Padre Camillo De Piaz e il ’68

Bruno Ciapponi Landi

Esperto di etnoantropologia locale,  presidente della Società storica valtellinese e giornalista, già Direttore  presso Museo Etnografico Tiranese MET e  presso Parco delle incisioni rupestri di Grosio

 

Padre Camillo De Piaz e il ’68

Non ricordo di avere affrontato con padre Camillo l’argomento del ’68 nelle pur numerose sedute dedicate  al riordino del suo archivio presso il Museo Etnografico Tiranese, per quanto ricche di divagazioni e approfondimenti esse siano state . Quel che dirò non sarà quindi il suo pensiero, ma il tentativo di ricostruirlo di un testimone, sia pure privilegiato, per vicinanza e disponibilità di documentazione.

Per età e condizione, padre Camillo non poteva essere un militante nelle file studentesche sessantottine, ma un tale fenomeno socio culturale che interessava i giovani non poteva che destare il suo interesse, tanto più quando si manifestò in Italia, proprio a Milano, dove allora padre Camillo dirigeva la Corsia dei Servi, punto di riferimento dei cattolici progressisti e del dissenso. La protesta era iniziata all’Università Cattolica contro il raddoppio delle tasse universitarie. È del tutto probabile che la sua sensibilità per le famiglie lo portasse a condividere la protesta. In ogni caso non era tipo da condannare a priori un’esperienza di risveglio giovanile come quella che andava profilandosi, solo per il rischio di possibili eccessi, se vi trovava qualche aspetto positivo. Padre Camillo teneva alla precisione nei giudizi e alla rigorosa separazione degli argomenti, contro l’andazzo di fare d’ogni erba un fascio. Ricordo la sua posizione sugli eccessi di cui furono vittime le povere spoglie di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto, gesto che, ovviamente non condivise, ma si arrabbiava di brutto con chi, per questo pur condannabile (e condannato) eccesso, criminalizzava senza appello l’intero movimento resistenziale. Padre Camillo faceva precisi e irrinunciabili distinguo.

Quindi non condivise certamente le violenze e i danneggiamenti, ma prestò sempre attenzione al fenomeno e ai suoi sviluppi, che visse però volta volta dalla parte dei figli e da quella dei padri, condividendo le loro ansie e angosce, in qualche caso i lutti. Fra questi ricordo la morte di Paolo Rossi, figlio del suo amico scultore Enzo, vittima di un agguato fascista sulle scale della Sapienza a Roma. Ebbe molti amici e figli di amici sessantottini, non forse un gruppo compatto come quello che faceva capo a Sondrio all’amico don Abramo Levi, ma furono diversi a intrattenere rapporti con lui. Ricordo l’attenzione che prestò ad una iniziativa di vita comunitaria (una “comune”) a Sondrio animata per qualche tempo da figli di amici. Prestò attenzione anche al ’68 dei giovani democristiani di Sondrio, alcuni dei quali studenti alla Cattolica, attivi nel movimento studentesco (dove operava Capanna). C’erano Felice Moncecchi che fu eletto delegato provinciale del Movimento giovanile democristiano e Stefano Rossattini destinato poi alla segreteria politica e al seggio parlamentare e non mancavano le studentesse, alcune strappate alle rigide tradizioni religiose delle famiglie. Rossattini e Moncecchi erano convinti che il mondo cattolico a cui appartenevano avesse bisogno di aprirsi politicamente ed entrarono con questa convinzione nella DC. Giunsero a contestare a Chiavenna, inalberando cartelli, la cerimonia in cui il Comune conferiva una medaglia ad Athos Valsecchi per avere a lungo ricoperto la carica di sindaco, malgrado gli impegni della vita parlamentare e le ricorrenti chiamate al governo.

Dopo il ’68 un vero dolore gli arrecarono due delitti compiuti da figli di vecchi amici, Paolo Ceriani Sebregondi e Paolo Morandini, resi assassini dall’appartenenza alle fila terroristiche, sviluppo perverso di quel movimento. Di Ceriani, durante la resistenza aveva conosciuto entrambi i genitori e Morandini era figlio del critico cinematografico Morando, amico di sempre.

