Gino

L’isola di Wight, un ’68 fuori porta

 

“Culatùn! Bela figa!” . Con questi epiteti ed altri sullo stesso registro venivamo accolti in piazza Garibaldi dai sondriesi più intolleranti, quelli che si ergevano a custodi della pubblica decenza e che si sentivano di rappresentare con il loro disprezzo nei nostri confronti l’avversione dell’intera città per i capelloni o “cavelùn” come erano definiti in dialetto. Eravamo i primi due zazzeruti, io e Pippo Bossi, e, quando andavamo in centro, ci davamo un appuntamento per telefono in modo da essere almeno in due a fronteggiare l’inevitabile pubblico ludibrio. Pippo aveva capelli lisci sul biondo e li portava lunghi fino a metà schiena, io invece avevo una fitta matassa di capelli neri che guardavano all’insù, una specie di criniera. Eravamo circa nel ’65 e allora la nostra era per i benpensanti una presenza irrispettosa, poi la deflagrazione del ’68 avrebbe spazzato via la cappa di conformismo che ammorbava la città e, almeno sulla lunghezza dei capelli, ci sarebbe stata più libertà. Anche in famiglia erano grane. Mio padre era maresciallo della Forestale e, considerato che aveva avuto una formazione in un corpo militare, sulla questione dei capelli si dimostrò abbastanza aperto, non cercò di far valere il suo punto di vista, imponendomi il taglio della cresta eccedente, però dentro si vergognava come un cane per il fatto di avere un figlio che girava per Sondrio in quella concia. Quella chioma svettante era per lui un oltraggio alla divisa che portava con tanto orgoglio. Si consolava con mio fratello che stava allora emergendo come uno dei migliori mezzofondisti in campo provinciale e che gli avrebbe dato la soddisfazione della partecipazione ad eventi sportivi di livello nazionale.

Nonostante questa tolleranza sul fronte capelli, la conflittualità in famiglia si manteneva alta e toccava pressoché tutti gli aspetti della vita e tutti i campi del sapere. C’era un evidente incolmabile gap generazionale: da parte dei miei genitori attaccamento alla tradizione e chiusura conservatrice su tutto quanto di diverso affiorava (il che significava voto alla DC a tutela della stabilità, opposizione a divorzio e aborto quando negli anni ’70 si dovette votare su queste leggi, difesa dell’ordine sociale), da parte mia critica del vecchiume e curiosità per il nuovo. Il gap diveniva un baratro in campo musicale. Lui era ancora fermo al melodico italiano e al divino Claudio Villa, io ero attento alle nuove esperienze, soprattutto a quelle provenienti da fuori Italia. Non ricordo come conobbi un autore come Bob Dylan, ricordo però che a 13 anni mi presentai alla “Città della musica” in Galleria Campello, che allora era il primo negozio in città di “articoli musicali”, e chiesi un suo disco, ma per loro era un illustre sconosciuto. Questo per dare un’idea di quanto fossero aggiornati sulle ultime tendenze del mercato. Un altro elemento che mi allontanò dalla cultura familiare fu la lettura. M’ero dato alla lettura fin dai tempi della colonia-lager estiva a Igea Marina: quando eravamo costretti al riposo pomeridiano io mi immergevo nella lettura e così passavo il tempo nella penombra di quei cameroni in attesa della uscita pomeridiana tutti intruppati come tanti piccoli balilla in marcia verso il mare nostrum. Fin da allora ho continuato a provare un grande piacere nella lettura dei classici della letteratura e sono stato un grande divoratore di testi. Avevo un modo di leggere che aveva una sua logica un po’ maniacale: mi impallavo per il testo di un autore, ad esempio un francese, e allora dovevo leggere altri suoi libri e dopo di lui quelli di altri francesi ed è stato così per tutte nazioni d’Europa con una doverosa puntata oltreoceano.

Ai tempi della colonia, ero appena arrivato in Valtellina. Ero giunto a Sondrio quando avevo 8 anni, seguendo un trasferimento per motivi di lavoro di mio padre che era nativo della provincia di Potenza. Mia madre era infermiera e fu poi assunta al Morelli di Sondalo. Fino ad allora avevamo vissuto a Fiuggi e a ciò devo quel po’ di simpatica flessione romanesca che ancora mi porto dietro. Quando entrai in classe alle elementari di Sondrio, per il mio modo di parlare fui subito vissuto come un alieno, ero un “terùn, maia savùn”, e i sondriesi confermarono fin da allora il loro modo di intendere l’accoglienza dei foresti. Ho poi capito come mai il messaggio della Lega qualche decennio dopo avrebbe trovato già pronto un buon terreno di semina sul quale insediarsi e prosperare.

