1° febbraio del 1952 apre la “Corsia dei Servi”: luogo di incontri, conferenze, mostre, ma anche libreria e casa editrice. Rispetto alle attività della Corsia, soprattutto anticipatrice e poi sostenitrice e divulgatrice dello spirito conciliare, mi preme aggiungere tre filoni laterali: l’interesse per la produzione cinematografica (con cicli di cineforum, qualche volta soppressi per volontà superiore), per le culture minoritarie e per gli incroci identitari. A proposito di quest’ultimo tema, a scanso di equivoci, Camillo preciserà: «Io parlo di un’identità molteplice e aperta, in istato di comunicazione e di scambio» (5).

Rossana Rossanda aggiunge qualcosa, a modo suo, al quadro: «La Corsia aiutava a sistemare i rifugiati, a far partorire qualche madre senza carte, a diffondere la stampa. Turoldo e De Piaz erano di poche parole e di grande efficienza» (6). Turoldo di poche parole? Ne dubito!

 

A proposito delle culture minoritarie, stretti furono i legami della Corsia con il Centro internazionale Escarré (Ciemen detto in breve). Nato idealmente all’interno dell’abbazia benedettina catalana di Montserrat e dedicato all’abate Escarré, costretto dal regime franchista all’esilio, Ciemen sviluppò le sue prime attività a Milano, a partire dal ‘74. Ho appreso dal sito curato da Bruno Ciapponi Landi (7) che Camillo ne è stato presidente. Legato alle attività Ciemen, è stato anche il bormino Roberto Togni.

 

Le attività della Corsia dei Servi non risultarono particolarmente gradite alle gerarchie, per cui Turoldo venne ufficialmente allontanato da Milano nel ’54, Camillo nel ’57.
Da Milano alla Valtellina per Camillo, passando per il Triveneto, molto più ampio il tour per Turoldo. L’esilio per Camillo sarà sostanzialmente virtuale, costante infatti la sua presenza a Milano.

 

E per Milano scelgo quattro momenti funebri esemplari: la commemorazione da parte di Camillo del trigesimo della morte dell’abate Escarrè (novembre ’68), la sua partecipazione in tonaca ai funerali dell’anarchico Giuseppe Pinelli (20 dicembre 1969) e, sempre in tonaca e con Turoldo, a quelli dell’amico partigiano Giovanni Pirelli (5 aprile 1973).

E don Brusadelli sul quotidiano L’Ordine, egemone in Valle, «sfoderò tutto il campionario di accuse e di insulti della destra clericale “Che ci fanno due frati in mezzo alle bandiere rosse?”» ricorda lo stesso Camillo  a Giuseppe Gozzini, suo biografo.

 

Sempre  nel 1973 a Milano Berlinguer gli consegna pubblicamente il Premio Eugenio Curiel.

 

Il 1974 è l’anno del referendum sul divorzio, con le prese di posizione pubbliche (a Milano e in Valle) di Camillo e di Turoldo, in divergenza con le gerarchie ecclesiastiche.

 

Ne conseguono atti vendicatori:  nel 1974  la “Corsia dei Servi”  è costretta a lasciare S. Carlo. Si trasferisce in via Tadino dove rinascerà come “Nuova Corsia” con Camillo a presiederla.

E l’anno dopo i Servi di Maria sono costretti a lasciare la cura del santuario di Tirano. E sempre don Brusadelli plaude parlando di «pulizia sociale».

Ma i due serviti non si mettono da parte e per il Natale del ’75 concelebrano un messa nella fabbrica Innocenti, occupata dagli operai.

 

Ho accennato alle stragi ricordando il funerale di Pinelli. Ora  tocca alla lotta armata. Il 28 marzo 1972 al Cimitero monumentale di Milano ebbero luogo i funerali dell’editore Giangiacomo  Feltrinelli, morto nel maldestro tentativo di sabotare un traliccio. A questo funerale si sottrasse Camillo. Partecipò invece Lucia Pigni, pilastro della Corsia e legatissima a  Camillo (in un documentario dell’epoca credo di averla riconosciuta tra i  partecipanti). Camillo, è cosa ampiamente nota, si risentì moltissimo per questa partecipazione: non condivideva infatti le  scelte individualiste e avventuriste e i metodi terroristici dell’editore.

