Luigi Vero Tarca

Rivoluzione!

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Ricordare il ‘68

Ricordare il ’68. Ovvero ritrovare fatti di un periodo lontano, ma all’interno del nostro attuale sguardo sul mondo, inevitabilmente molto diverso da quello di allora. Quindi anche ricondurre alla presenza una storia condivisa ma da persone che poi hanno percorso strade differenti, spesso anche lontanissime le une dalle altre. E quindi, alla fine, riscoprire la nostra irrevocabile appartenenza alla chiamata che ha caratterizzato la nostra giovinezza ’rivoluzionaria’, riproponendoci la questione di come restare fedeli a quella ispirazione sia pure tenendo conto di quello che nel frattempo siamo diventati. Un misto, dunque, di ricordi personali ma oggettivi (reali) e di riflessioni generali ma soggettive (ideali). Nel mio caso si tratterà di fatti minimalisti, ma legati a riflessioni d’insieme; le quali peraltro, se ci si pensa, erano poi forse proprie esse i fatti più importanti di quel tempo. Prenderò comunque lo spunto da qualche ricordo veramente minimo, ma per me significativo perché idoneo a sollevare la questione del significato profondo non solo di quello che allora vivemmo ma anche del dell’apparentemente indecifrabile scenario attuale.

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Due episodi minimi, ma ‘delicati’

Il primo ricordo riemerge dalle nebbie di cinquant’anni di oblio, che sono poi anche le nebbie reali dell’autunno milanese del 1967. Mi vedo, ventenne e in sostanza ancora ragazzino (proprio ‑ino‑ino) davanti al portone dell’Università Cattolica di Milano che allora frequentavo avendo ottenuto un posto al collegio Augustinianum. Siamo dunque all’inizio dell’anno accademico che passerà alla storia come quello della ‘rivoluzione’: il sessantotto. In questo senso eravamo dei precursori, perché fummo noi (forse insieme ai torinesi) ad anticipare il sessantotto inaugurando la stagione italiana del movimento studentesco. Mi riferisco al gruppo di studenti della Cattolica che, il 17 novembre del 1967, occupò l’Università, venendo poi sgomberati manu militari, cioè dalla polizia; ma, devo dire, con una certa indulgenza (almeno così a me pare di ricordare, confesso che i miei ricordi di quegli avvenimenti sono inevitabilmente molto vaghi e sfumati), forse anche perché noi opponemmo una resistenza passiva di ispirazione gandhiana.

Ma l’episodio che voglio rievocare non è l’occupazione, esso appartiene piuttosto al periodo successivo, fatto di assemblee, serrate, picchetti, manifestazioni, anche scontri con la polizia. In siffatto contesto respiravamo un’atmosfera molto particolare, caratterizzata dal fatto di sentirci dalla parte del giusto, di essere cioè di sicuri di fare ciò che era buono per tutti. Eravamo in lotta, certo, ma per cambiare il sistema (ricordate?), e quindi sicuramente per il bene di tutti, anche di coloro contro cui lottavamo. Perché in verità – questi i pensieri che aleggiavano nelle nostre teste – la rivoluzione non era propriamente nemmeno contro costoro; anzi, essa in fondo era anche per il loro bene, quello autentico, del quale, certo, essi ancora non si rendevano conto, ma il cui valore alla fine (escatologicamente?) anche da loro certamente sarebbe stato riconosciuto. E noi giovani vivevamo nei nostri rapporti – che incominciavano a tingersi, e con toni sempre più intensi, anche dei colori dell’incipiente liberazione sessuale (che la nostra generazione ha contribuito ad avviare) – il pieno, completo riscatto ‘universale’. Su questo – cioè sul fatto che la rivoluzione fosse per tutti – non nutrivamo dubbi; credo sinceramente di poter dire che i nostri sentimenti, allora, fossero davvero questi. “Nostri”, ma nostri di chi? Chi eravamo “noi”? Lasciamo per il momento sospesa questa domanda, e passiamo invece a presentare l’episodio.

