I prodromi del ’68 in provincia di Sondrio

Alla vigilia del ’68, la lontananza dai grandi centri economici e culturali del Nord Italia, la mancanza di un’università e una forte influenza della Chiesa contribuivano a fare di Sondrio e della sua provincia, una realtà un po’ “sonnacchiosa”, all’apparenza lontana da quei fermenti sociali, culturali e politici che, già a partire dai primi anni ’60, avevano cominciato a manifestarsi nelle realtà più avanzate del nostro Paese.

Se si guarda più in profondità si ritrovano però, anche nel nostro territorio, alcuni primi segnali di questi fermenti.

“Ma ci sono stati degli ANTECEDENTI, che avevano preparato il terreno al mio successivo impegno: la frequentazione ai tempi del liceo classico, seppur non assidua e continuativa, del CENTRO ROSSELLI, la lettura di alcuni numeri del giornale della Federazione Giovanile Comunista (Nuova Generazione?) che mi veniva fornito da un mio compagno di scuola, già attivo nella FGCI, la partecipazione a qualche “raggio” di Gioventù Studentesca (pochi per la verità, perché avevo già iniziato il percorso di allontanamento dalla religione).” (Carlo)

Tra gli anni ‘60 e ‘70 si registra un fiorire di associazioni e iniziative che intendevano richiamare l’attenzione della popolazione sulle problematiche legate allo sviluppo socio- economico della provincia e diffondere nuove idee in ambito sociale, politico e religioso.

Nel 1961 a Bormio si costituisce l’associazione “Amici di Bormio”, per iniziativa dell’etnologo e storico dell’arte Roberto Togni.

Fabio Togni, nell’intervista rilasciata a Franco Gianasso racconta “Nel corso degli anni ’60 l’Associazione sviluppa un intenso lavoro: conferenze, mostre fotografiche, assemblee pubbliche su problematiche legate all’ecologia e alla pianificazione territoriale, iniziative per la valorizzazione del patrimonio artistico, concerti, uno spettacolo sul libro “L’ Obbedienza non è più una virtù” di Don Milani  e iniziative sulla pace.  Si crea un rapporto di collaborazione con le istituzioni, ma nell’autonomia dell’Associazione e, quindi, non mancano le frizioni e i veri e propri conflitti.”

Nel ‘62 nasce a Tirano il Centro di Iniziativa Giovanile (CIG), che vede, tra i suoi promotori, Mario Garbellini  allora studente, che all’università aveva sperimentato i valori della collaborazione in un organismo di interfacoltà, e   padre Camillo De Piaz. Come scrive Bruno Ciapponi Landi nel suo testo           ” Padre Camillo e il ’68” pubblicato nella sezione Confronti /Approfondimenti del sito,In un contesto di rigorosi arroccamenti partitici e ideologici come quelli di allora, il CIG si riprometteva di unire i giovani di Tirano in un fruttuoso dialogo, al di sopra delle appartenenze religiose e partitiche”. Il centro darà vita e gestirà per oltre 40 anni il Museo Etnografico di Tirano.

Ancora nel ‘62 nasce a Sondrio il Centro Rosselli che, come si legge nell’annuncio pubblico della sua costituzione, si rifà a quegli ideali di libertà e democrazia espressi attivamente nella Resistenza che sono “condizione essenziale d’ogni progresso della vita italiana”. Il Centro Rosselli svolgerà un ruolo importante sia nel preparare il terreno al ’68,  sia  nelle successive fasi di sviluppo del movimento.

“Il mio, il nostro ’68, ebbe come fulcro vitale e collettivo il Centro Rosselli, dove confluivano giovani di vario orientamento. In quello spazio si discuteva e si organizzavano conferenze di grande livello culturale e politico con la partecipazione di noti e importanti personaggi pubblici. Lì si sedimentava un patrimonio politico, frutto di una congiuntura che aveva visto gli studenti e gli operai uniti nel rivendicare giustizia sociale, libertà e pace, in un mondo attraversato da guerre e repressione come accadeva in quegli anni in Vietnam e in Cecoslovacchia.(Umberta)

Nel 1965 si costituisce, sempre a Sondrio, il Gruppo “Cultura e Società” che coinvolge docenti e studiosi locali ed è coordinato da Ivan Fassin e che pubblica un bollettino il cui titolo è “Convergenze”, affiancato da una frase di Teilhard de Chardin: “Tutto ciò che sale converge”.

