Michele

La linea d’ombra

 

Padri, madri, figli

Sono venuto al mondo in una famiglia orientata politicamente a destra. Il termine “destra” viene qui utilizzato per indicare quella dimensione soggettiva di rimpianto, di “nostalgismo” verso il passato regime fascista che ha determinato, in coloro che questo rimpianto hanno vissuto e coltivato, quella condizione di emarginazione politica, di “esuli in patria”, come è stata opportunamente definita in alcune indagini storiografiche sul neofascismo italiano.

Mio padre, laureato in Scienze politiche all’Università di Padova negli anni Trenta, si era iscritto ai Guf ed era rimasto fedele a questa scelta anche durante il biennio della Rsi. Il suo era un fascismo “mazziniano”: ricordo di avere parzialmente letto, quando ero ventenne, la sua tesi di laurea, dedicata al tema del lavoro in Giuseppe Mazzini. Credeva che il fascismo avesse realizzato le autentiche ispirazioni nazionali e sociali del profeta inascoltato ed esiliato del nostro Risorgimento. Non fu certamente il solo ad avere questo convincimento. Il percorso intellettuale e politico di Delio Cantimori, dal mazzinianesimo al fascismo e dal fascismo al comunismo, è un altro e significativo esempio di questo accostamento tra predicazione mazziniana e fascismo.

Mia madre, maestra elementare, era sinceramente cattolica. La sua era una fede con marcati tratti di laicismo e di pragmatismo; tuttavia era una fede profonda e in cui confidava in modo semplice ma vero. Del fascismo aveva un ricordo con decise tinte di vitalismo giovanile e totalmente impolitico.

Biografia politica ed intellettuale.

La mia biografia politica ed intellettuale ha alla sua origine proprio questo retaggio familiare, a conferma che il nascere, il venire al mondo, è una esperienza di “passività” e che nel nostro agire dobbiamo comunque fare i conti anche con le scelte dei nostri genitori.

Verso i 15- 16 anni quel sentire familiare si concretizzò nelle mie prime forme di appartenenza politica. Partecipavo ad un gruppetto di adolescenti che si era costituito attorno ad un amico che aveva un livello di politicizzazione più radicato e solido e che aveva fondato a Sondrio un nucleo della “Giovane Italia”, l’organizzazione giovanile del Msi. Il mio livello di consapevolezza politica era elementare e non andava al di là delle parole d’ordine e delle rivendicazioni di quel “nostalgismo” che si richiamava ai valori della fedeltà, dell’onore “tradito”, del patriottismo. Molto infantilismo, nessuna riflessione, ma forti e coinvolgenti relazioni amicali si univano nel gusto di mostrarsi diversi rispetto agli altri coetanei. Mi limitavo a portare a scuola qualche volantino che distribuivo tra lo scarsissimo interesse e l’ironia dei miei compagni, aderivo a qualche iniziativa sul tema, allora di rilievo nazionale, della italianità dell’Alto Adige e ricordo la mia partecipazione ad un comizio missino a Bolzano davanti al monumento della vittoria costruito da Piacentini negli anni Venti. Il mondo giovanile di allora era pochissimo interessato alla politica e le discussioni che talvolta si accendevano erano fiammate istantanee simili al tifo calcistico. All’avvicinarsi dei 18 anni, tra il 1963-64, quella giovanile esperienza era conclusa. Decisi allora di non frequentare più la sede della “Giovane Italia” e, senza rotture e contrapposizioni, cambiai giro di amicizie. Avvertivo con sempre maggior consapevolezza che il “nostalgismo” era un vicolo cieco, una ingannevole mitologia che mi precludeva l’esperienza del mondo che mi si apriva di fronte. Provai contemporaneamente uno scacco e una spinta al cambiamento. Un aiuto decisivo al mio cambiamento venne da un carissimo amico e compagno di scuola con il quale, dopo una iniziale diffidenza, era nato un legame di grande affiatamento e sincerità. Cesare, questo il nome del mio compagno, era cattolico, frequentava l’oratorio dei Salesiani. Discutevamo e ci confrontavamo su valori e sui grandi temi della vita. Fu il primo, ad esempio, a parlarmi di Teilhard de Chardin e a riportarmi l’eco della grande trasformazione in atto nel mondo cattolico in seguito al Concilio Vaticano Secondo, che concludeva proprio allora (1964) i suoi lavori. In un certo modo, grazie a Cesare, accolsi gli stimoli della “Gaudium et Spes” che mi aiutarono nella mia trasformazione e crescita.