Negli stessi giorni vennero arrestati a Milano Mara Cagol e Renato Curcio, quasi subito  rilasciati. Nel  maggio le B.R. decidono  di  entrare in  clandestinità.  Da questo momento in poi parte la cosiddetta  propaganda armata con azioni dimostrative e sabotaggi, e in crescendo sequestri lampo di dirigenti e quadri aziendali. Il livello dello scontro si alzò con il rapimento del magistrato Sossi (siamo tra aprile e maggio del 1974). Tra giugno e ottobre dello stesso anno i primi morti: due attivisti padovani del MSI (Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola) e un carabiniere, il maresciallo Felice Maritano. Assassinii definiti dalle stesse B.R. in qualche  modo casuali per le modalità. Lo scontro  si incarognisce: nel maggio del 1975 avviene la prima  gambizzazione (Massimo De Carolis, esponente della destra DC). Il 5 giugno del 1975 viene uccisa Mara Cagol in un conflitto a fuoco con i carabinieri, impegnati a liberare un sequestrato delle B.R. (l’industriale Vittorio Vallarino Gancia).

E qui Camillo in una conversazione privata uscì con questa frase: «Era una di noi, ma…». Camillo conosceva bene la formazione cattolica della Cagol. Probabilmente cercava di capire le motivazioni etiche delle prime azioni dimostrative, sentendosi poi spiazzato e tradito dalla successiva “escalation”.

 

Ora si rende necessario un passo indietro.

E in Valle? Nel 1962 Camillo dedica 10 giorni ai ricercatori dello Svimez per uno “storico” rapporto socio-economico su “Il caso della Valtellina”.

Vox clamanti in deserto, quella di Camillo? No.

Tra gli anni ’60 e ’70 si registra in provincia di Sondrio un fiorire o un rifiorire di associazioni e di riviste.

E’ del 1961 l’associazione “Amici di Bormio”, per iniziativa dell’etnologo e storico dell’arte Roberto Togni, e qui Camillo osserva e a volte interviene. “Amici” impegnati in campagne a salvaguardia della storia e dell’ambiente montano del Bormiese.

Nel ’62 nasce  a Tirano il Centro  di Iniziativa Giovanile (CIG), tra i promotori ovviamente Camillo.

Ancora nel ’62 nasce il Centro Rosselli a Sondrio, “zona franca” per incontri, conferenze, mostre, cineforum. Nel novembre del ’64, su iniziativa di Camillo, interviene per una conferenza padre Ernesto Balducci.

 

Dunque a Tirano, come a Bormio, Sondalo, Chiavenna, Morbegno e Sondrio, iniziative culturali di vario tipo: conferenze, mostre, cineforum, e così via.

 

Su di un libretto curato recentemente  da Giovanni Bettini e dedicato al Rosselli (8) ci sono foto di Camillo partecipante a manifestazioni: sempre sotto lo striscione dei sindacati unitari. E troviamo una notizia di un’iniziativa a Morbegno. Siamo nel ’65, il Centro Rosselli ricorda i vent’anni dalla Liberazione. La sollecitazione ad intervenire fu del morbegnese Giulio Spini. Camillo è l’oratore. Punto focale: le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana” raccolte dal partigiano Giovanni Pirelli.

«A noi non resta che inchinarci con rispetto di fronte a quello che dicono: io cattolico e sacerdote, di fronte al comunista che dichiara il suo ateismo anche nel momento supremo, anche se vorrei tanto che fosse diversamente e se non dispero che il mio Signore gli sia stato vicino lo stesso, egli  che è il Signore dei perseguitati e degli oppressi (e del suo ateismo dovrò domandar conto prima a me stesso che a lui): e il comunista, o l’ateo, se ce n’è qualcuno tra noi, deve  a sua volta inchinarsi di fronte alla professione  di fede del prete o del semplice credente. Del resto Dio è più grande della nostra fede e della nostra mancanza di  fede».

 

Altri parleranno del ’68 in Valtellina (del resto io sono arrivato in Valle, a Livigno, a fine 1970 e il mio ’68, come ho ricordato in altra sede, cominciò nel ’67 a Urbino).