Sono realtà vive e importanti che, attraverso dibattiti, pubblicazioni, incontri con intellettuali e politici che operano in ambito nazionale, consentono alla popolazione locale di entrare in contatto con le più significative e innovative esperienze culturali, politiche e religiose di quegli anni.

Un ruolo importante nel richiamare l’attenzione dei giovani su alcune delle grandi questioni sociali di quegli anni, che verranno poi riprese e rielaborate in modo autonomo dal movimento studentesco locale , fu svolto, come si legge in alcune testimonianze, anche da Gioventù Studentesca  “l’organizzazione fondata da Don Giussani  che a Sondrio svolgeva allora “ una certa funzione dirompente in ambito cattolico” come ricorda Silvia .

(…) l’incontro con GS (Gioventù Studentesca, fondata da don Giussani) durante gli ultimi anni delle superiori aveva riavvicinato molti di noi a un’esperienza che, pur appartenendo al mondo cattolico, percepivamo come caratterizzata da una intensa spiritualità, da uno stile decisamente innovativo, da un forte impegno intellettuale e poi anche, soprattutto, da una partecipazione in prima persona (quindi in qualche modo anche un po’ sovversiva se non propriamente rivoluzionaria) alle varie attività(…). Paradossalmente furono proprio le caratteristiche innovative e libertarie proprie dell’esperienza di GS a favorire l’allontanamento di molti di noi da un’ ubbidienza stretta alla gerarchia cattolica, perché preferimmo … ubbidire  (ma nel senso di ob-audire: prestare ascolto) al libro di don Milani ‘L’obbedienza non è più una virtù.’ ” (Luigi T.)

“A Sondrio incontrai Gioventù Studentesca, gruppo nel solco di un cattolicesimo che sapeva aprirsi al mondo, (…), noi eravamo felici sperimentando convivenze comunitarie e un fiorire di scambi tra studenti, fino ad allora divisi da potenti barriere sociali e scolastiche, tanto che all’avvio del ’68 quasi tutti i “presidenti di assemblea” e animatori della contestazione delle scuole superiori di Sondrio erano provenienti da Gioventù Studentesca, rimasto per me luogo di scambio fino a che intorno al 1969 non si trasformò in Comunione e Liberazione.” (Marina )

 Per un approfondimento sul ruolo dei giovani cattolici nel 68 si veda il breve saggio presente nella sezione approfondimenti , redatto sulla base delle testimonianza contenute nei Racconti del’68.

A partire dal 1967 Il Mallero contribuì, in effetti, a suscitare all’interno delle scuole medie superiori di Sondrio un dibattito che, per alcuni aspetti, anticipava quelli che sarebbero stati i grandi temi del ’68.

E’ del settembre 1967 un articolo di due pagine di recensione di “Lettera a una professoressa”.  Nei mesi successivi il giornale ospiterà altri articoli su Martin Luther King, sull’esperienza dell’Isolotto, sull’imperialismo e ancora su “Lettera a una professoressa” e comincerà a prestare un’attenzione crescente alla condizione degli studenti nei diversi istituti della città. 

Grazie all’impegno di quei giovani redattori ci è rimasta, ad esempio, una testimonianza diretta dell’esperienza degli alunni di una classe terza dell’Istituto Magistrale che, già nell’anno scolastico 67/68, con il sostegno dell’insegnante di italiano avevano aperto un percorso di riflessione sulle “metodologie più utili che il professore dovrebbe utilizzare per spiegare e interrogare”. Le richieste uscite da quel percorso, riunite in un documento di cui Il Mallero dà ampio resoconto, prevedevano, tra l’altro, l’abolizione del voto come metro di giudizio .

Sempre su Il Mallero (numero di marzo 68) troviamo questa affermazione: “dalle cronache di istituto sono emerse spesso le situazioni di disagio cronico da cui sono partiti i movimenti di occupazione milanese”.

