LE ROSE FIORIRANNO A MAGGIO

Mi ero alzata presto come ogni mattina da quando mio marito s’era ammalato. Avevo preparato la spremuta d’arancia, il kefir coi fiocchi d’avena e la frutta, il the verde con tanto limone come piaceva a lui che ormai dalla metà di marzo aveva la febbre, era mezzo disidratato e si nutriva a fatica. Ma si stava riprendendo e la primavera, ignara, avanzava in tutto il suo splendore.
Una storia da raccontare agli increduli, perchè risulta difficile, proprio difficile, credere che nella ricca Lombardia, nell’anno 2020, siano potute accadere cose così.
Assistenza medica diretta non ne avevamo avuta, come tanti altri ai quali era toccato in sorte il contagio nel momento di maggiore diffusione. Solo assistenza telefonica. Gli ospedali si erano mostrati da subito al collasso e i medici di base, senza strumenti e protezioni, evitavano qualsiasi visita a domicilio.
Bisognava sperare nella Provvidenza come ai tempi delle pestilenze passate? Neppure il più fervente anziano parroco di campagna lo diceva più. Meglio trovare un medico pietoso a cui affidarsi. E i medici pietosi noi li avevamo trovati in un nipote neurologo a Le Molinette di Torino e in alcuni amici che si informavano quotidianamente dello stato di salute del malato e davano indicazioni mediche e sostegno quanto potevano.
Così non ci eravamo sentiti abbandonati.
Dieci giorni di febbre alta e sfinimento. Dieci giorni di ansia e di  preoccupazione e poi la chiamata al 112.
-Quanti sintomi ha?- aveva chiesto l’operatore sanitario.
– Solo febbre? Mi dispiace. Non veniamo a prenderlo con l’ambulanza. Deve avere almeno due sintomi. La febbre, seppure alta, non è sufficiente per un ricovero. Prenda la tachipirina e resti a casa.
-Restare a casa? Tachipirina? Ma non è una cura! Bisogna essere quasi morti per accedere agli ospedali?- mi ero chiesta angosciata.
Mio marito si era invece infuriato. Aveva inveito contro l’operatore con quella furia disperata di chi si trova a sbattere contro un muro di gomma.
-Portatelo voi direttamente al Pronto soccorso di Sondalo. Andateci con guanti e mascherina. Lo ricovereranno- avevano suggerito allora i medici “pietosi”, consapevoli che più si aspettava e più l’esito sarebbe stato nefasto.
Nostro figlio lo aveva caricato in macchina e via di corsa verso l’ospedale.
A Sondalo finalmente il Covid-19 era stato diagnosticato insieme ad una sovrainfezione batterica. Polmonite bilaterale. Curato al meglio, ossigenato e dimesso, avrebbe potuto guarire a casa.
-Signora, – avevano chiesto al telefono- avete la possibilità di isolare il malato in una camera sua con bagno?
L’avevamo, per fortuna. Così era tornato con la prescrizione di una bombola di ossigeno, una dose cavallina di antibiotici e un altro mix di farmaci ed integratori.
Isolamento per lui e anche per me e nostro figlio, ma ero contenta di assisterlo lì nella sua camera, costasse quel che costasse.
Sapevo di quanti erano scomparsi negli ospedali e mai più rivisti dai familiari; avevo visto in tv le bare portate via nella notte da lunghe file di camion militari in cimiteri lontani; ascoltavo ogni sera i bollettini della Protezione civile: le vittime crescevano di giorno in giorno.
Speravo, anzi ne ero persuasa, che le pareti e le cure domestiche lo avrebbero aiutato a non lasciarsi andare.
E quindi via, per molti giorni, a disinfettare, sfregare, pulire, lavare per tornare dopo poco a disinfettare, sfregare, pulire, lavare…
Avevo le mani rosse e screpolate, ruvide come carta vetrata, ma quello che andava fatto lo facevo.
Mi provavo la febbre al risveglio, come mi era stato suggerito, ma mi sentivo bene ed era certa che lui ce l’avrebbe fatta, che entrambi ce l’avremmo fatta. 
Quella mattina, era ormai aprile inoltrato, mi ero alzata presto come al solito e, dopo aver prestato le solite cure, stavo sbattendo un tappeto sul terrazzino quando vidi davanti alla casa di un vicino uno strano assembramento: un’ambulanza coi lampeggianti accesi, il camion dei pompieri, una macchina dei carabinieri, il furgone della Protezione Civile, il sindaco che camminava avanti e indietro col cellulare attaccato all’orecchio e operatori sanitari con le tute bianche che entravano ed uscivano dalla casa.