Siamo dunque in una situazione post-occupazione nella quale l’ingresso all’Università viene impedito fisicamente da un ‘picchetto’ che presidia l’entrata e sbarra l’ingresso a chi volesse entrare per seguire le lezioni e la normale attività accademica. A un certo punto un gruppetto di ragazzi si avvicina al portone, con l’evidente intenzione di superare il blocco e di entrare nell’Università. Sono ragazzi, studenti come noi; ma vengono immediatamente etichettati come “i fascisti”, e la risposta dei ‘contestatori’, capitanati dai loro leader, è immediata e perentoria: i “fascisti” vengono bloccati duramente e allontanati in malo modo, quindi diffidati dal ripresentarsi di nuovo e minacciati, in caso contrario, di subire ben più dure risposte, proprio anche di carattere fisico.

Anche su quello che avvenne in quella occasione, lo confesso, i miei ricordi sono estremamente vaghi e imprecisi, ma una cosa ricordo con assoluta chiarezza: il disagio, quasi fisico, che provai per questo episodio.
Io ero, naturalmente (in senso etimologico, vorrei dire), dalla parte dei ‘contestatori’: contestatori, infatti, erano tutti i miei amici, i quali erano evidentemente bravi, buoni e ‘belli’ (come persone); come avrei potuto, dunque, non stare con loro? Del resto avevo partecipato all’occupazione, mettendo a repentaglio il posto all’Augustinianum e il presalario, poiché, in conseguenza di quell’episodio ero stato espulso sia dal collegio che dall’Università (per un certo periodo, perché in seguito quel provvedimento fu revocato, grazie a un atto di ‘clemenza’ delle autorità accademiche), e nei giorni e nelle notti successive avevo bivaccato, con i miei compagni, nelle tende davanti all’Università, inscenando manifestazioni di protesta, anche se prevalentemente di natura festosa, grazie anche alla partecipazione di alcuni giovani professori di allora; ricordo, per esempio, Francesco Alberoni cantare con noi la celebre “Cucaracha”. E, come dicevo, noi ci sentivamo senz’altro dalla parte del giusto; poteva esserci qualche dubbio in proposito? Eravamo animati dalle migliori intenzioni, mossi dai più nobili sentimenti, e da alati pensieri, e da alta cultura, mentre dall’altra parte c’era – così, almeno, ci si diceva – solo la cieca prepotenza dei “manganellatori”, servi del sistema capitalistico.

Eppure confesso che quell’atto di forza nei confronti di quegli studenti, che erano ragazzi come noi, mi turbò profondamente, al punto da incrinare in qualche modo la mia convinzione di essere dalla parte del giusto. Come ho detto, non ricordo con precisione quello che accadde, ma probabilmente io chiesi a qualcuno dei nostri leader (anch’egli, sia chiaro, un ragazzo come noi, appena un po’ più grande, ma più deciso e verosimilmente più preparato politicamente degli studenti ‘normali’): “Senti, ma sono ragazzi come noi, parliamo con loro, spieghiamo come stanno le cose; certamente anche loro, pian piano, capiranno …”. La risposta, per quanto cordiale (ero pur sempre uno del gruppo), fu secca e inappellabile: “No, loro sono fascisti; con i fascisti non si discute, loro conoscono e capiscono solo una voce, quella del bastone…”. Nel mio atteggiamento, sicuramente, c’era anche una grande ingenuità politica; ma in quell’altro atteggiamento c’era chiaramente una rilevante contraddizione.

Un secondo episodio, sempre minimale, sempre di quel periodo; questa volta però a Sondrio, nel teatro dei Salesiani. Il tema e l’ambiente riguardano sostanzialmente il mondo cattolico; ma nel clima intenso dei primi fermenti della contestazione c’è un teatro pieno e un pubblico molto caldo. Anche qui, il mio ricordo è estremamente vago e confuso; però sento ancora i duri attacchi, nei confronti del cattolicesimo tradizionale, da parte degli autorevoli relatori, attacchi che io avverto come generatori di un’atmosfera polemica. Io, veramente uno sbarbatello (questo episodio è addirittura forse anche precedente quello della Cattolica), intervenendo dalla platea quando viene data la parola al pubblico faccio osservare come le nostre parole, ufficialmente ‘di pace e di amore’, in realtà stiano creando una forma di aggressività nei confronti di altre persone, cattoliche come coloro che erano intervenuti. Anche in quella occasione le mie parole crearono un momento di imbarazzo, o, se vogliamo, di ‘raffreddamento’. Perché da un lato era chiaro che il mio intervento era sostanzialmente interno a quello che veniva proposto in quella occasione, ma nello stesso tempo risultava anche spiazzante, perché prendeva in qualche modo le distanze da quello che si stava facendo. In un certo senso rischiava di incrinare la compattezza di quel momento trionfale e unanimistico.