Tra il 1964-65 mi appassionai al cinema. Passione che mantenni poi anche negli anni successivi. Partecipavo ai diversi cineforum organizzati in città. Il cinema mi aprì definitivamente gli occhi. Ricordo ancora l’impatto e l’emozione provati alla visione del “Vangelo secondo Matteo”, di “Le mani sulla città” e, un paio di anni dopo, de “La battaglia di Algeri”. In parallelo discutevo molto con altri amici (Giona, Peppino, Graziano) di arte e di esperienze pittoriche e poetiche che alcuni di noi stavano sperimentando. Per un paio di anni restai in questa condizione di risveglio, di sospensione, di curiosità, di interesse, di aperture che mi spingevano sempre più lontano. All’inizio del 1966, a vent’anni compiuti, decisi il grande passo. Dovevo cambiare di nuovo. Dovevo dare un significato e una direzione a quello che stavo scoprendo. Senza ulteriori induci decisi di dare uno sbocco alla mia storia. Misi piede nella sezione del PCI di Sondrio.

Varcai quella porta senza conoscere nessuno. Entrai con tutta la mia ingenua carica vitale. Frequentai quei locali con la mia voglia di verità, pronto a mettermi in gioco, disposto a calarmi in un mondo nuovo dal quale mi aspettavo un sostegno, una conferma, una spinta. Chiesi di iscrivermi alla FGCI. L’ambiente umano con cui presi contatto era fortemente disponibile e accogliente. Raccontai la mia storia che trovò interesse e attenzione e iniziai una frequentazione abbastanza regolare che via via mi portò a contatto con persone nuove in cui colsi il senso di una militanza politica forte, granitica. Compresi che mi trovavo a vivere una esperienza che, per la prima volta in vita mia, mi metteva in contatto con un mondo saldamente configurato, con una tradizione radicata nella storia, con un ethos politico stratificato e complesso. E per la prima volta ero capivo anche di essere coinvolto nella dimensione storca e civile di una importante protagonista politico dell’Italia contemporanea. Tuttavia ero ancora in una fase pre-politica, coscienziale, e il riflesso di questo senso nuovo di appartenenza era vissuto su un piano antropologico come tensione tra storia e destino, tra soggettività ed alterità, tra in-sé e per-altro. Avvertivo con chiarezza che stavo aprendomi ad un mondo nuovo su cui mi ero appena affacciato, un mondo segnato in profondità da una storia eroica e tragica a cui mi dovevo raccordare, una storia che veniva da lontano e dal profondo, che mi precedeva con tutto il suo grandioso carico di lotte, di conquiste e di dolori, una storia che avrebbe determinato anche il mio futuro e ciò che mi doveva ancora accadere.

Vivevo una condizione esistenziale coinvolgente e al tempo stesso contrastante poiché avvertivo la polarità delle due tensioni presenti sullo sfondo della mia coscienza: ciò che era stato prima- di- me e che premeva con tutto il suo imponente peso e ciò che sarebbe accaduto dopo-di-me e che mi attendeva là davanti, in quel futuro che stavo inseguendo. Ma la tensione politica fondamentale, quella tra il comunismo come “forma ideale-astratta” e il comunismo come “forma storico-concreta” si sarebbe affacciata più tardi come radicale antinomia tra umanesimo e sovietismo.

La mia esperienza nella FGCI di Sondrio è stata certamente un lungo percorso di formazione, svolto prevalentemente da autodidatta. Mi impegnai inizialmente nella acquisizione di un lessico, meno sprovveduto ed ingenuo di quello che avevo in dotazione. Avvertivo un forte bisogno di parole nuove, di un linguaggio capace di esprimere quello che stavo vivendo. Avevo bisogno di interlocutori con cui parlare e confrontarmi. E’ stata una crescita in buona parte condotta assecondando stimoli personali indirizzati al riconoscimento del “vero” e del “buono”.