Che cosa poteva essere successo a quell’ anziano vicino che conoscevo così poco per via della riservatezza di lui e che spesso neppure mi salutava?
Sapevo che aveva lavorato negli alberghi svizzeri come giardiniere, che viveva solo da quando era tornato al paese, che coltivava una vigna dietro la casa, che vantava un piccolo giardino con fioriture continue che a maggio esplodeva in un tripudio di rose bellissime.
Mi sarebbe piaciuto avere da lui qualche consiglio sulla coltivazione delle rose, ma mai avrei osato suonare alla sua porta o fermarlo per la strada, anche perchè in giro lo si vedeva molto poco.
Chi a volte lo incontrava diceva di averlo visto intento a leggere i necrologi esposti nelle bacheche del Comune.
Quali altre occupazioni facessero parte di quella vita solitaria non lo sapevo e mai mi sarei data la pena di saperlo, nonostante le rose.
Niente accomunava la mia vita densa e ricca di occasioni sociali con quella di un uomo solo, schivo e più che ottantenne.
Anni prima, lo ricordavo bene perchè ne avevamo sorriso, ed era stato un evento tanto curioso quanto sbalorditivo, si era fermato davanti al nostro cancello per chiedere di parlare con la badante che accudiva mio suocero ammalato.
Tutti si erano stupiti quando se n’ era saputo il motivo: una proposta di matrimonio o forse di convivenza con l’attempata signora moldava, bionda e ben in carne che però pensava solo a tornare al più presto al suo Paese dove aveva un marito e dei figli.
Quella vita era quindi proseguita solitaria e silenziosa nella cura dei fiori e della vigna.
Ciò che stava succedendo ora in quella casa rimandava ad esiti foschi.
Per la prima volta pensai al peso di quella solitudine, magari più subita che cercata, a quella vecchiaia senza affetti e forse senza amici.
Dopo un po’ mi affacciai di nuovo e vidi che se n’erano andati i carabineri, i pompieri, la Protezione Civile e il sindaco. Restava ferma però l’ambulanza che solo dopo un po’ se ne sarebbe andata, silenziosa come era arrivata.
Nel pomeriggio suonarono il campanello. Erano i ragazzi della Protezione Civile che consegnavano la spesa e i farmaci richiesti, puntuali e gentili come sempre. Un grande aiuto in un momento così difficile.
Chiesi loro se sapevano qualcosa dell’accaduto.
Raccontarono che erano alcuni giorni che l’uomo non rispondeva al telefono, né aveva ordinato la spesa, per cui il sindaco e la vicesindaco che si stavano occupando degli anziani soli, e nel paese ce n’erano, si erano premurati di andare a suonargli il campanello e, visto che nessuno rispondeva, avevano chiamato i pompieri per abbattere la porta e pure l’ambulanza che puntualmente era arrivata seguita dall’auto dei Carabinieri.
Avevano trovato l’uomo sdraiato sul divano, ma, come dissero gli operatori dell’ambulanza, aveva poca febbre e l’ossigenazione era a posto, per cui non c’era alcuna necessità di ricovero. Se n’erano andati dichiarando che quello era semplicemente sordo come una campana. Per questo non aveva risposto al telefono? Ma come mai non aveva più ordinato la spesa?
Il sindaco, poco persuaso, era entrato scoprendo che in quella casa non c’era nulla da mangiare se non due o tre merendine e che quello stava male: tremava come una foglia, anche se ripeteva in continuazione di non avere bisogno di nulla. 
Mi piace pensare che il vicino non volesse lasciare la sua casa, il suo giardino e soprattutto non volesse rinunciare alla meravigliosa fioritura delle sue rose.
Due assistenti sociali si accorsero nel pomeriggio che occorreva un medico: l’anziano stava molto male per cui lo fecero ricoverare.
Quella stessa notte, in ospedale, l’uomo moriva per Covid.
Appena finirà la mia quarantena andrò a vedere il giardino delle rose che fioriranno come sempre a maggio e saranno un tripudio di vita e di colore.
Il mio vicino è stato la terza vittima di Covid a Bianzone. Quattordici i contagiati ufficiali. Mio marito è stato dichiarato guarito dopo trentasette giorni di malattia.
Io sono stata risparmiata.
Roberta De Devitiis