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Un problema aperto:
la ‘contraddizione’ dell’azione rivoluzionaria…

Due episodi davvero minuscoli, è evidente. Perché, allora, attribuire proprio ad essi l’importanza che il rievocarli conferisce loro? Ma perché mi pare che essi fossero la spia, già allora, di quella che ancora oggi costituisce una questione centrale nel problema della ‘rivoluzione’. Proprio questo, infatti, era allora il “nostro” problema (come sopra: “nostro” di chi? Chi era, esattamente, che voleva fare la rivoluzione?). La questione alla quale mi riferisco è la contraddizione tra il carattere universale dell’azione rivoluzionaria – quello che le conferisce un valore indiscutibile appunto perché, essendo essa rivolta al bene di tutti, su di essa tutti siamo necessariamente d’accordo – e, dall’altra parte, la sua portata particolare e quindi anche parziale, cioè “di parte”, ovvero di una ‘fazione’ e perciò, alla fine, propriamente faziosa. La contraddizione consiste insomma nel fatto che l’esigenza della rivoluzione nasceva dal fatto che ciò che intendevamo cambiare era il sistema nel suo complesso, non singoli aspetti di esso (questo sarebbe stato appunto riformismo); perché ciò a cui miravamo era l’edificazione del sistema giusto, cioè tale da avere valore (positivo) per tutti. Solo che l’edificazione del sistema valido per tutti avveniva contro la volontà di qualcuno (a suo danno, quindi). Insomma, la rivoluzione era a favore di tutti, però si realizzava contro qualcuno. Certo, avevamo illustri maestri che giustificavano questa contraddizione, per esempio Marx, che legittimava la dittatura del proletariato come tappa verso l’edificazione della giusta società comunista. Ma ciò nonostante il problema (la contraddizione) restava. Come Orwell aveva capito perfettamente (“Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”), nella rivoluzione siamo tutti vincitori, ma alcuni risultano più vincitori di altri, cioè di coloro che vengono sconfitti… Ecco la contraddizione di fronte alla quale ci siamo trovati allora.

Questa contraddizione si ripresenta ancora oggi con tutto il suo carattere inquietante. Un bel libro, uscito appunto a cinquanta anni esatti dal ’68 e scritto da Mario Capanna è intitolato “Noi tutti” (come sopra, e come sempre: “noi” chi?). Ho incontrato Mario a una presentazione di questo libro, e gli ho chiesto: “Senti, il valore della prospettiva qui presentata è che essa è rivolta a tutti – come appunto recita il titolo – però alcuni, e neanche pochi, restano esclusi: i finanzieri maligni, i padroni delle multinazionali, i politici servi dei potentati, e così via…”. Con la consueta intelligenza e franchezza, Mario mi ha risposto sorridendo: “Beh sì, qui c’è una contraddizione pratica [o “performativa”, non ricordo alla lettera le sue parole]”.