 

Il valtellinese Aldo Bonomi (9) nella prima decade dell’aprile ’78 si presenta a Camillo De Piaz insieme all’avvocato Giannino Guiso. Il 16 marzo Moro è stato rapito dalle Brigate Rosse, con il massacro di cinque poliziotti della scorta. 20/25 giorni dopo i socialisti (Craxi, Vassalli, Signorile, Guiso) cominciano a muoversi in varie direzioni per sollecitare una trattativa volta a salvare il prigioniero. Guiso ha assistito Bonomi nelle sue vicende giudiziarie ed è in continuo contatto con la dirigenza storica delle BR in carcere (Curcio, Franceschini,…), contatto favorito dal generale Dalla Chiesa.
La parola a Giuseppe Fioroni, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro (10): «Monsignor Bettazzi, allora vescovo di Ivrea, (…) fu contattato da padre De Piaz, stretto collaboratore di padre Turoldo, il quale gli suggerì che alcuni vescovi si offrissero in ostaggio al posto di Moro. Molti anni dopo, padre De Piaz dichiarò: “Non posso fare i nomi, ma posso dire che eravamo in contatto con persone che potevano dirci cosa stava avvenendo all’interno delle BR e sapevamo che i brigatisti erano in disaccordo sulla decisione finale di ucciderlo. Noi volevamo, con le nostre azioni, cercare di allargare questa contraddizione e dare più forza alla parte che era per la liberazione”».

Questa ricostruzione è stata contesta da Bruno Ciapponi Landi. Egli afferma che “non fu di padre Camillo l’idea dello scambio con i vescovi, ma dello stesso Bettazzi e di due suoi colleghi di Roma.  Padre Camillo non si sottrasse e collaborò, ma fu sempre scettico sul possibile buon esito e non nascose a Davide, che era pieno di speranze, le difficoltà che prevedeva, soprattutto da parte delle BR. Ricordo poi la sua telefonata a Bettazzi per spiegargli col necessario garbo lo scarso interesse  per l’ipotesi  che l’avv. Guiso aveva riscontrato. La questione è riportata correttamente da Annachiara  VALLE in  Parole opere e omissioni. La Chiesa nell’Italia degli anni di piombo, Rizzoli, Milano 2008, p. 262, nella testimonianza dello stesso Bettazzi”. 

In realtà solo un paio di brigatisti erano contrari (Faranda e Morucci), quindi ampiamente prevalse, com’è purtroppo noto, l’ala “militarista” delle Brigate Rosse, rappresentata dalle quattro principali “colonne”, più quella in carcere (Curcio, Franceschini,…).

 

Il 19 aprile 1978 compare sul quotidiano Lotta Continua un appello, sollecitato in sostanza dalla famiglia Moro, sottoscritto da Turoldo, La Valle, Terracini, Böll e altri (molti altri, ma non Camillo De Piaz). «A coloro che detengono l’onorevole Aldo Moro, noi chiediamo di valutare che al di fuori della vita umana non c’è possibilità di liberazione per l’uomo. Dalla morte non può nascere la vita, dalla morte non irradiano comprensione e solidarietà», si sostiene nell’appello. Turoldo dichiara poi che non sa che farsene di uno Stato incapace di difendere Moro.
Attorno al 5 maggio ultimi disperati tentativi da parte dei “nostri”.
Racconta Gennaro Acquaviva, capo della segreteria di Craxi (11): «Padre Turoldo una notte da Milano telefonò a Craxi, che non lo conosceva, e lo svegliò. Si vede che era appunto un poeta santo che non dormiva. Gli disse: “Lei deve insistere duramente, fortemente, deve andare in Segreteria di Stato. Ha dei rapporti col Vaticano? Bisogna insistere col Vaticano, bisogna tenere aperta questa trattativa”. Me lo raccontò Craxi il giorno dopo. Turoldo gli fece degli urli… Quel povero Craxi era mezzo addormentato, però si ricordò della telefonata e la mattina dopo, alle otto, mi telefonò e mi disse: “Guarda, ha telefonato Turoldo e mi ha detto: Andate a parlare con monsignor Riva, a Roma, di corsa, lui sa tutto”». Acquaviva chiama Riva e il monsignore dice: «Con padre Turoldo bisogna avere un po’ di pazienza, è un poeta, un santo. Non gli date tutto questo gran peso, si fa quello che si può». Conclude Acquaviva: «Nei mesi e negli anni successivi, Craxi si lamentò con me dell’atteggiamento “rilassato” che avemmo noi tutti, lui compreso, rispetto a quell’appello di padre Turoldo. Insisteva, perché evidentemente glielo aveva raccontato qualcuno, che questa Corsia dei Servi a Milano era un centro di interfaccia con quel mondo o con quei mondi “rivoluzionari” e contestatori…».