La FGCI di Sondrio era una struttura esile, fragile, costituita da un piccolo gruppo di giovani, generosi, sinceri ma con un livello di elaborazione politica e culturale molto modesto. Questa era uno condizione diffusa nel mondo giovanile negli anni che precedono il risveglio del 67-68. Il disinteresse per la politica era diffusissimo. Paradossalmente potrei dire che solo i “preti” si occupavano della crescita dei giovani e promuovevano iniziative di coinvolgimento e di riflessione. Naturalmente questa condizione di incultura politica e civile era particolarmente opprimente in una piccola città di provincia come Sondrio. L’attività politica messa in atto dalle organizzazioni giovanili dei partiti era modestissima, priva di coraggio intellettuale e senza alcun nucleo di creatività. Un grigiore totale. Quando tra noi giovani si discuteva di politica ci si limitava a ripetere in modo banale e mimetico i comportamenti e le procedure dei partiti politici di riferimento. Il mondo degli adulti schiacciava ogni forma di pulsione giovanile. Ricordo ancora le assurde e noiose riunioni delle Consulte giovanili sondriesi dove si presentavano un manipolo di ragazzi, rigorosamente suddivisi nelle rispettive sigle di partito. Ci sedavamo intorno ad un tavolo per provare a delineare qualche istanza giovanile (la piscina, il campo sportivo …) e si finiva per ripetere i riti e le liturgie dei partiti maggiori.

Il segretario giovanile della FGCI era un giovane che lavorava stabilmente in Federazione come funzionario di partito. Ho avuto con lui un rapporto amichevole, buono e leale. Ha cercato, a suo modo, di valorizzarmi applicando schemi consueti per la politica giovanile del partito comunista di allora. Mi portava con lui alle riunioni a Milano, riunioni che si svolgevano nella “mitica” sede di via Volturno, il tempio del comunismo lombardo. Erano delle noiosissime ripetizioni delle riunioni di segreteria del partito. Non ricordo nulla di interessante di quegli incontri milanesi.

La mia formazione politica ed intellettuale, tuttavia, proseguiva, cresceva ed avveniva, sostanzialmente, come un processo di autoeducazione in cui il peso del partito, inteso come istituzione culturale ed intellettuale, era comunque notevole. Ero diventato un lettore abbastanza attento e continuo della stampa di partito. Oltre alla lettura dell’Unità, che leggevo soprattutto quando andavo in federazione, ero tentato dalla lettura delle riviste del partito, in particolare “Rinascita” e “Il Contemporaneo”. Soprattutto quest’ultima era ai miei occhi lo scrigno magico dei saperi più belli e affascinanti. Sfogliando “Il Contemporaneo” ho incominciato ad impadronirmi di quelle pagliuzze d’oro che si sono incastonate nella mia mente apprensiva. Storia, Arte, Architettura, Letteratura, Cinema … Ecco i gioielli di cui andavo alla ricerca con animo semplice ed ingenuo. Erano letture fortemente “ricettive” e povere di consapevolezza critica. Eppure queste ed altre riviste e pubblicazioni, alle quali potevo accedere grazie ad un partito che svolgeva una politica culturale di peso, hanno contato molto nella mia formazione.

Il mio anno decisivo si situa a cavallo tra gli ultimi mesi del 1966 e i primi mesi del ‘68. E’ stato il mio “kairos”, un mio tempo favorevole, lungo e “opportuno”, durato poco più di dodici mesi e in cui gli eventi precedenti sono confluiti in una forma più unitaria, la mia domanda di senso ha trovato le prime risposte e la libertà è diventata davvero la mia libertà. Nel settembre-ottobre del ’66 andai a Venezia per visitare la Biennale d’arte. Il contatto con gli “oggetti estetici” esposti nei padiglioni fu una nuova scossa, un ulteriore sommovimento nella mia sintassi mentale. Percepii la straordinaria ricchezza espressiva e formale del linguaggio umano e ritrovai la conferma al mio bisogno di disporre di “parole” nuove. Nel novembre l’alluvione di Firenze, anche se vissuta a distanza, mi mise di fronte ad una richiesta di solidarietà a cui molti giovani, che ammiravo, risposero con un impegno personale. Le loro ”mani nel fango” restarono a lungo nella mia memoria e risvegliarono nel mio animo l’urgenza del “fare”.