A questo proposito voglio chiarire subito alcune cose. Premesso che ritengo Mario Capanna una persona di grande valore e sincera, che è rimasta coerente per tutta la vita con i suoi alti ideali, devo dire che non avevo particolari legami, nel sessantotto, con Mario. Certo, eravamo insieme in Cattolica e anche all’Augustinianum, ma io ero un ragazzino-ino-ino, mentre lui era un ‘boss’, un personaggio di livello addirittura internazionale; sicché a quel tempo non ebbi particolari rapporti con Mario (benché naturalmente ci conoscessimo) anche perché in seguito egli si dedicò completamente alla politica mentre io mi consacrai anima e corpo alla filosofia. Certo, lo feci (anche) per capire come stessero le cose in verità, convinto che poi, una volta raggiunta la verità, sarebbe stato possibile fare davvero la rivoluzione in maniera giusta. Sta di fatto che le nostre strade si sono separate completamente. Eppure, dopo decenni di assoluto silenzio, con Mario i rapporti sono ripresi, ma per un motivo estraneo alla politica, cioè grazie al legame di entrambi nei confronti del comune maestro filosofico: Emanuele Severino. Ci tengo a esternare, insieme a questa ‘distanza’ da Mario, anche la mia ‘simpatia’ nei suoi confronti (e, credo di poter dire, reciproca) – simpatia che, come ho detto, non dipende da una comune militanza politica ma eventualmente dall’affinità circa un certo sentire filosofico ed etico – anche per evitare che quanto dico qui a proposito della contraddizione che investe la prospettiva rivoluzionaria sia inteso come una confutazione della rivoluzione propugnata da Mario e dai suoi compagni. Perché la contraddizione che investe la prospettiva rivoluzionaria non dipende da un errore di pensiero di chi si pone il problema della rivoluzione, ma risiede nella questione stessa. Insomma, se io contrapponessi la mia verità filosofica alla sua contraddittoria prospettiva rivoluzionaria, mi ritroverei con ciò stesso impelagato in una contraddizione simile a quella che starei denunciando.

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… e la sua ‘as‑soluzione’

Non è certo questo il luogo per approfondire a livello teorico tale problema. Qui mi limito a dire che la consapevolezza alla quale la via filosofica mi ha condotto è che l’unico mezzo davvero adeguato è quello che costituisce già esso stesso il fine. Con Raimon Panikkar (un altro mio maestro) potrei dire: nelle cose essenziali “non c’è “come”….”, non esiste cioè una tecnica, uno strumento (mezzo, appunto) che garantisca a priori il risultato, perché il fine può essere raggiunto solo se il mezzo ne costituisce già esso stesso una realizzazione. Parafrasando il grande insegnamento di un altro personaggio che mi ha ispirato, il monaco buddhista vietnamita Thich Nhat Hanh (che insegna: “Non c’è una via per la pace, la pace è la via”), sarei portato a dire: “Non c’è una via per la giustizia, la giustizia è la via”; oppure anche: “Non c’è una via rivoluzionaria che conduca a essere in pace con gli altri, essere in pace con gli altri è l’unica rivoluzione possibile” (Un bel libro di questo monaco è intitolato Essere pace, cosa ben diversa dallo sforzarsi di raggiungere la pace…).
Ed è proprio la filosofia, da me coltivata appunto anche (e in particolare) per dare una risposta alle domande poste dall’epoca rivoluzionaria, che mi ha confermato la verità (nel senso più preciso) di questi insegnamenti. Perché anche il valore delle classiche posizioni sapienziali – che “la guerra contro la guerra è pur sempre guerra”, che “l’ingiustizia contro gli ingiusti è anch’essa ingiusta” (Socrate, nel I Libro della Repubblica di Platone), e quindi che in generale “la violenza contro i violenti è pur sempre violenza” – riposa in fondo sulla fondamentale proposizione filosofica che il negativo del negativo è a sua volta un negativo. In termini leggermente diversi, ciò significa che in verità ogni negazione è un’autonegazione (quindi una contraddizione),¹ e quindi, dal momento che ogni negazione è una forma di necazione (è un dare, in qualche modo, una forma di morte), ogni danneggiamento compiuto contro gli altri è un autodanneggiamento, e ogni omicidio è un suicidio. Per questo il vero, grande impegno ‘rivoluzionario’ è quello di liberarsi, qui ed ora, dalla trappola del negativo (quella per cui, appunto, negando il negativo lo si riafferma), cioè dall’illusione che un atto che è negativo/necativo possa di per sé realizzare la pace e la giustizia.