Il 9 maggio a Roma in via Caetani i brigatisti abbandonano il corpo di Moro.

 

La parola al cardinal Martini: «Non è facile interpretare ciò che av­venne nel 1984 con la consegna in ar­civescovado di un grosso quantitativo di armi e di esplosivi. Penso che fu so­prattutto una dichiarazione di resa, vi­sto che proprio in quei giorni, incon­trando e ascoltando nelle carceri i ter­roristi, mi accorgevo che essi si rende­vano sempre più conto della inutilità e dell’assurdità di quanto stavano fa­cendo. Ricordo che alcuni mi diceva­no che quando toccava loro sparare contro qualcuno, avevano davanti co­me un grande buio, senza vedere i vol­ti delle persone. Ma quando hanno in­cominciato a comprendere che davanti a loro stavano dei volti di persone u­mane, allora le cose sono cambiate» (12).

 

Dall’85 i “soci” della Nuova Corsia, proprio su sollecitazione del cardinale, cominciano ad entrare in carcere. Nel 1988 Volli, critico teatrale di “Repubblica”, racconta di uno spettacolo (Il Labirinto) presentato al Parenti, scritto, tra gli altri, da Bellosi, Azzolini, Semeria, Bonisoli…(il lettore tenga a mente questi nomi, li ritroverà più avanti).«Fallirebbe chi pensasse di trovare in Labirinto un’analisi della lotta armata e dei suoi errori. L’ autocritica si limita alla constatazione di “aver consumato i propri ideali per una concezione astratta del potere”, espressa dall’immagine di un Teseo, che si inoltra nel labirinto per uccidere il mostro Minotauro divoratore di giovani, ma per la strada “si arma sempre più di logica, di parole e di armi”, fino a trovarsi trasformato egli stesso in un mostro, e a vedere infine come Minotauro la propria immagine allo specchio». Sempre Volli più avanti: «E la voce più lucida che si sia sentita durante il dibattito, quella di una lettera di Franco Fortini letta da padre Camillo de Piaz, invitava polemicamente e “da sinistra” gli ex brigatisti a riflettere in termini politici e non solo morali sui loro errori» (13).

Camillo De Piaz è sempre stato molto riservato su questo periodo. Alberto Guasco, su Jesus (14), riferiva dell’incontro con i terroristi detenuti a San Vittore, con la loro rigidità «che non aveva sbocchi e non aveva senso», il commento del servita.

Sempre su Jesus (15), Annachiara Valle, presente ai funerali di Camillo, ricorda che «nello stabile dove lui abitava c’è una porta che separa la sua abitazione da quella della Comunità Il Gabbiano.”Scrivilo, scrivilo, mi diceva, parla con Cecco Bellosi, che ne è il responsabile”». Bellosi negli anni Ottanta in carcere, proprio a padre Camillo aveva consegnato il suo kalashnikov. «Adesso si occupa di recupero di tossicodipendenti. Come molte delle persone arrestate in quegli anni è attento a fare qualcosa per gli altri. Certo, resta tutto l’errore di aver cercato nella lotta armata una via d’uscita semplificatrice per problemi che sono complessi». Valle annota ancora che nella camera ardente «c’è Cecco Bellosi, ci sono Giorgio Semeria, Franco Bonisoli, Lauro Azzolini, Sergio Segio, Maria Grazia Grena».