Le proposte avanzate da G.S. per affrontare i problemi degli studenti sondriesi (esigenza di nuovi rapporti umani, di dialogo con i professori, di maggiore responsabilizzazione degli studenti, invito ad aprire un dialogo studenti professori sul giornale) non vanno certo nella direzione assunta dal movimento degli studenti medi già scesi in lotta nelle grandi città; le cronache d’istituto sopracitate evidenziano, tuttavia, che nel corso dell’a.s. 67/68  anche in quasi tutti gli istituti superiori di Sondrio alcuni studenti cominciavano a mettere in discussione le materie oggetto di studio e le modalità di insegnamento, cercando di coinvolgere nel dibattito gli insegnanti e trovando in alcuni di essi (primo tra tutti il prof. Fioravanti ricordato in molte testimonianze) validi interlocutori.

Un altro avvenimento che viene riportato in più di una testimonianze come segnale di qualche cosa che, già sul finire del 1967, cominciava a muoversi  tra gli studenti della provincia di Sondrio è il cosiddetto sciopero per la piscina .

“Il primo sciopero studentesco che si tenne a Sondrio avvenne forse verso la fine del 1967 o l’inizio del ‘68 e aveva come scopo quello di sollecitare il comune di Sondrio a realizzare una piscina coperta.

In verità ai ragazzi che provenivano dai paesi, come me, la piscina di Sondrio interessava poco o nulla, ma l’idea di scioperare e, per chi aveva già un embrione di coscienza politica, di unire in un’unica protesta tutti gli istituti scolastici di Sondrio era affascinante.

Ricordo che avemmo subito la sensazione che i promotori dello sciopero fossero giovani elementi del Movimento Sociale Italiano (che aveva la sua proiezione sportiva nella associazione “Fiamma”) e di questo ne parlai con Giacomo (era un po’ il leader del momento anche se non ne ricordo il cognome) e con altri, per stabilire se era il caso di aderire. Finimmo poi con l’aderire, fiduciosi di saper caratterizzare in modo “alternativo” (è una parola  chiave del ’68) l’iniziativa di lotta.

Il corteo fu davvero molto partecipato, ma si concluse al “Balilla”, come avevano programmato i promotori della manifestazione. Mi pare di ricordare  che solo un esiguo gruppetto di studenti, non più di una ventina, proseguì il percorso e lo concluse in piazza Garibaldi, sotto la statua dell’eroe dei due mondi, dove credevamo di portare l’intero corteo. “(Pierluigi )

Lo sciopero si tenne nel novembre del 67 e fu una manifestazione  “imponente” per la città di Sondrio, nata su sollecitazione di un gruppo di giovani del  MSI. 

Durante il corteo, quando apparve chiara l’intenzione degli organizzatori di connotare politicamente l’evento, un gruppo di studenti che, convinti di protestare solo per  ottenere un miglioramento delle strutture sportive cittadine(in verità allora assai scarse) aveva  collaborato con i militanti missini per la riuscita dell’iniziativa, si dissociarono come ben ricorda Pierluigi. 

Gli altri partecipanti, in larga maggioranza, non compresero bene quanto stava accadendo, ma sperimentarono per la prima volta la possibilità di manifestare uniti per rivendicare i loro diritti, come già succedeva nelle principali città italiane.  Da questo punto di vista è quindi possibile considerare quello sciopero una sorta di prova generale di quanto sarebbe poi accaduto nell’anno scolastico successivo.

Nella realtà dei fatti lo sciopero nasceva, però, all’interno della strategia di penetrazione nel mondo giovanile sondriese, che il MSI locale stava sviluppando muovendo dall’offerta di attività sportive, in particolare del basket

“Ricordo la prima manifestazione quando andavo al Ginnasio, nel 66/67: i ragazzi più grandi bloccarono la strada di accesso alla scuola, dicevano che si doveva manifestare per una nuova piscina a Sondrio, e li seguii affascinato. Finì però che gli esponenti del Fronte della Gioventù riuscirono a prendere in mano la manifestazione: li ricordo impettiti davanti al Palazzo Balilla, vestiti di nero, che pronunciavano i loro discorsi. Fu però un episodio isolato: l’anno successivo una prima manifestazione era già guidata da quelli che poi costituirono il Movimento Studentesco,” (Ettore)

Non risulta invece che i partiti dell’arco costituzionale, neanche attraverso le loro organizzazioni giovanili più o meno formalmente costituite, riuscissero a cogliere i nuovi fermenti che cominciavano ad agitare il mondo giovanile valtellinese e si ponessero concretamente il problema di come intercettarli. 