Ecco perché mi troverei io stesso in contraddizione se contrapponessi questa prospettiva assolutamente, puramente positiva a quella rivoluzionaria, considerata violenta e quindi contraddittoria. Così facendo, infatti, affermerei la ‘positività’ della prospettiva veritativa ma mediante un gesto che rin‑nega e con‑danna i ‘compagni rivoluzionari’; e quindi poi, alla fine, anche me stesso e gli ideali della mia giovinezza (anche se, ripeto, il mio ruolo propriamente politico fu sempre prossimo allo zero). E questa ‘as-soluzione’ vale, sia chiaro (e per motivi essenziali) per tutte le anime del movimento di allora, compresa ovviamente quella propriamente rivoluzionaria. Così, si tratta qui piuttosto di scorgere come in fondo la verità di quello che facevamo (sognavamo?) allora tutti noi (“noi” chi?) fosse proprio quella stessa luminosa verità che alla fine delle nostre vite si manifesta con chiarezza.

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Anche su questo un ricordo particolare, ma significativo

Ma di questo delicatissimo eppure decisivo aspetto – cioè del fatto che anche nel nostro ingenuo, confuso e contraddittorio agire di allora fosse già presente, come sfondo, la luminosa consapevolezza della verità, voglio adesso offrire un’esemplificazione singolare, ricordando un’esperienza specifica, relativa a un gruppo molto particolare. Mi riferisco al cosiddetto “gruppo dell’Abramo”.
Sia chiaro, nessuna intenzione di aprire un processo di beatificazione di questo gruppo, e nemmeno di ipotizzare un’assoluta eccezionalità della sua impostazione; credo anzi che molte altre esperienze di quell’epoca siano state pervase dallo stesso spirito, e in molti casi forse anche con risultati migliori. Semplicemente però mi pare che quella esperienza si presti bene a rappresentare quel carattere peculiare che rendeva già allora vero, pur in mezzo a mille contraddizioni, quello che si faceva. Ciò dipendeva appunto dal fatto che in qualche misura ci sentivamo impegnati a realizzare, già nel cammino (la rivoluzione, appunto) verso la società giusta, un modo di essere (uno stile di vita, potrei dire) capace di costituire la realizzazione di quello che promettevamo a tutti e quindi anche a noi stessi come la meta verso la quale ci stavamo muovendo.
Si trattava di un gruppo di provenienza sostanzialmente cattolica. Venivamo soprattutto da GS (Gioventù Studentesca), ma l’impatto con le problematiche politiche e sociali ci stava in qualche modo allontanando almeno da un certo tipo di cattolicesimo. Trovammo in don Abramo Levi una figura capace di conservare quello che ci pareva essere il meglio dell’esperienza cattolica ma senza che questo inibisse la nostra piena partecipazione alla causa rivoluzionaria.
Lontanissima da me anche l’idea di fare una specie di storia del gruppo dell’Abramo. Altri sarebbero almeno altrettanto autorizzati a farlo ed anzi, con riferimento al periodo più tardo dell’Abramo, sarebbero ben più competenti e informati di me. Del resto esiste già un gruppo, del quale peraltro in qualche misura anch’io faccio parte, che opera al fine di conservare la memoria del pensiero e dell’opera di don Abramo. Qui mi limito a sottolineare quell’aspetto particolare, al quale ho accennato, cioè il fatto che nel suo modo di essere questo gruppo rappresentava un tipo di esperienza che, lungi dall’essere un mero mezzo in vista di un fine, incarnava già, in qualche misura, quello stesso fine.
