Il coronavirus in Brasile

L’epidemia di coronavirus comincia a diffondersi in Brasile. Per ora i numeri sono bassi, soprattutto se confrontati con quelli italiani ed europei. I dati accertati ad ieri, lunedì 30 marzo, sono di 4.661 contagi e 165 morti. A São Mateus è stato confermato il primo caso. La preoccupazione, però, è alta e del tutto fondata se si considerano le caratteristiche del sistema sanitario – impostato sul modello statunitense delle assicurazioni private – e la struttura fortissimamente diseguale della società: il Brasile è considerato il paese del mondo con la più forte diseguaglianza.  La prospettiva che l’epidemia si propaghi nelle favelas apre uno scenario agghiacciante: non è irrealistico prevedere milioni di morti. Tra l’altro, è in atto una concomitante epidemia di dengue (febbre emorragica provocata dalla puntura della zanzara della specie Aedes aegypti, endemica in Brasile).

La struttura fortemente federale della Repubblica brasiliana, che attribuisce ampie competenze ai singoli Stati (corrispondenti alle nostre Regioni, ma con molti più poteri affidati ai Governatori) ed anche ai singoli Municipi, rende la situazione piuttosto articolata e complessa, tanto più che vi è un forte – addirittura violento – contrasto tra il Presidente Bolsonaro, che minimizza il problema (non è che una “influenzina”) e considera “fisiologico” un certo – anche elevato – numero di morti (“Qualcuno morirà? E allora? Cosa possiamo farci: è la vita. D’altronde i morti in Italia sono tanti perché lì fa freddo e la popolazione è anziana.”), alcuni dei suoi stessi ministri (il Governo è diviso) e la maggior parte dei Governatori e dei Sindaci.

Nel complesso, i provvedimenti assunti sono sostanzialmente assai simili ai nostri: chiusura delle scuole, della maggior parte degli esercizi pubblici esclusi alimentari, farmacie e distributori di benzina, soppressione di ogni tipo di manifestazione pubblica. I ristoranti devono chiudere alle 16.

Le norme non sono sempre chiare. Dai nostri amici ed interlocutori di São Mateus – quindi tutti nel medesimo municipio – ci giungono informazioni non univoche, per esempio circa il “divieto” di uscire di casa, che per qualcuno è stretto e vincolante, per altri si tratta solo di una “calda raccomandazione”. Comunque la paura è tanta e, nei centri urbani, le strade sono vuote (cosa assolutamente inusuale, quasi inimmaginabile in Brasile!) e tutto è sostanzialmente fermo.

Diversa la situazione nell’area rurale, vasta ed importante nel Municipio di São Mateus, grande come i due terzi della provincia di Sondrio. Qui l’attività procede, sia pure con molte cautele volte a evitare uno stretto contatto tra i lavoratori.

Le forti limitazioni nei trasporti delle persone, che sostanzialmente impediscono gli spostamenti non solo tra gli Stati e tra un Comune e l’altro, ma anche tra l’area urbana e quella rurale, rischiano però di compromettere l’ormai imminente raccolta del caffè, che utilizza manodopera stagionale, costituita quasi esclusivamente da donne delle favelas che vengono portate nelle fazendas, dove rimangono precariamente alloggiate per l’intero periodo della raccolta (circa 15 / 20 giorni). Le attuali normative emergenziali proibiscono queste modalità, sia di trasporto, sia di permanenza. Questo, però, rischia di danneggiare pesantemente non solo quella che rappresenta la principale fonte di reddito agricolo della regione, ma anche la sopravvivenza di migliaia di famiglie poverissime, per le quali il salario delle raccoglitrici è la principale fonte di rendita dell’intero anno.

Se concentriamo l’attenzione sulla parte più povera della popolazione – che credo, senza tema di esagerare, rappresenti, con diverse sfumature, un buon 20% -, dobbiamo sottolineare una serie di effetti perversi dei provvedimenti assunti.

Detto in slogan: la quarantena non è uguale per tutti. Ciò è evidente anche in Italia, ma in Brasile – in conseguenza della fortissima diseguaglianza – lo è in misura e con gravità molto maggiori.

La chiusura delle scuole, se colpisce tutti gli studenti, di ogni età e di ogni strato sociale, lo fa, però, in maniera assai differenziata. Le scuole private (in Brasile vige un sistema misto: scuole pubbliche gratuite dove vanno i poveri e scuole private in genere costose per i ricchi) stanno cercando – in realtà con non poche difficoltà – di organizzare forme di didattica a distanza, che sono presso che impossibili (per carenza di mezzi) nelle scuole pubbliche. Ma anche dove si riuscisse, gli scolari e gli studenti delle famiglie più povere – quelle delle favelas e dei quartieri più degradati delle estese periferie non avrebbero né le risorse tecnologiche né la condizione ambientale né la situazione familiare per usufruirne. Questi saranno, quindi, totalmente esclusi, ricadendo in una situazione di sostanziale abbandono, esposti a tutti i rischi e le violenze (fisiche e morali) della vita nei vicoli delle favelas.

Per questi bambini (e queste famiglie), si presenta un’altra conseguenza, che potrebbe sembrare poco rilevante, ma che in realtà è gravissima. Per loro la refezione che ricevono a scuola rappresenta la base – quando non la totalità – dell’alimentazione quotidiana. Quindi: niente scuola, niente cibo.

Si sta cercando di intervenire, nella misura del possibile. I servizi dei comuni stanno distribuendo alle famiglie più povere gli alimenti già immagazzinati, ma è poca cosa. Si stanno attivando anche (e con più efficacia) soggetti privati come le parrocchie, associazioni, gruppi spontanei. I nostri borsisti universitari ne hanno costituito uno e sono molto impegnati.

Questa è, anche, un’attività – sostanzialmente l’unica – che i Centri ed i Progetti educativi come il nostro Ricostruire la Vita, sono (ancora) autorizzati a svolgere. I Responsabili del Centro continuano a raccogliere il cibo che fornivano ai ragazzi, lo portano al Centro in cui (agli operatori del Centro non è consentito andare nelle loro abitazioni: potrebbero diventare veicoli di contagio) si recano le mamme a ritirarlo. È, certo, molto poco, ma rappresenta ugualmente un servizio essenziale.

All’inizio avevano cercato di mantenere un’attività educativa, contemperandola con l’esigenza di rispettare le misure restrittive, diluendo la presenza giornaliera in piccoli gruppi in modo da rispettare il prescritto distanziamento. Ma queste modalità non sono state accettate dalle autorità, che ne hanno imposto la cessazione. 

Emergono forti contraddizioni: l’ultimo giorno di scuola è stato dovunque dedicato ad informare ed illustrare le modalità di prevenzione, che sono le stesse dappertutto: lavarsi spesso e scrupolosamente le mani, tenere la distanza di almeno un metro ecc. Peccato che molti di questi bambini vivano in baracche in cui manca l’acqua e se c’è è fortemente inquinata; in cui manca lo spazio: non hanno neppure un letto per ciascuno. Come potrebbero mantenere la distanza di sicurezza.? Per loro sarebbe molto più sicuro frequentare il Centro, dove le condizioni igieniche sono migliori e lo spazio è maggiore.

Ma tant’è: probabilmente l’idea – magari non del tutto consapevole ed espressa – è quella di sigillare le favelas – più o meno come da noi si fa con le carceri. Idea crudele e pericolosa: se l’epidemia dilagherà lì, si spargerà ovunque.