Anche nel ’68 il primato dell’interesse per la persona portò padre Camillo a contatto con appartenenti a quasi tutti i movimenti nei quali il fenomeno si sviluppò, anche non condividendo l’operato di ciascuno. Credo che vedesse la cosa come un naturale dovere di un frate sacerdote. L’amicizia con lo scrittore Luigi Santucci lo mise in contatto con il fidanzato di sua figlia Agnese, Mario Martucci, capo dei katanga, lo sbrigativo servizio d’ordine del movimento, mentre un suo stretto collaboratore alla Corsia era Giuseppe Gozzini, il primo obiettore di coscienza cattolico italiano e vi trovò spazio e lavoro Mario Cuminetti, assistente spirituale alla Cattolica allontanato da quell’incarico per avere fatto causa comune con gli studenti in rivolta. Scorrendo l’elenco degli amici valtellinesi ne escono una trentina appartenenti al Movimento studentesco, ad Avanguardia operaia, al Gruppo di azione democratica tiranese.

Padre Camillo fu quindi uno spettatore, attento, certamente critico come sempre, consapevole degli aspetti positivi e non, di un fenomeno che, come era suo costume, guardò come tale attraverso una analisi distaccata, serena non preconcetta all’insegna della disponibilità. Un altro importante legame riconducibile ad amici sessantottini fu quello con Bruna e Aldo Bonomi, già studenti dell’Università di Trento, che si consolidò nel rapporto con la CISL di Sandro Antoniazzi, decisivo per la continuazione dell’attività della vecchia Corsia nella Nuova Corsia di via Tadino. L’intensità del rapporto umano e culturale con la coppia e con gli altri amici che ruotavano attorno a padre Camillo ha indotto Aldo Bonomi a dichiararsi, non senza fondamento, allievo della “scuola di Tirano di Camillo De Piaz” (forse meritevole di continuità).

Il ’68 fu un fenomeno col quale padre Camillo si incontrò e che, coerentemente con il suo stile di vita e di pensiero, cercò anzitutto di capire da uomo e da sacerdote. D’altra parte per una mente lungimirante come la sua anche il’68 non apportava gran che di nuovo alle sue aspirazioni di sempre, costantemente in anticipo rispetto al lento divenire storico: libertà, democrazia, giustizia sociale, promozione culturale del popolo.

A Tirano, con la sua partecipazione, le aperture del ’68 erano state anticipate dal CIG di cui fu il principale promotore Mario Garbellini, allora studente, assai vicino a padre Camillo, che all’università aveva sperimentato i valori della collaborazione in un organismo di interfacoltà. In un contesto di rigorosi arroccamenti partitici e ideologici come quelli di allora, il CIG si riprometteva di unire i giovani di Tirano in un fruttuoso dialogo, al di sopra delle appartenenze religiose e partitiche. A ben pensare fu una iniziativa rivoluzionaria per allora. L’anno seguente ci sarebbe stato l’annuncio del Concilio le cui aspirazioni erano già nell’aria. Quando arrivò il ’68 la parabola dell’attività di incontri del CIG volgeva alla fine. Il sodalizio dedicò allora le sue forze alla fondazione e alla gestione del Museo Etnografico Tiranese e agli studi etnoantropologici, affiancato dall’Associazione Glicerio Longa per lo studio della cultura alpina, animata da Ivan Fassin e più tardi dall’Istituto di dialettologia e di etnografia valtellinese e valchiavennasco di don Remo Bracchi. L’ombra fedele, discreta e all’occorrenza severa di padre Camillo si proiettò sempre sulle nostre iniziative apportando il valore della sua esperienza e del suo equilibrio. Di certo ha svolto questa funzione anche con i suoi amici del ’68 e dei suoi sviluppi.

 

Bruno Ciapponi Landi