 

Ancora sulla lotta armata, ma con un passo indietro. “Nell’album di famiglia” di Camillo De Piaz troviamo tre “nipoti” coinvolti nell’eversione. Il primo, Paolo Morandini, associato all’omicidio del giornalista Walter Tobagi (16). Figlio del critico Morando, grande amico di Camillo, e presente in Corsia già dagli anni ’50 nella conduzione di cineforum. E trent’anni fa su invito di Camillo mi son trovato a Milano a pranzo con Morando e la moglie. Parlammo di film, di un mio progetto di rassegna cinematografica, ma anche di Paolo, e qui fu straziante il dolore dei genitori.

 

E poi due figli di Giorgio Ceriani Sebregondi: attivo nelle fila dei partigiani cattolici, partecipe alle iniziative dei Serviti, finita la guerra si iscrisse al Pci, ma nel ’50 dopo la scomunica di Pio XII abbandonò il partito. Economista di vaglia fu collaboratore di Vanoni e Saraceno. Morì a soli 42 anni.
Ecco come la penna puntuta dello storico Gotor parla di un incontro nella villa dei Sebregondi a Courmayeur nel dicembre del 1977: «Un gruppo in vacanza composto da Marco Donat-Cattin, il cui padre era allora ministro democristiano dell’Industria, Roberto Sandalo e Stefano Ceriani Sebregondi, il rampollo di una famiglia dell’aristocrazia milanese trapiantato a Roma, militante nelle Brigate Rosse insieme con il fratello Paolo. Quest’ultimo condannato all’ergastolo per l’omicidio di Carmine De Rosa, capo servizio della sicurezza Fiat, ucciso a Cassino il 4 gennaio 1978, poche ore dopo quei festeggiamenti a Courmayer, e fuggito in Francia, ove fu arrestato nel 1987 (da notare che l’assassinio fu rivendicato dal gruppo Operai armati per il comunismo, n.d.r.). Infine il gruppo proletario e piccolo borghese della Tiburtina (i “Tiburtaros”) che sarebbe stato coinvolto nel sequestro Moro soltanto tre mesi dopo» (17).

 

La madre dei Sebregondi, Fulvia Dubini, fu arrestata nel gennaio del 1944 a Milano per aver diffuso opuscoli clandestini. Camillo affermava di essere riuscita a liberarla, convincendo i carcerieri. E aggiungeva: Fulvia, una bellissima donna!

Ecco, Camillo non aveva falsi pudori e riconosceva il fascino femminile.

Fulvia Dubini e il servita Camillo restarono amici.

 

Scavallando velocemente tra Milano e la Valtellina, non posso non ricordare infine il ruolo di “grillo scrivente” (per la verità lui aveva scelto di travestirsi da  “doganiere”) sulle pagine di quattro riviste locali.

 

«La resistenza, con gli attraversamenti che comportava, conteneva in sé, tra le tante, anche questa valenza liberatoria nei confronti di un comportamento (religioso) che era stato o era apparso invece proprio di larga parte del mondo cattolico ed ecclesiastico ufficiale durante gli anni del  fascismo trionfante. Liberatoria  e anticipatrice di quanto sarebbe emerso più tardi col Concilio. Nessun mondo da erigere a parte, al posto dell’unico voluto e giudicato (buono), cioè dotato di senso, dal Creatore; e in quanto alla distinzione tra i “nostri” e i “lontani”, avevamo appena finito di leggere, proprio allora, il rilkiano “siamo lontani tutti” della grande preghiera alla Vergine nella traduzione di Giaime Pintor, che sarebbe perito poco dopo nel tentativo di passare le linee per  congiungersi ai partigiani». Dunque “siamo lontani tutti”.Così Camillo nel numero di aprile del 1985 sul mensile “Società Valtellinese”. Edito dal PCI tra il 1981 e l’85, si contano trentadue i contributi di Camillo (che si definiva pigro!).

«Camillo, hai collaborato a due riviste che si sono presto chiuse o sono state chiuse. Non è il tuo essere controcorrente che ti porta verso isole, rifugi, zattere precarie?»

«Piergiorgio, questa è una domanda che tocca sul vivo. Sai, io ci pensavo di fronte alla fine della “Scariza”. Infondo la mia vita è piena di cose di questo genere. Ho passato la vita a vedere morire cose in cui ho creduto o con cui avevo collaborato. Pazienza».

