Giuseppe

Il “68, bambino

 

Il tempo di un bambino è quello delle emozioni, immediate o immaginate.

La “banda” sta in un quartiere centrale di Sondrio, compreso tra il Lungo Mallero, via Caimi e via Trento. La sua composizione può variare, ma il nucleo è formato da circa 15 tra femmine e maschi, di età comprese tra gli otto e i tredici anni. Quelli e quelle di quattordici, ormai grandi, non si vedono più tanto: mia sorella inclusa.

Ci si trova a giocare, a parlare, ad esplorare Sondrio ed i suoi dintorni: via Vanoni, di là dalla ferrovia, corre tra i prati, sino al fiume, ed oltre, su per i boschi; la foce del Mallero ha greti, macchie intricate di alberi, arbusti e pozze, da cui partono, improvvisi, i germani e fanno battere il cuore, mentre rane scivolano dentro l’acqua e scompaiono, nel fondo melmoso.

Siamo quelli della “piazzetta”, Largo Folla, in parte sterrata, sotto i grandi platani, che servono da riferimenti nei giochi: pallone, palla guerra ed altri. La fontanella, al suo limite, va bene per bere, ma anche per spruzzarsi e “slozzarsi”.

La vita é: scuola, casa, la banda. Le stagioni, colorate di suoni e di odori.

E meraviglia.

Come oggi, in questo giorno che già sa d’estate, perché manca poco alla fine dell’anno scolastico. Poi sarà una lunga avventura, per ogni istante a venire, questo penso

mentre mia mamma mi apre la porta, al ritorno da scuola.

Ho fame, però devo aspettare che arrivino mia sorella e poco dopo mio padre.

Eccola, finalmente, cinque minuti ancora ed entra lui, ma perché va in sala ad accendere la televisione? A quest’ora? Noi la guardiamo alla sera ed io, tranne se l’indomani è festa,

vado in camera dopo Carosello.

Eppure, mio padre ci fa segno di tacere, dopo che ha detto qualcosa a mia mamma, sullo schermo appare un giornalista, sembra un telegiornale. Lo è, ma speciale.

Ascolto.

Certo, ad 11 anni sono un bambino privilegiato, perché accanto a lunghe estati passate da mia nonna contadina, in Emilia, con l’acqua nel pozzo, e, sull’aia, l’unico gabinetto per tutte le famiglie, nella mia casa di Sondrio trovo libri ovunque. Così leggere mi sembra un fatto normale e già capita che dia un’occhiata a qualche articolo, su un quotidiano, o una rivista. Anche se Zagor rimane il mio eroe preferito.

Con mio padre parlo di qualunque cosa e spesso a tavola nei discorsi entrano la storia, l’arte, la scienza e la politica, a cui fan da contrappunto l’ironia e la leggerezza di argomenti più frivoli, o le preoccupazioni quotidiane dei miei, per me ancora troppo distanti.

Il giornalista, ora, ha la faccia triste e la voce tesa, mentre dice un nome: Kennedy, Bob.

Lo hanno ucciso, gli hanno sparato. Là in America, dove è ancora notte.

E’ il fratello di quel presidente John F. Kennedy, assassinato quando ero ancora piccolo.

Scorrono immagini, commenti.

La televisione viene spenta. Andiamo in cucina, a mangiare.

Mio padre e mia madre si scambiano veloci impressioni ed una mi entra nella testa, galleggia: “il migliore dei Kennedy.”.

Nei giorni seguenti, ci ripenso spesso e sempre la unisco al dispiacere sincero visto sul viso del mio papà. Perciò con gli amici ne faccio solo qualche cenno, mi sembra un fatto troppo grande, di fronte al quale bisogna avere pudore.

Poi l’estate mi avvolge, cancella ogni cosa: ghiaccioli alla menta. Partite al campetto.

Le sfide in bicicletta. Le zuffe. Chiacchiere, seduti nell’ombra di qualche cortile.

Il fiume ed i fossi.

Finalmente, la partenza all’alba, l’autostrada.

Un caldo che odora: l’Emilia.

I miei, con mia sorella, si fermano solo una notte. Ripartono, tornano a Sondrio.

Io sono già scalzo, con un’altra banda di “putlet” e “putlete”. L’immensa campagna di zolle, filari di olmi, maceri e canneti, ci appartiene. Basta aver fiato e testa, per stare, nelle ore più calde al riparo dei grandi portici di rossi mattoni, della vicina osteria, magari a far gara di chi sa sputare più lontano i semi di cocomero. Mentre si aspetta che il sole sia meno “cattivo”. Luglio è un lampo, Agosto lo segue. Arriva Ferragosto e nel pomeriggio, sul tardi, ricompaiono i miei con mia sorella. L’indomani stiamo tutti insieme; mia sorella, Carlotta, freme, lei è bella, alla moda, non una campagnola arretrata. A me sembra solo un po’ smorfiosa, ma tant’è. Comunque riprende a sorridere solo il giorno seguente, quando salutiamo mia nonna e partiamo per il mare: due settimane a Cesenatico, alla pensione Taioli, dove andiamo da anni.

