Marisa

Mediazione?

Quando, nel mese di luglio 2018, ho ricevuto la proposta di collaborare, con una mia testimonianza, alla ricerca per un archivio del ’68, dopo averci meditato su un po’, ho inviato questa risposta.

“Ho molto rispetto per il vostro lavoro e anche un po’ di nostalgia dell’entusiasmo che vi sorregge. Da parte mia sento di non poter dare un contributo significativo alla vostra ricerca. In tutti questi anni, se da una parte ho cercato di restare fedele agli ideali di quel periodo, dall’altra ho maturato una progressiva sfiducia sulla possibilità (o meglio sulla mia capacità) di elaborare, in questa fase storica, un pensiero (e una conseguente visione politica) coerente con quegli ideali. Di conseguenza la mia testimonianza sarebbe solo quella di una vecchia molto ripiegata su se stessa e questo non credo gioverebbe a una corretta ricostruzione storica.”

Più o meno allo stesso modo avevo risposto a Marina che mi chiedeva di partecipare a degli incontri di riflessione sull’esperienza del movimento delle donne in Valtellina.

Nel settembre 2018 un incontro promosso dal Comitato promotore dell’Archivio del ’68 con Alessandro Casellato, presidente dell’Associazione di storia orale, ha smosso qualche cosa dentro di me.

Ho cominciato a pensare che non potevo restare ai margini di questo progetto, chiusa nelle torre d’avorio delle mie incertezze, ma ancora non riuscivo a trovare le parole per raccontarlo, il mio ’68.

Più ci pensavo, però, e più mi sembrava che il progetto di un archivio potesse avere un significato importante, non solo per conservare la memoria di quell’esperienza nel nostro territorio, ma anche per aiutarci, forse, a ritrovare, oggi, un senso condiviso di parole come giustizia, uguaglianza, solidarietà, lavoro, autorità.

Non riuscendo ancora a parlare di me, mi è sembrato che potesse servire mettere a disposizione del comitato promotore l’esperienza di ricerca in ambito sociale che avevo maturato nel corso degli ultimi 15 anni della mia attività lavorativa. E’ cominciata così una lunga avventura, che ancora non si è conclusa, attraverso gli scritti di tutti coloro, che, molto più semplicemente di me, avevano scelto di raccontare la loro storia. La lettura, la rilettura, l’analisi delle testimonianza mi hanno di volta in volta commosso (come eravamo giovani e pieni di speranze), entusiasmato (quanta capacità di lavoro, di sacrificio, di spirito di abnegazione eravamo riusciti ad esprimere), sconfortato (come potevamo essere così ingenui, che fretta avevamo di trovare un‘ideologia in cui rinchiudere il senso delle esperienze che stavamo facendo), fatto arrabbiare (perché cominciare a dividerci in gruppi e gruppetti quasi prima ancora di cominciare la lotta?), ma anche riconciliato con quegli anni e con la mia esperienza .

Oggi posso quindi dire serenamente che per me, che vi ho partecipato quasi dall’inizio e che ho creduto fermamente nei suoi ideali, il 68 è stato una grande lezione di educazione civica, dove per educazione civica non intendo certo una sterile conoscenza dei diritti e dei doveri del cittadino, ma l’educazione alla civis, al vivere insieme, al pensare al bene comune come unica garanzia per il bene individuale.

E posso anche raccontare brevemente quella che è stata la mia esperienza.

Nell’autunno del ’68 avevo 18 anni e frequentavo l’ultima classe del Liceo Classico a Sondrio. Facevo parte di Gioventù Studentesca e collaboravo alla redazione del giornale “Il Mallero”. All’interno di G.S già da un po’ di tempo (risale al ’67 la pubblicazione sul giornale di un primo articolo di presentazione del libro di Don Milani “La scuola di Barbiana”) si era aperto un dibattito sulla scuola, che cercava di coinvolgere studenti e professori. Eravamo in tanti a sentire che i programmi di studio ci stavano sempre più stretti, volevano ancorarci al passato quando noi, invece, avevamo sete di conoscere il presente e di imparare a progettare il futuro. Sentivamo il peso dell’autoritarismo a scuola, cominciavamo a comprendere che cosa voleva dire frequentare una scuola di classe sia per chi, come me, stava là dove si sarebbe dovuta preparare la futura classe dirigente del paese, sia per chi, come molti altri miei amici e amiche, frequentava quelle scuole che avrebbero dovuto avviare subito al lavoro.

Nel corso del ’67-‘68 avevamo anche cominciato a riflettere sui grandi temi dell’imperialismo e del razzismo e a confrontarci con i fermenti della chiesa del dissenso.

Quando, a partire dall’autunno del ’68, alcuni nostri amici universitari cominciarono a raccontare in modo sempre più articolato le loro esperienze di lotta in Università, mi sembrò di aver finalmente trovato la mia strada.

L’adesione alla proposta di dare vita anche a Sondrio a un movimento degli studenti contro la scuola di classe e l’autoritarismo, contro le ingiustizie sociali e per un mondo migliore fu piena e totale.

