Il lungo ’68: un fenomeno complesso

Diversi racconti , sia di chi vi partecipò direttamente sin dall’inizio, sia di chi, soprattutto per motivi d’età, entrò attivamente in gioco solo negli anni successivi, parlano del Sessantotto come di un fenomeno complesso, che investì e contribuì a mettere in crisi, con la forza, l’entusiasmo e i sogni di una giovane generazione, le relazioni sociali ed economiche, la vita politica e culturale di un intero Paese.

“Vanno sotto questo nome, il Sessantotto, molte cose e vicende che precedono quella data e la seguono con una lunga scia, perché il cosiddetto Sessantotto è fenomeno sociale, politico, culturale, di costume, complesso, vario, di dimensioni grandi ed estese.” (Luigi F.)

“Il movimento così detto del ’68 fu una vera e propria rivoluzione culturale della nostra società. I vecchi schemi e impostazioni delle relazioni sociali e della cultura dominante di allora sono saltati nel giro di due anni. La partecipazione delle persone alla vita sociale e politica nelle assemblee studentesche, operaie e nella società in genere ha portato a un repentino e sostanziale cambiamento nelle relazioni sociali”(Sergio )

“Secondo me l’importanza del ’68 è stata soprattutto a livello culturale: la presa di coscienza dei problemi sociali e di conseguenza delle lotte, lo stravolgimento del costume che poi ha portato i veri cambiamenti nella società italiana.” (Pietro)

“Il ’68 è stato contemporaneamente una rivoluzione anticapitalista, libertaria, caratterizzata da una apertura internazionale. Ogni piccola lotta locale era parte della ribellione mondiale.” (Giorgio)

Federico riassume in queste parole “uguaglianza, giustizia, libertà, conflitto, autonomia, partecipazione” il significato individuale e collettivo del lungo ‘68.

“Tra riunioni, discussioni, collettivi, comitati, assemblee e manifestazioni sono cresciuto con tanti altri nella progressiva consapevolezza di vivere un momento storico di mobilitazione e di cambiamenti importanti. (…..) Uguaglianza, giustizia, libertà, conflitto, autonomia, partecipazione: ecco le parole piene di significato che abbiamo scoperto pian piano, cercando di “praticarle” partendo da noi stessi e portandole nella società”.(Federico)

Se complesse furono le interrelazioni tra il movimento e il contesto economico, politico e culturale altrettanto complesse furono le dinamiche interne al movimento, come testimonia Maricla nel suo racconto.

“Anche a Sondrio quest’area (del movimento studentesco n.d.r) presentava una stratificazione complessa, sia come appartenenza sociale sia come riferimenti culturali e stili di vita. Si trattava di un insieme di esperienze collettive con tratti in comune, ma anche con molte diversità, c’era tra di loro un certo grado di permeabilità, capitavano occasioni di contaminazione, ma spesso prevalevano chiusure e incomprensioni. C’era la fascia dei politicizzati, quelli che frequentavano le sedi della sinistra, allora principalmente il MS. AO e la FGCI,. Oltre al mondo dei politicizzati, come più o meno eravamo noi, c’era l’area  molto più ampia di quelli che vivevano l’ondata libertaria e antiautoritaria del ’68, ognuno declinandola a modo suo.” (Maricla)

Tra coloro che hanno raccontato la loro esperienza c’è anche chi, senza voler mettere in discussione la complessità del movimento e tutti gli altri aspetti che lo caratterizzarono, richiama però l’attenzione sul ’68 come momento in cui una giovane generazione si riconobbe come tale e rivendicò il diritto di provare a cambiare il mondo.

“(..) il 68 fu la ribellione antiautoritaria di una giovane generazione che per la prima volta nella storia si  identificava come tale e prendeva di mira i fondamenti  di quella società bloccata e soffocante in cui si trovava a vivere.” (Anna)

“Credo di non sbagliare nell’affermare che una grande parte dei giovani protagonisti del 68 nelle sue molto varie articolazioni sentissero di poter essere una generazione in grado di trasformare il mondo.   Ricordo uno slogan che mi sembrava giustissimo: Cambia la società prima che la società cambi te”. (Enzo )