Scrive Michele:

 ” L’attività politica messa in atto dalle organizzazioni giovanili dei partiti era modestissima, priva di coraggio intellettuale e senza alcun nucleo di creatività. Un grigiore totaleQuando tra noi giovani si discuteva di politica ci si limitava a ripetere in modo banale e mimetico i comportamenti e le procedure dei partiti politici di riferimento. Il mondo degli adulti schiacciava ogni forma di pulsione giovanile. Ricordo ancora le assurde e noiose riunioni delle Consulte giovanili sondriesi dove si presentavano un manipolo di ragazzi, rigorosamente suddivisi nelle rispettive sigle di partito. Ci sedavamo intorno ad un tavolo per provare a delineare qualche istanza giovanile (la piscina, il campo sportivo…) e si finiva per ripetere i riti e le liturgie dei partiti maggiori.” 

Nemmeno la Federazione giovanile del Partito Comunista, come emerge dalle testimonianze di Michele e Franco G., che intorno al 1966 avevano aderito alla FGCI di Sondrio, riuscì a intercettare e a comprendere a fondo quanto cominciava a muoversi anche in provincia, soprattutto tra gli studenti.

“La FGCI di Sondrio era una struttura esile, fragile, costituita da un piccolo gruppo di giovani, generosi, sinceri ma con un livello di elaborazione politica e culturale molto modesto.” (Michele)

“Anch’io cominciai a manifestare una certa insoddisfazione per la politica del partito, che intanto, sia a livello nazionale e a maggior ragione in una provincia periferica come la nostra, era stato colto un po’ alla sprovvista dall’ondata della contestazione studentesca dell’autunno-inverno ’67 e dalle lotte della primavera ’68. Il PCI faticava a cogliere il nuovo che saliva, anche se una serie di segnali testimoniava un passaggio di fase, sia a livello operaio sia nel mondo giovanile: stavano cambiando i comportamenti, gli stili di vita, gli atteggiamenti, il modo di percepirsi come generazione.” (Franco G.)

Stavano cambiando gli stili di vita, dice Franco, e in effetti i primi capelloni avevano iniziato a fare la loro comparsa in città, suscitando inizialmente uno scalpore di sicuro non proporzionato alle dimensioni del fenomeno.

Scrive Gino:” Pippo aveva capelli lisci sul biondo e li portava lunghi fino a metà schiena, io invece avevo una fitta matassa di capelli neri che guardavano all’insù, una specie di criniera. Eravamo circa nel ’65 e allora la nostra era per i benpensanti una presenza irrispettosa, poi la deflagrazione del ’68 avrebbe spazzato via la cappa di conformismo che ammorbava la città e, almeno sulla lunghezza dei capelli, ci sarebbe stata più libertà.”.

E’ però soprattutto attraverso la musica che anche i giovani valtellinesi cominciarono a esprimere la loro ribellione alla morale e alle convenzioni correnti e la loro voglia di cambiamento.

E’ sempre Gino a raccontare

“Non era ancora il ’68, ma qualcosa sotto traccia si stava muovendo. Anche fuori della scuola c’erano le prime sfide al modello autoritario che ci si voleva imporre. … Erano gli anni dei Beatles, dei Rolling Stones, della versione italiana del rock e anche a Sondrio si costituirono diversi gruppi.  Anch’io iniziai a strimpellare una chitarra ……., entrai in quello che era qualcosa di più di un semplice giro amicale, ma tendeva già ad assumere i contorni dell’aggregazione giovanile con un  proprio profilo identitario, un proprio costume, un proprio linguaggio, proprie forme di contrapposizione al mondo degli adulti.” 

E furono le canzoni a veicolare, anche tra i giovanissimi, alcuni dei temi che saranno poi al centro della contestazione.

“Ero una bambina, quando sentii alla radio per la prima volta la canzone “Dio è morto” di Guccini. Rimasi quasi scioccata, fraintendendone il significato. Ma nell’estate del ’67 la canzone veniva spesso trasmessa, riuscii così -a comprendere le parole e a capire che alcuni comportamenti e scelte dell’uomo possono essere altamente distruttivi: fu la mia prima canzone di formazione” (Dorina)

Come evidenzia Anna nella sua testimonianza, i mutamenti che si andavano lentamente insinuando nel tessuto sociale non sempre e non necessariamente assunsero forme eclatanti di protesta. Quello che lei scrive fa pensare, piuttosto, a un fenomeno carsico che, quasi impercettibilmente, contribuì ad aprire delle crepe in una società che pareva ancora fortemente ancorata ai valori borghesi più tradizionali.