In effetti, i nostri rapporti reciproci erano fortemente ispirati agli ideali della società (appunto) ‘ideale’: una carica affettivamente forte tra tutti i membri del gruppo; la parità (almeno tendenziale) tra ciascuno di noi, con un primo barlume anche di quella che poi si chiamerà parità di genere; una realizzazione individuale piena, quindi diversificata a seconda degli interessi, delle simpatie, delle esigenze dei singoli individui; e, naturalmente, uno sguardo dichiaratamente universale per quanto riguarda la portata della nostra bene‑volenza. Insomma, gli slogan ‘rivoluzionari’ di portata universale (liberté, égalité, fraternité) ma vissuti nella concretezza effettiva della nostra vita quotidiana.
Per quanto riguarda la fondamentale uguaglianza tra tutti noi è doveroso, secondo me, diventare consapevoli del fatto che tale uguaglianza, che tutti sperimentavamo e accettavamo come un dono, era resa possibile dal fatto che eravamo tutti uguali perché uno (l’Abramo) era più uguale degli altri. Questa battuta di evidente ispirazione orwelliana, lungi dall’insinuare un dubbio sulla bontà di quello che abbiamo fatto, vuole spingere a riflettere sull’importanza della figura del Maestro. Perché la differenza radicale dell’Abramo rispetto a ciascuno di noi si esercitava in una maniera che era diversa da quella del potere e del comando, dal momento che si nutriva appunto dell’autorevolezza intrinseca del Maestro. Figura, questa, che la nostra civiltà, a differenza di quella orientale, tende a snobbare se non a combattere, mentre credo che essa costituisca un momento decisivo per qualsiasi ri‑evoluzione (questo è il termine che mi piace usare) positiva per l’umanità (ma il tema, qui, è evidentemente assai complesso). Per quanto riguarda poi l’uguaglianza di genere, mi limito ora a ricordare come proprio da questo gruppo venne – grazie al lavoro della Silvia Motta e delle sue ‘compagne’ di Trento con le quali ella scrisse La coscienza di sfruttata – un importante contributo alla nascita di quella coscienza femminile che ha costituito uno degli aspetti più significativi di quegli anni e che si avvia ormai a rappresentare il fenomeno politico più rilevante del presente secolo, anche se, come per tutte le rivoluzioni, la sua realizzazione effettiva correrà dei rischi e quindi andrà incontro a sfide molto maggiori e forse anche più insidiose di quelle che potevamo immaginarci a quei tempi.
È per le caratteristiche sinteticamente indicate che quell’esperienza, più che essere un mezzo (l’organizzazione) volto alla realizzazione futura di un fine (la società giusta) si presentava già, almeno in qualche senso, come una esemplificazione del fine verso il quale esso si muoveva, e la forte amicizia che ancora oggi lega noi che facemmo parte di quel gruppo ne è una testimonianza. Potrei sintetizzare tutto questo con una frase di Georges Friedmann, scritta proprio in quegli anni e in relazione a esperienze di quel tipo (cito a memoria): “Molti, moltissimi sono coloro che oggi pretendono un mondo migliore e lottano per ottenerlo, ma pochi, pochissimi sono quelli che cercano di rendersi degni di tale mondo”. Ecco, io credo che l’esperienza fatta da quel gruppo fosse – più o meno intenzionalmente, più o meno consapevolmente – proprio quella di renderci degni del mondo per il quale eravamo disposti a impegnarci e anche a lottare, fino addirittura al punto di ‘sacrificare’ le nostre vite. Ripeto, lungi da me sostenere che quel gruppo sia riuscito davvero a realizzare tutto questo, però credo di poter dire che certamente in qualche modo avvertimmo che il problema era quello della coincidenza di mezzo e fine.