“Sicuramente il ’68 ha rappresentato una vera e propria rivoluzione che ha investito tutti gli aspetti di vita di quel periodo, dal modo di confrontarsi pubblicamente su temi fino ad allora considerati intimi e tabù per le famiglie, alla partecipazione a eventi musicali, teatrali e culturali in genere innovativi rispetto alle forme “classiche” consegnateci dalla tradizione”.(Nicoletta)

“Eravamo piene di speranza di cambiare il mondo, sicure che avremmo trovato un lavoro e che saremmo state indipendenti, eravamo ottimiste, solidali e volevamo giustizia sociale”.(Rita)

Particolarmente significativo è anche un ulteriore aspetto del ’68 messo in evidenza con chiarezza nello scritto di Dorina

“Da questo punto di vista l’esperienza del ’68 fu liberatoria: imparammo a rivendicare con orgoglio la nostra condizione sociale, ci sentivamo padroni del mondo e la storia sembrava svoltare in quella direzione, verso una liberazione da tutti gli schemi nei quali ci volevano imprigionati.”

Sebbene non in modo così esplicito anche in altri racconti traspare l’importanza che il movimento del ’68 ebbe nel dare voce alle classi sociali più deboli, legittimando le loro aspettative di riscatto, offrendo a quelli che stavano più ai margini uno spazio in cui incanalare la loro rabbia e le loro energie e provando a inventarsi occasioni di socialità in cui la differenze culturali e sociali parevano azzerarsi.

Scrive ad esempio Giovanni S.

“Quello che penso infatti di questo cinquantennio  è che le lotte degli anni sessanta e settanta hanno consentito una mutazione sociale senza precedenti, grazie ad un “ascensore sociale” che in qualche modo ha funzionato consentendo anche a me ad esempio -figlio di contadini poveri da generazioni- di laurearmi e svolgere un lavoro intellettuali”

e Cinzia:

“Un altro aspetto importante era quello relazionale: partecipavamo ad una comunità nella quale tutti si sentivano uniti e uguali, si creavano amicizie, si conoscevano persone, nascevano amori, si partecipava a momenti collettivi, come gli scioperi e le manifestazioni, momenti corali che ricordo
ancora oggi.” 

Mentre Fausto e Franco evidenziano il ruolo della politica nel loro percorso di crescita da giovani ribelli a militanti consapevoli.

“Mentre vivevo questo periodo turbolento ci fu anche l’incontro con la politica. Avevo amici che militavano in Avanguardia Operaia e capitava di partecipare a qualche loro attività.(…)La politica cominciava a interessarmi sempre di più e le mie capacità furono valorizzate dal gruppo” (Fausto)

“Nel ’69 mi avvicinai agli ambienti dell’estrema sinistra e cominciò un periodo che definirei “antisistema” durante il quale politica, ribellione a quelle che vivevo come ingiustizie e sfida al potere erano intimamente connesse in una matassa inestricabile.(Franco M.)

 A sottolineare la complessità del fenomeno concorrono anche alcune “perplessità” che emergono nei racconti dei partecipanti. Queste perplessità in alcuni casi contribuirono ad allontanare i soggetti dalla politica attiva di quegli anni.

” Così ben presto mi confrontai – in maniera all’inizio poco chiara ma poi via via sempre più consapevole – con alcune questioni di fondo che contribuirono a tenermi lontano dall’azione politica, sia sul versante più propriamente istituzionale e riformista, dove non vedevo accolte le problematiche più radicali, sia su quello più propriamente rivoluzionario, dove non mi sembravano prese sul serio alcune questioni di fondo, e in particolare la contraddizione essenziale che pare insidiare ogni azione rivoluzionaria.” (Vero)

In altri le perplessità rimasero più sottotraccia e furono oggetto di riflessione personale nella ristretta cerchia di amici. D’altra parte non era facile in quel periodo aprire un confronto tra compagni/e, a qualunque gruppo si facesse riferimento.