“Ma tutto questo successe perché il 68 in realtà fu preparato in modo quasi impalpabile, invisibile, da una trasformazione profonda che era avvenuta dentro la coscienza di ciascuno negli anni precedenti. (…) Il cattolico aveva già da tempo cominciato a mettere in questione l’autorità delle gerarchie, lo studente a non accettare supinamente il potere del professore  in cattedra  e a mettere in discussione i contenuti, la struttura autoritaria e classista della scuola; il figlio, e, fatto assai più sorprendente, la figlia, a discutere gli ordini, detti o non detti, di genitori che si volevano plenipotenziari della loro vita…anche gli operai da prima del 68 avevano cominciato a prendere la misura di uno spazio possibile di azione contro l’organizzazione del comando e della subordinazione”(Anna) 

Decisiva, per preparare il terreno alla contestazione studentesca in provincia di Sondrio,  fu l’azione degli universitari che studiavano principalmente a Milano, Pavia e Trento e che, nei loro rientri a casa nel fine settimana, portavano in valle gli echi della contestazione e cominciavano a far circolare quelle parole d’ordine contro la scuola di classe, l’autoritarismo degli insegnanti e per il diritto allo studio che, in breve, sarebbero diventate patrimonio anche del movimento degli studenti sondriesi.

Un ruolo importante nel facilitare l’incontro tra gli studenti universitari e gli studenti medi fu svolto da Don Abramo Levi.

Non a caso le prime riunioni in cui gli universitari raccontavano delle battaglie in Università, spiegavano gli obiettivi e le parole d’ordine del movimento e stimolavano gli studenti delle scuole medie a seguire le orme dei loro compagni di Milano, Trento Pavia Torino si tennero al piano terra della Casa delle suore di Mese presso cui viveva allora Don Levi.

Diverse sono le testimonianza in questo senso e quella di Silvia le riassume un po’ tutte.

“Abramo aveva visto in questa rivolta del ‘68 un principio di necessario cambiamento che lui stesso condivideva, con cui si è connesso, regalandoci la sua attenzione e il suo sapere, la sua grande autorevolezza.” (Silvia)

Per tutto il lungo 68 gli studenti universitari valtellinesi continuarono a mantenere un ruolo di trait d’union tra il centro (soprattutto  Milano) e la periferia.

“Nel frattempo si era formato (non ricordo le date) un collettivo di studenti valtellinesi a Milano. Ne facevano parte Fulvio Z, Angelo O., Ennio G. e altri di cui non ricordo il nome, c’erano anche rappresentanti dell’Alta Valle. Ci si riuniva una volta alla settimana in casa di Angelo in via Mercadante. Lo scopo era quello di tenere i collegamenti tra il movimento di Milano e le varie realtà di lotta della Valtellina. Noi quattro di via Gorani partecipavamo regolarmente. C’erano i compagni che avevano contatti con operai e rappresentanti di fabbrica del Fossati, della Nuovo Pignone, della Falk, della Carini e della Bertoni che ci tenevano aggiornati sulle lotte degli operai e degli scioperi in queste realtà.” (Luciana)

” Il mio impegno si sviluppava sia a Milano che a Sondrio, dove venivano da noi studenti importate idee e iniziative, maturate nelle facoltà universitarie.”(Carlo)

Come ben evidenzia Carlo, lo sviluppo del movimento studentesco in Provincia di Sondrio fu sicuramente influenzato dai diversi movimenti universitari, in particolare da quelli milanesi, ma, soprattutto in una prima fase, anche da quello trentino.

Sarebbe però riduttivo leggere lo svolgersi degli avvenimenti valtellinesi solo come travaso in valle di linee politiche e parole d’ordine elaborate altrove. Se il dibattito politico all’interno dei diversi gruppi e organizzazioni in cui, anche in provincia di Sondrio, si suddivise il movimento, ruotava intorno alle grandi tematiche di quel periodo , le battaglie che furono portate avanti e le modalità con cui si articolò il rapporto con il territorio  furono però anche espressione di un tentativo originale   di tradurre le istanze generali in specifici obiettivi locali, legati ai problemi  del territorio.