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Come allora, così anche oggi:
la rivoluzione impossibile e quindi doverosa

Che cose mi suggeriscono, questi ricordi, in relazione al mondo nel quale ci troviamo a vivere oggi?
Se c’è una situazione che, con le parole di allora, andrebbe chiamata pre‑rivoluzionaria, questa è proprio la situazione attuale. La distanza tra coloro che detengono il potere (i gruppi che controllano i sempre più potenti apparati tecnologico-militari, le istituzioni finanziarie, le imprese multinazionali, i mezzi di informazione, le istituzioni politiche, culturali etc.) è cresciuta a dismisura in questi decenni, e tale divario aumenta in maniera continuamente accelerata. Oltre a ciò, il numero di coloro che svolgono un ruolo effettivo nel controllo del sistema totale del potere è sempre più ridotto, mentre quello di coloro (le masse, ricordate?) che lo subiscono aumenta continuamente, venendo ad assorbire anche gruppi di popolazioni e di nazioni, tra le quali per esempio l’Italia, che ancora nel sessantotto appartenevano alla fascia di mezzo, e che invece appaiono ormai come vere e proprie neo‑colonie dei potentati mondiali. È quindi abbastanza chiaro che, lasciando andare avanti le cose nella direzione attuale, l’umanità va incontro a una situazione di sempre maggiore sperequazione e quindi ingiustizia. Proprio come un tempo: non si tratta di apportare qualche piccolo ritocco, perché evidentemente è tutto il sistema che marcia inesorabile in una certa direzione. Appunto per questo non qualche piccolo cambio di governo, ma solo una vera e propria ‘rivoluzione’ potrebbe mantenere viva la speranza di uno scenario che si possa sensatamente chiamare “giusto”.
E invece, mai come in questa epoca, l’ipotesi di una rivoluzione appare remota o propriamente impensabile, se non addirittura inimmaginabile. Soprattutto perché sta diventando sempre più chiaro che, se la rivoluzione è possibile nella misura in cui gli oppressi pian piano conquistano gli strumenti necessari per condurre a termine vittoriosamente la lotta contro i detentori del potere, allora essa è oggi resa impensabile dal fatto che tutti i gesti volti all’approntamento di strumenti sono ormai ridotti a procedure che rafforzare gli strumenti nelle mani di chi detiene il potere (pensiamo anche solo ai sistemi della finanza e dell’informazione). Una volta volevamo cambiare il mondo, oggi il problema sembrerebbe essere piuttosto quello di fermare il cambiamento del mondo che assume la forma di una sempre più profonda e accelerata manipolazione del mondo.
In una battuta, allora, potremmo dire che la rivoluzione, oggi, appare necessaria ma nello stesso tempo impossibile, inevitabile ma nel contempo irrealizzabile: chi potrebbe desiderare la rivoluzione non ne ha gli strumenti necessari, mentre chi possiede gli strumenti che sarebbe utili a tal fine è invece proprio chi ha tutto l’interesse a proseguire per questa strada.

Ancora una volta ci troviamo a dover fare i conti con una plateale contraddizione: le diseguaglianze e le prepotenze crescono ogni giorno di più, ma, per citare ancora Orwell: “I prolet non si ribelleranno mai”. E forse Orwell era anche un po’ ingenuo e ottimista, nel senso che potrebbe forse essere più corretto dire che i prolet non si sono mai ribellati. Forse anche quelle che abbiamo cantato come le grandi rivoluzioni del popolo in realtà sono sempre state operazioni progettate, guidate e condotte da coloro che possedevano e posseggono gli strumenti per programmare e guidare il funzionamento dei nostri cervelli e, con questo, i nostri comportamenti. Insomma diventa oggi chiaro che la rivoluzione, più diventa indispensabile, e meno diventa possibile.
C’è una via d’uscita da questa paradossale trappola? Io credo che essa possa darsi solo con una risposta altrettanto paradossale. La quale potrebbe venire formulata in questo modo: con una rivoluzione contro nessuno. Solo così, in effetti, risulterebbe risolta la contraddizione per la quale la rivoluzione ha valore per tutti ma rappresenta la vittoria di una parte contro l’altra.
Appare assurdo? Invece, a ben pensarci, i veri drammi dell’umanità sono proprio quelli nei quali in un certo senso tutti sono colpevoli e tutti sono innocenti. Pensiamo, per esempio, a problemi come l’inquinamento, il dissesto ambientale ma anche il disastro sociale e antropologico. In un certo senso (prescindendo ora da casi clamorosi ma limitati di truffe conclamate) nessuno è direttamente colpevole e responsabile di quello che sta accadendo: non è colpa dei medici, né degli insegnanti, non dei giudici, e propriamente nemmeno dei produttori degli apparecchi inquinanti, perché a volerli usare siamo tutti noi; sicché proprio anche noi, le vittime di questo danno, siamo i colpevoli. Siamo appunto tutti innocenti e tutti colpevoli. Completando la formula di prima, potrei allora dire che l’unica rivoluzione davvero possibile è quella contro nessuno e nello stesso tempo contro tutti, noi compresi.
Questa paradossale conclusione, peraltro, è confortata dal pensiero filosofico, il quale, come abbiamo accennato, ci mostra che, in verità, ogni negazione è una contraddizione. Ciò vuol dire, in concreto, che ogni condanna verso gli altri alla fine è rivolta contro noi stessi. Sia nel senso che ogni danneggiamento degli altri danneggia noi stessi, sia nel senso che davvero giusta può essere solo quella condanna che ciascuno emana nei confronti di se stesso, cioè quella che egli stesso sorbisce come una sorta di medicina, cioè come una forma di autopurificazione. Poiché siamo tutti innocenti e tutti colpevoli (anche se, naturalmente, con ruoli, con responsabilità e secondo modalità diversi) l’unica rivoluzione possibile è quella nella quale ciascuno, aiutato dagli altri, corregge (purifica) se stesso.