Mia intervista sull’ultimo numero della rivista La Scariza, edita da un gruppo di valposchiavini con una significativa presenza di valtellinesi, tra il 1985 e il 1995 (una ventina i suoi contributi).

 

Nel 1991 muore Lucia Pigni e nel ’92 Davide Maria Turoldo.

 

Nel dicembre del 2005, su “Tirano e dintorni” fece un bilancio (direi col senno di poi) sul ’68 (e dintorni). Tratta del movimento della liberazione della donna, ed è di una nettezza ammirevole: «esso mi appariva,  se ancora mi appare, destinato a lasciare un segno più profondo di tutti quegli altri movimenti (sociali e politici) che hanno caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta».  “Tirano e dintorni”, uscì tra il 2005 e il 2007 (32 i contributi di Camillo).

E siamo all’epilogo. Tra il 2008 e il 2010 scrisse una  quindicina di contributi sul mensile tiranese “L’Alternativa locale”. Ecco un passo del luglio del 2008: «Conservo un ricordo incancellabile di quella grande nostra collaboratrice che fu Lucia Pigni Maccia. Ero al capezzale di lei morente.  Riuscì a sussurrarmi e furono le sue ultime parole: io credo  nella  speranza».

 

Camillo è morto a Sondrio il 31 gennaio del 2010.

 

Note

  • “Tirano e dintorni”, dicembre del 2005.
  • Testimonianza di Germana Gasbarri.
  • Scrive Stefano Crespi, curatore del volume che raccoglie tutti i numeri della seconda serie della rivista, edito da Otto/Novecento nel1981.

4)  G. Gozzini, Sulla frontiera. Camillo De Piaz, la, Resistenza il Concilio e oltre, Libri Scheiwiller, Milano 2006.

5)  Società Valtellinese, gennaio 1985.

6)  D. Saresella, David M. Turoldo, Camillo De Piaz e la Corsia dei Servi di Milano (1943-1963), Morcelliana, 2008.

7) camillodepiaz.it.

8) G.Bettini, Il Centro Rosselli a Sondrio anni ’60 – ’70 – ’80, 2017.

9) Vedi audizioni alla “Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro” dello stesso Bonomi (18.10.2017), di Umberto Giovine (19.10.2016) e di Alberto Franceschini (26.1.2016).

10) La seduta è quella del 22.6.2016.

11) La seduta è ancora quella del 22.6.2016.

12) Avvenire, 13.3.2008.

13) Repubblica, 23.3.1988.

14) Jesus, 22.11.2016.

15) Jesus, 3.3.2010.

16) Condannato dal Tribunale di Milano il 28 novembre 1983.

17) M. Gotor, Il memoriale della Repubblica, Einaudi, 2011.

 

Bibliografia

 

Tre sono i volumi interamente dedicati alla vita e alle opere di  Camillo De Piaz.

Il primo è “Sulla frontiera. Camillo De Piaz, la, Resistenza il Concilio e oltre”, Libri Scheiwiller, (Milano 2006). L’autore è Giuseppe Gozzini, che si avvalse della collaborazione di Laura Novati.

  1. VV., Libertà e fedeltà alla parola. Ricordo di Camillo De Piaz, Libreria popolare di via Tadino, Milano 2014 è il secondo. Il volumetto riporta fedelmente gli interventi della giornata milanese (26 marzo 2011) alla Casa della Cultura. Relatori: Maria Cristina Bartolomei, Cecco Bellosi, Aldo Bonomi, Gianfranco Bottoni, Ferruccio Cappelli, Bruno Ciapponi Landi, Roberta De Monticelli, Giuseppe Lupo, Giorgio Luzzi, Laura Novati, Maria Teresa Parolini, Antonio Santini, Paolo Tognina e Giorgio Vecchio.

Ed ecco il terzo, recentissimo: “Camillo, una storia”, Associazione padre Camillo De Piaz – Museo Etnografico Tiranese (Tirano 2018). Il volume curato da Laura Novati raccoglie  gli atti del  convegno tiranese del 24 febbraio 2018, dedicato a Camillo. In particolare da notare  le Testimonianze (Antonio Santini, Francesco  Rigobello e Cecco Bellosi), i  contributi (Laura Novati, Marco Garzonio, Mariangela Meraviglia e Aldo Bonomi con Giuseppe De Rita. Una sezione è poi dedicata a Camillo, animatore di riviste (Michela Nava, Paolo Tognina), in questa sezione compare un mio contributo dal titolo “Animatore di riviste vallerane”.