In quell’anno di vita universitaria (1971/72) sono poi venuti in evidenza progressivamente anche gli aspetti problematici e negativi di quel periodo, gli scontri ideologici e …. fisici e il nostro piccolo gruppo alla fine dell’anno accademico fece la scelta di tornare “in valle (Federico)

Nell’ambiente di AO non nascondo d’aver provato a volte del disagio, nel senso che ci si aspettava che ognuno di noi fosse, nel proprio ambiente, un  testimone e un agitatore di parole d’ordine molto astratte e schematiche. Credo inoltre d’aver avuto più d’una perplessità  rispetto a slogan che comunque circolavano ad esempio “uccidere i fascisti non è reato” oppure “lo stato borghese si abbatte e non si cambia” oppure “fascisti, borghesi avete pochi mesi”!  (…). Un’altra cosa che mi turbava era quella certa intolleranza nei confronti di tutti, compresi altri gruppi dell’area, es. Movimento Studentesco, Lotta Continua, ecc.(…): Funzionava così: ognuno era il depositario della verità e gli altri erano assolutamente fuori linea. (…). Si era portati a classificare le persone in base a cosa pensavano e alla loro appartenenza politica. In effetti si finiva per frequentare esclusivamente il proprio ambiente e a trascurare o lasciare rapporti e amicizie precedenti.  (Chiara S.)

In altri casi ancora fu l’incontro con i problemi del territorio a far emergere i primi segnali della percezione di uno iato  tra la propria visione del mondo e la realtà.

Fu verso la fine del ’73, quando oramai stavo per concludere l’Università e i miei soggiorni a Milano diventavano meno regolari, che cominciai a incontrare una crescente difficoltà a comprendere le problematiche e le dinamiche con cui mi trovavo a confrontarmi a livello locale utilizzando la sola lente del  marxismo leninismo, che fino a quel momento, per quattro anni, era stato un approdo sicuro a cui ancorare le mie incertezze e la mie inquietudine di fronte alla complessità del reale e il metro con cui misuravo le mie scelte di studio e di lotta.(Marisa)

L’esperienza del ’68 , comunque la si sia vissuta, in prima linea nelle lotte studentesche e operaie, o  in maniera più indiretta, attraverso la partecipazione a iniziative di piazza, riunioni, letture, ha comunque lasciato un’impronta viene quasi da dire indelebile  in molti dei suoi partecipanti  nelle scelte di lavoro, nei riferimenti  culturali, nelle modalità di gestione delle relazioni sociali dentro e fuori la famiglia

E’ quanto traspare da molti dei racconti che abbiamo raccolto

“C’è da dire che quello che capitò in quegli anni ci segnò in modo profondo anche nelle scelte esistenziali. Nessuno, almeno nella cerchia dei miei amici e delle mie amiche, pensò a costruirsi una carriera, per quanto ne avessimo le possibilità e i tempi lo consentissero, e questo, ricordo, fu un tormento per mio padre, che non capiva come potessi buttar via una prestigiosa borsa di studio e, come diceva lui, andare a star peggio quando si può star meglio” (Anna)

“C’è chi ha dato al cosidetto’68 l’attributo di “lungo” e credo che sia così, o perlomeno è stato così, ed è così, nella mia esperienza: nella storia mia personale – nata nel 1951 – rintraccio qualcosa che fu precedente non secondario, e qualcosa che perdura, pur nel salto importante di cui dirò. Perché c’è un filo che rintraccio cui mi sento di essere tuttora fedele, perdurante anche dopo quel salto.” (Marina)

Per me personalmente si è trattato di una “rivolta” verso i valori e le abitudini del momento, contro l’autorità autoritaria nella scuola e le forme più ipocrite riscontrate anche nella chiesa cattolica, tanto che da allora mi considero un “non credente”. La reazione a queste forme si manifestava in una pressante richiesta di giustizia, autonomia, democrazia e partecipazione, richiesta che mi ha poi accompagnato e continua ad essere presente in ciò che faccio e nel mondo migliore in cui continuo a credere. (Piero F.)

“Eppure qualche prezioso lascito del ’68 era rimasto e aveva lavorato sotto traccia anche nel campo dei miei studi: una messa in discussione dei paradigmi della tradizione medica, l’apertura all’innovazione, l’attenzione a nuove dimensioni della medicina, come quella del lavoro e quella legata alle tematiche ambientali, la nascita di Medicina Democratica.(Rosanna)

“Mi sono sempre considerato un “sessantottino non pentito”, nel senso che quegli anni non solo sono stati complessivamente positivi, ma sono ancora oggi “formativi” del mio modo di essere, dei miei punti di vista sulla società e sulla politica ” (Federico)