Ho partecipato alle lotte del liceo per la conquista del diritto all’assemblea, ho vissuto le difficoltà di coinvolgere i miei compagni in queste battaglie e di collaborare con gli studenti degli altri istituti, ma anche l’esaltazione di partecipare alle prime manifestazioni a Sondrio, alle assemblee al Rosselli.

Finito il liceo classico mi sono iscritta a Lettere e Filosofia alla Statale di Milano (rinunciando al sogno di tutta la mia adolescenza di diventare avvocato, in quanto mi sembrava che un avvocato avrebbe dovuto coinvolgersi troppo con il potere !?), ho aderito al Movimento Studentesco della Statale e successivamente al Movimento dei Lavoratori per il socialismo.

Per tutti i 4 anni di università sono stata in qualche modo una “pendolare della politica”. Durante la settimana partecipavo attivamente alle attività in università, alle assemblee, ai gruppi di studio, alle manifestazioni, alle attività delle squadre di propaganda davanti alle grandi fabbriche milanesi.

Nel fine settimana e nei periodi di vacanza contribuivo, con altri compagni e compagne, allo sviluppo del Movimento Studentesco in Provincia di Sondrio.

Mentre l’esperienza in università mi portava ad aderire in modo sempre più convinto all’ideologia marxista–leninista, il ritorno in valle mi poneva di fronte ai “piccoli grandi” problemi quotidiani degli studenti che frequentavano le scuole superiori, allora ancora concentrate per la maggior parte nel capoluogo, dei pendolari che viaggiavano tutti i giorni su mezzi obsoleti, dei giovani lavoratori che incontravo alle riunioni dei gruppi di paese.

In Valtellina avevo anche contatti frequenti con i compagni della sinistra socialista e i partigiani dell’ANPI. Fu verso la fine del ’73, quando oramai stavo per concludere l’Università e i miei soggiorni a Milano diventavano meno regolari, che cominciai a incontrare una crescente difficoltà a comprendere le problematiche e le dinamiche con cui mi trovavo a confrontarmi a livello locale utilizzando la sola lente del marxismo leninismo, che fino a quel momento, per quattro anni, era stato un approdo sicuro a cui ancorare le mie incertezze e la mie inquietudine di fronte alla complessità del reale e il metro con cui misuravo le mie scelte di studio e di lotta.

L’incontro con un gruppo di donne che militavano in altre formazioni della sinistra extra-parlamentare, con cui avevo condiviso le esperienze giovanili in GS e le battaglie per l’aborto e per il referendum sul divorzio, contribuì a mettere ulteriormente in crisi le mie certezze.

L’espulsione dal Movimento Lavoratori per il Socialismo per ”femminismo” non mi fece quindi particolarmente soffrire, anzi in qualche modo mi diede un grande senso di libertà. A ben pensarci mi fece, invece, alquanto arrabbiare la decisione dei dirigenti del partito (alcuni dei quali allora a me molto vicini) di affidare a due o tre giovani compagne il compito di comunicarmi che non mi sarebbe stata rinnovata la tessera del MLS.

Cominciò così una nuova avventura di militanza nel movimento delle donne. L’incontro con il pensiero della differenza dapprima mi entusiasmò, ma poi, a poco a poco, di nuovo mi ritrovai a fare i conti con la possibilità di aderire a un pensiero che, se, da una parte, mi aiutava a dare un senso a molti aspetti della mia esperienza, dall’altra ne chiudeva fuori molti altri.

A partire dagli anni ’80 la gestione di una famiglia abbastanza numerosa e con dinamiche complesse al suo interno e un lavoro che non mi ha mai pienamente gratificato, ma che, negli ultimi 15 anni, mi ha portato a confrontarmi, oltre che con diverse esperienze del movimento delle donne in ambito europeo, anche con la realtà del mondo cooperativo italiano, mi hanno, via via, costretto a gestire, quasi quotidianamente, la necessità di trovare una mediazione tra i miei bisogni e la mia visione del mondo e quelli degli altri.

E così ho cominciato a rileggere tutta la mia passata esperienza politica alla luce di quella parola ormai così costitutiva della mia esperienza: “mediazione”

Si può tenere fede ai propri ideali e nel contempo operare nel privato e nel pubblico continue mediazioni? E se no come si fa oggi a tradurre nella realtà del nostro privato quotidiano un pensiero radicale che vorrebbe, giustamente, sovvertire tutto quello a cui, in qualche modo, quel nostro privato si è ancorato nel tempo? E, viceversa, come possiamo chiedere alla politica di agire senza mediazioni quando noi continuamente siamo costretti a mediare per sopravvivere?

Non so se questo sia un rovello solo mio.

Forse, però, potrà aiutarmi/ci a scioglierlo il tornare alle origini, là dove tutto è cominciato, là dove, per la prima volta, insieme a tante altre e altri, ho visto la realtà intorno a me in una luce nuova, non più come il luogo in cui si inveravano le magnifiche e progressive sorti dell’umanità, ma come il terreno di profonde ingiustizie e di laceranti dolori e ho pensato che era possibile cambiare il corso della storia.