 

Camillo ha scritto molto per cinque riviste: “L’Uomo”, la prima serie in clandestinità tra il 1943 e il 1944) e la seconda serie, “L’Uomo nuovo” (tra il 1945 e il 1946); “Società Valtellinese” (1981-1985), “La Scariza” (1985 -1995), “Tirano e dintorni” (2005 – 2007) e “L’Alternativa locale” (2008  2010).

 

Di seguito le opere in volume:

 

“Omelia per la festa dei primi sette Padri”, con disegni di Luisa Valente, Fraternità dei Servi di Maria, Tirano 1980;

“Il crocevia e la memoria”, L’Officina del libro, Sondrio 1995;

“Uscì a seminare…”, Spirito e Vita. 12, Servitium, Gorle-Bergamo 1997;

“Ma io vi dico. Commenti alle letture bibliche delle festività, anno C”, Servitium, Gorle-Bergamo 2000;

“Un’altra sete. Commenti alle letture bibliche delle festività, anno A”, prefazione di Edoarda Masi, Servitium, Gorle-Bergamo 2001;

“Fu detto agli antichi. Commenti alle letture bibliche delle festività, anno B”, prefazione di Laura Novati, Servitium, Gorle-Bergamo 2000;

“Linea retica”, Museo Etnografico Tiranese, Sondrio 2008.

 

Da segnalare ancora tre prefazioni:

“Agonia della Chiesa”, E. Suhard (di Camillo è anche la traduzione), Quaderni di CronacheSociali, I, Roma 1948; Edizioni Corsia dei Servi, Milano 1954, 1961;

”Un albero ancora”, G. Ricca, Corsia dei Servi, Milano 1968;

“Per Lucia”, Nuova Corsia-Libreria Tadino, Milano 1991.

 

Ed ecco infine l’elenco dei Saggi storici e biografici (tutta la bibliografia è ripresa dal volume “Camillo, una storia”).

 

  1. Franceschini, L’Università Cattolica nella lotta per la liberazione, Pubblicazioni dell’Università Cattolica. Nuova Serie, vol. XI, Vita e Pensiero, Milano 1946.
  2. Balbo, Il laboratorio dell’uomo, Einaudi, Torino 1946.
  3. e D. Piccioli, Il gruppo de “L’Uomo” nella temperie postresistenziale, Studi sulla cultura lombarda in memoria di Mario Apollonio, II, Vita e Pensiero, Milano 1972.
  4. De Lazzari, Storia del Fronte della Gioventù, Editori Riuniti, Roma 1972 (1998).

 

  1. Crespi, L’esperienza della rivista milanese «L’Uomo» venticinque anni dopo in Figure, momenti, impegno nella cultura lombarda, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1974.
  2. Galperti, Incontro con David Maria Turoldo sulla terra di papa Giovanni in Figure, momenti cit.
  3. Cocchi e P. Montesi (a cura di,) Per una storia della sinistra cristiana, Coines Edizioni, Roma 1975.
  4. De Lazzari, Eugenio Curiel al confino e nella lotta di liberazione, Teti, Roma 1981.
  5. Crespi (a cura di), «L’Uomo». Pagine di vita morale, 8 settembre 1945 -1 settembre 1946, Edizioni Otto/Novecento, Brunello-Varese 1981.
  6. VV., Camillo ’80, Chimera Editore, Milano 1998.
  7. Ranchetti, Non c’è più religione, Garzanti, Milano 2003.
  8. VV. (G. Vecchio, D. Saresella, G. Formigoni, M. De Giuseppe, A. Melloni), Laicità e profezia, Saggi Storici a cura della ACLI di Milano e del Priorato di S. Egidio, Introduzione di G. Trotta, Servitium, Palazzago 2003.
  9. Vecchio, Lombardia 1940-1945: vescovi, preti e società alla prova della guerra, Morcelliana, Brescia 2005.
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