Pura fantasia, puro delirio filosofico? Forse. Eppure in un certo senso è anche relativamente facile intravvedere un modo in cui questo può accadere. È quello che a me piace chiamare l’intreccio continuo: ogni individuo di un gruppo appartiene anche a una serie di altri gruppi, tanto in senso orizzontale (gruppi simili) quanto verticale (gruppi diversi per importanza, potere, consapevolezza, gerarchia sociale etc.). In tal modo, infatti, la società, invece che frantumarsi in gruppi di potere contrapposti (guerra per bande o “classi” sempre più distanti e ostili), pur conservando le proprie differenze risulta unita non in forza di un potere gerarchico esterno ma grazie all’opera di limitata e reciproca permeazione che si realizza tra ogni gruppo e gli altri gruppi. Tutti i tipi di gruppi sociali sono coinvolti in questo intreccio continuo, sia quelli ‘fisici’ (di carne, cioè di sesso e sangue, ovvero di procreazione e generazione) sia quelli basati su legami di altro genere (di interesse, di cultura, di affinità etc.), e che per questo possono essere chiamati spirituali o ‘meta‑fisici’.
Almeno in un certo senso il problema è dunque oggi esattamente quello stesso di allora. Da un lato questo può apparire semplicemente sconsolante: siamo, cinquant’anni dopo, ritornati alla casella di partenza (come in un gigantesco e perverso Gioco dell’oca), solo che intanto il nostro (forse adesso incomincia un po’ a chiarirsi a chi si riferisce quel “noi”) tempo per giocare è praticamente scaduto. Ma dall’altro lato la conclusione può invece mostrare un volto estremamente consolante: la soluzione è al di fuori del tempo. Proprio perché essa si colloca in una dimensione diversa da quella scandita in mezzi (che si adottano ora) e fini (che si realizzeranno domani).
L’unica rivoluzione possibile è quella che si può realizzare qui ed ora: “Vi è un solo momento, nella vita, nel quale si può realizzare l’illuminazione. Quel momento è: ora!” La rivoluzione è possibile qui ed ora. Esattamente come era possibile allora. E come, in un certo senso, è stato davvero allora. Perché questo confermano i racconti degli altri amici che ho avuto modo di ascoltare, racconti che confessano la loro radicale fedeltà a quella vocazione e la loro fondamentale contentezza per aver potuto prendere parte a quello straordinario momento. La soluzione è possibile qui ed ora nella misura in cui noi ora la riconosciamo presente – almeno nei nostri desideri più profondi, più sinceri e più veri – anche in tutto quello che facemmo allora. Insomma, dobbiamo avere il coraggio di ‘confessare’, oltre alla caterva di errori che abbiamo tutti, chi più chi meno, commesso, anche la bellezza e la verità di ciò ci apparve in quel momento; e quindi il coraggio di riconoscere quanto di sincera benevolenza, e di generosità, e di autentico desiderio di vita e di libertà c’era davvero in tutto quello che tutti noi facemmo allora e che in qualche misura ciascuno di noi ha custodito, a suo modo, anche in tutto quello che ha fatto in seguito.

A tutta la compagnia del ’68, con sinceri gratitudine e affetto

Treviso, 12 gennaio 2019

¹Chi volesse interrogarsi sulla “verità” di queste affermazioni può incominciare a riflettere sul fatto che, essendo innegabile la verità che viene confermata persino dalla propria negazione (la non‑verità), allora la verità, se nega, nega qualcosa (la non‑verità) che la afferma, quindi nega se stessa.