Il ’67 vide, anche in Italia, le prime proteste per la guerra del Vietnam. La FGCI si mosse a livello nazionale e locale. Con il segretario della sezione e pochi altri giovani (un paio di macchine in tutto) andammo a Milano alla prima manifestazione contro l’intervento americano. Era la prima volta che partecipavo ad un corteo e la breve esperienza mi diede una carica di entusiasmo. Ma per organizzare a Sondrio una protesta giovanile sul Vietnam dovemmo aspettare i primi mesi del ’68 quando tentammo vanamente di intralciare la visita di Moro, allora e ancora per poco Presidente del Consiglio, a Sondrio. Fummo preventivamente bloccati dalla questura e l’arrivo di Moro a Palazzo Muzio avvenne senza alcun problema.

Nell’ottobre del ’67 il partito mi chiese di partecipare, insieme al segretario della FGCI, ad un convegno di tre giorni a Roma sulla riforma dello Stato. Tema assolutamente troppo impegnativo per entrambi. Comunque andammo e per tre giorni assistemmo ai lavori dalla platea del Palazzo dello Sport dell’Eur. L’eccedenza del tema rispetto al nostro bagaglio culturale ed esperienziali non precluse tuttavia la positività di questo evento che ha avuto, ai miei occhi, un indubbio valore simbolico. Quella infatti è stata la prima occasione della mia vita politica di vedere da vicino la classe politica dirigente del partito. La seconda occasione si presenterà nel febbraio del ’69 con la mia partecipazione al XII Congresso nazionale del partito a Bologna.

Nella platea del Palazzo dello Sport potei osservare a distanza ravvicinata, quasi a contatto fisico, una buona parte dello stato maggiore del PCI: Nilde Jotti. Pietro Ingrao, Rossana Rossanda, Giorgio Napolitano, Lucio Magri … E’ stata una occasione per avvertire dentro di me quel senso di appartenere ad un corpo politico di cui ora vedevo la “mente”, la guida, la direzione…

Sempre nel corso degli ultimi mesi del ’67 andai a Trento un paio di volte perché meditavo, ma senza convinzione, di iscrivermi a sociologia. In alternativa meditavo di provare con Fisica a Milano.

Il 1968 si aprì con la tragedia del Belice che ricordo bene anche perché, insieme alla frana di Agrigento del 1966, questa tragedia diverrà il simbolo dell’Italia della speculazione, del territorio saccheggiato dell’abusivismo, della assenza di una cultura della programmazione urbanistica.

Fra gennaio e febbraio iniziarono le prime occupazioni studentesche. Il PCI, totalmente preso alla sprovvista, era in difficoltà. Lo avvertivo chiaramente nei nostri discorsi quotidiani in sezione e lo avvertivo in modo lampante nelle pochissime riunioni in via Volturno a cui partecipai.

Alla fine di febbraio il partito mi propose di andare alle Frattocchie per un seminario sulla “questione giovanile”. Ci andai con grande aspettativa. E non fui deluso, anche se ancora una volta mi resi conto che il PCI ed i suoi organismi giovanili erano tagliati fuori dagli eventi che caratterizzavano quell’inizio di primavera. Ascoltai gli interventi del leader della FGCI di allora, Claudio Petruccioli, succeduto ad Achille Occhetto, e di molti altri giovani provenienti da diverse università italiane. Il dibattito mise in luce le difficoltà sottese a coniugare la sinistra istituzionale e la nuova sinistra ancora germinale e non riconducibile entro le maglie della prassi politica del PCI. Tornai dal seminario con la forte impressione di avvento di tempi nuovi a cui, per certi aspetti, non ero ancora preparato. Anche su piano personale mi trovavo in una situazione di incerta definizione: meditavo di lasciare Sondrio perché desideravo inserirmi in una realtà diversa. Provai a trasferirmi a Milano, ospite di mia sorella, per qualche settimana ed infine accolsi una proposta di lavoro in una impresa edile di Milano, impegnata nella costruzione di un grosso mercato ortofrutticolo in provincia di Venezia. Mi trasferii in cantiere da maggio a novembre. In autunno, con il ritorno a Sondrio, ripresi a partecipare alla vita politica del PCI. Erano in corso i congressi provinciali per l’assise nazionale del XII congresso. Il “sessantotto” era arrivato anche nel PCI sondriese e la preparazione del congresso riecheggiava le nuove istanze. Venni eletto come delegato al congresso, probabilmente sostenuto dalla componente giovanile del partito. L’esperienza congressuale fu certamente rilevante ma non cancellò quel velo di incertezza, di dubbio che avvertivo da tempo verso il partito. Trascorsi buona parte del ’69 a Milano, occupato prevalentemente nella ricerca di una mia collocazione stabile in città. Non interruppi i rapporti con Sondrio e quando, negli ultimi mesi del ’69 venne costituito a Sondrio il gruppo politico che faceva riferimento a “Servire il popolo” prestai volentieri la mia opera di manovalanza per aprire la sede e soprattutto per portare da Milano pacchi di volantini e di giornali. Perché lo facevo? Non certo per adesione ideologica a quella grottesca “setta misterica” il cui esoterismo gnostico richiamava apertamente quello delle scuole iniziatiche del mondo tardo-antico. Lo facevo probabilmente per reazione allo scetticismo, sempre più avvertito nel mio cuore, verso il PCI. Una forma estrema per ritrovare un senso politico che si stava smarrendo. Nel novembre del ’69 fui convolto nei durissimi scontri in via Larga a Milano. Ricordo nitidamente quella azzurra e fredda giornata di autunno. Andai in piazza Duomo per assistere al comizio dei sindacati. Poco dopo qualcuno ci chiamò dicendoci che di fronte al Lirico stavano accadendo episodi di violenza. Raggiunsi via Larga e da lontano assistetti ai violenti scontri e alle cariche della polizia. Seppi, nel pomeriggio, che un agente aveva perso la vita.