Mio padre ci accompagna, ma resta solo un giorno, deve tornare su a lavorare. Verrà a riprenderci. Inizia un tempo luminoso di spiaggia ed acqua, bomboloni e ragazzine che iniziamo ad apparirmi diverse da noi maschi: misteriose e magnifiche. Non so perché.

Il mondo appare bellissimo e giusto: sarà stupendo diventare grandi ed essere sempre onesti e generosi, perché tutti possano vivere in pace. Basta copiare gli adulti che ho intorno, i miei, ma anche gli altri ospiti della pensione con cui mia mamma discorre amichevolmente sotto l’ombrellone, o la sera nel piccolo giardino .

All’improvviso, però, una sera i grandi ci zittiscono, mentre la signora Taioli compare in sala ed accende la televisione posta sulla mensola in alto, nessuno più mangia, tutti ascoltano: il telegiornale. I soldati russi hanno invaso la Cecoslovacchia. Non capisco subito la gravità di quel che è accaduto, ma sento qualcuno che dice: “qui scoppia la terza guerra mondiale!”. Guardo mia mamma, ha la faccia di quando non vuol far capire a noi figli che è allarmata. Dopo cena, va subito a telefonare a mio padre, io sono lì per salutarlo e la sento che dice: “Aspettiamo domani, poi semmai ci verrai a prendere.”

“Perché?” Mi domando. Prima di darmi la buona notte, lei me lo spiega.

Mi sembra impossibile. Un’altra guerra mondiale, con le bombe atomiche. Non si può scappare da nessuna parte. No, non può succedere. Se faccio il bravo e sopporto con pazienza tutte le prepotenze di Carlotta, non accadrà. Ne sono sicuro. No non è vero, ma comunque lo spero. Mi addormento. In spiaggia tutti leggono i giornali, io guardo i titoli cubitali. Il mondo aspetta. I giorni scorrono, i titoli rimpiccioliscono.

Torniamo a Sondrio. Quelli della banda sono lì, come se ci fossimo visti ieri.

L’autunno si avvicina. Riinizia la scuola: il primo ottobre come di consueto.

Vado in prima media, una scuola sconosciuta: ho il magone per il mio maestro, ma anche voglia di affrontare un ambiente diverso, governato dai “professori”, che sanno tutto quello che insegnano.

Non faccio fatica ad ambientarmi, mi piace la mia classe ed anche capire cose nuove.

Per la verità, non sempre ci riesco, così quando viene fissato il primo compito in classe, di inglese, immagino che faremo i compiti in classe, come a volte accadeva con il mio maestro. Con mia grande sorpresa, la mattina del compito, la professoressa ci detta una lunga lista di verbi irregolari da completare e tradurre. Prendo 4. Imparo. Una brutta esperienza, ma utile. A casa mi rimproverano.

Poi rimedio e torna il sereno. Come il cielo di questa mattina. Che cosa fanno tutti quei ragazzi grandi fuori dalla mia scuola? Sono in cinque o sei, delle superiori. Parlano a quelli che stanno entrando. Alcuni si fermano, altri no. Tra i primi, c’è anche Francesco, uno dei miei migliori amici. Mi fermo per chiedergli cosa succede. “C’è uno sciopero, per la scuola

più giusta.” Non mi sembrano parole sue. Gli dico “Cosa vuoi dire?” “Senza privilegi per i ricchi, come dice Giovanni”. Giovanni è suo fratello grande, fa la prima liceo, per noi rappresenta un modello irraggiungibile di sapere ed intelligenza. Questo nome vince quasi tutte le mie titubanze ed è per puro scrupolo che ancora chiedo: “ma sei sicuro, che possiamo farlo?” “Certo, un nostro diritto.” Ancora Giovanni, che aleggia tra noi. Mi ha convinto. Noi due, insieme a pochi altri, seguiamo i ragazzi grandi, presto ci troviamo con molte altre persone, alcune anche vecchie: avranno almeno trent’anni. Andiamo per le vie di Sondrio, quelli davanti scandiscono slogan con i megafoni. Li ripetiamo anche noi con gli altri: questi cori danno proprio l’idea di forza. Ci sentiamo un po’ eroici. Si fa una tappa breve in Piazza Garibaldi. Qualcuno inizia a parlare, ma poi ci dicono che dobbiamo spostarci alla stazione. Se lo affermano i grandi sarà giusto così. Si arriva in piazzale Bertacchi. Ci sono anche dei poliziotti che osservano. Riprendono i discorsi, inframmezzati da altri slogan. Noi delle medie non capiamo molto, ma ci sentiamo comunque importanti, perché stiamo facendo uno “sciopero”. Qualcosa di cui avevamo soltanto sentito parlare, o, in alcuni casi, letto su un libro di storia. Adesso, però iniziamo ad essere stanchi, ma restiamo, per non essere da meno dei grandi. Poi, uno delle superiori viene a dirci che possiamo andarcene, se vogliamo. Sorridiamo e sgattaioliamo via, contenti. C’è il sole.

Non è ancora mezzogiorno, possiamo fermarci a parlare e giocare, prima di tornare casa.

Lo sciopero è bellissimo.