Alla fine del ’69 mi iscrissi a filosofia in Statale e il mio spostamento a Milano divenne definitivo. Partecipavo abbastanza intensamente alle assemblee studentesche in Statale e ai continui cortei che attraversavano la città. L’iscrizione a filosofia segnò una svolta nella mia vita perché mi aiutò a definire meglio il mio orientamento intellettuale e il mio percorso formativo. Incominciai allora quello studio sistematico di testi filosofici che fino a quel momento non avevo mai fatto. Mi divenne sempre più chiaro che i miei interessi si indirizzavano verso quel vasto e sconfinato continente in cui sono depositati i diversi saperi (o sogni?) della filosofia. Il mio primo, importante impegno, a cui dedicai molti mesi fu lo studio del Capitale di Marx. Seguivo delle lezioni universitarie che avevano come oggetto di studio i rapporti tra Hegel e Marx. Inoltre ero entrato in un gruppo di studio sul primo libro del Capitale, formato da studenti della Statale e da giovani che frequentavano la libreria “Sapere” di via Molino delle Armi a Milano. Per tre-quattro mesi abbiamo lavorato in modo alacre su Marx e ancora oggi ritengo questa lontana esperienza molto formativa.

Tra il 1972 e il 1975, anno in cui mi sono laureato, ho lavorato in una libreria universitaria dove ho potuto vedere da vicino il succedersi di diverse generazioni di studenti e il mutare degli orientamenti politici, via via sempre più radicalizzati. Le estenuazioni nominalistiche dei nuovi gruppi nati con il sessantotto mi tenevano lontano. Avevo da tempo rinunciato a rinnovare la tessera di iscrizione al PCI. L’esperienza di “Servire il popolo” era durata pochissimo e si era dissolta. Avvertivo che si avvicinava la fine di quella stagione iniziata un decennio prima. Dovevo cambiare di nuovo. Ma come?

La fine di una stagione.

La risposta di allora fu quella di un sostanziale abbandono della militanza e dell’impegno politico personale. Guardavo altrove. Avevo bisogno di riferimenti nuovi. Dopo il ’75 il mio punto di riferimento politico divenne Marco Pannella di cui seguivo le battaglie radicali. Ma in realtà, dentro di me qualcosa di profondo era cambiato. Non certo l’interesse e la curiosità per la politica. Essa è ancora oggi capace di suscitare in me interesse, emozioni, riflessioni e stimoli vivi e vivificanti. Ma la mia mente si era spostata altrove. Intellettualmente mi stavo orientando verso quelle “regioni” del sapere in cui si ritrovano, e tuttora si configurano, quelle questioni che molti affermano “inutili” perché continuamente riproposte. E che invece richiamano e tengono acceso e vivo il mio interesse.