Intanto non ero più un pischello delle medie e avevo cominciato a frequentare i geometri dove qualche conflitto con l’autorità scolastica ci fu. C’era un preside piuttosto autoritario, tale Tarsia, e io rimediai due sospensioni e anche una bocciatura, più per motivi disciplinari che per altro. Non era ancora il ’68, ma qualcosa sotto traccia si stava muovendo. Anche fuori della scuola c’erano le prime sfide al modello autoritario che ci si voleva imporre. Il giro dei capelloni si era allargato e cominciava ad avere un peso perché si stava saldando con la passione per la musica che era comune a tutti i giovani di quella generazione. Erano gli anni dei Beatles, dei Rolling Stones, della versione italiana del rock e anche a Sondrio si costituirono diversi gruppi. Anch’io iniziai a strimpellare una chitarra e questo mi avvicinò ad altri giovani e, siccome ero e sono un tipo ad alto tasso di socialità e portato al dialogo e all’interlocuzione, entrai in quello che era qualcosa di più di un semplice giro amicale, ma tendeva già ad assumere i contorni dell’aggregazione giovanile con un proprio profilo identitario, un proprio costume, un proprio linguaggio, proprie forme di contrapposizione al mondo degli adulti. La partecipazione ai concerti era uno dei marchi identificativi di questo mondo. Si partiva squattrinati, spesso assentandosi da casa senza avvisare i genitori, per andare al concerto di quel gruppo o di quell’altro, nel mio carnet due concerti dei ragazzi di Liverpool a, uno a Milano e l’altro a Genova, e due dei Rolling Stones, concerti dove non si sentiva quasi niente perché gli impianti di amplificazione di allora erano ridicoli per potenza e qualità del suono rispetto a quelli di oggi, ma ci si accontentava: l’importante era lo stare assieme. L’autostop era il modo più economico per viaggiare ed era facile muoversi così perché allora non c’era il clima di sospetto e di paura che oggi rende ogni autoveicolo un piccolo bunker inespugnabile, era anche divertente perché si incontravano dei tipi che te li raccomando e si creavano delle situazioni relazionali molto gratificanti, ma allora c’era voglia di incontro e di scambio tra le persone. Uno dei luoghi dove capitava di arrivare era la Centrale di Milano dove si passava la notte nella sala d’aspetto di seconda osservando quella fauna di barboni e di disadattati che stazionava lì. In genere si prendeva poi il primo treno per Sondrio, se la colletta era andata bene “Ciai magari cento lire per il biglietto..”. Poi il raggio degli spostamenti per concerti o per altro si allargò: nel ’67 fui a Parigi, ero insieme a Pippo e lì rimediammo un foglio di via perché sorpresi dai flic (io suonavo la chitarra e Pippo girava con il cappello a raccogliere gli spicci), di lì ci spostammo ad Amsterdam, che già allora era un mito per la libertà che garantiva, soprattutto sul fronte del consumo di sostanze psicotrope, quelle che ruotavano intorno alla cultura underground del filone hippy e figli dei fiori. Nel ’68 fummo all’isola di Wight per il festival passato alla storia come l’emblema di tutta una generazione. Assistemmo al concerto di Jimmy Hendrix, fu l’ultimo perché quell’anno morì.

Un profilo di alcuni amici può essere utile per ricostruire l’identikit di qualcuna delle innumerevoli facce che entravano a far parte del poliedrico Sessantotto sondriese. Nessuno di noi fu gruppettaro, anche se qualcuno partecipava alle manifestazioni e ad altre iniziative organizzate dai gruppi. Erano troppo inquadrati per i nostri gusti, noi ci sentivamo più a nostro agio nelle situazioni informali dei giri amicali, di bar rispetto alle gerarchie che bene o male erano legate alle esperienze militanti. I militanti erano troppo ideologici per i nostri gusti, con tutte le loro disquisizioni teoriche e il loro dogmatismo. Io, ad esempio, non consideravo importante la lettura del libretto rosso di Mao, preferivo letture come L’io diviso di Laing o La morte della famiglia di Cooper. Poi i gruppettari erano studenti, mentre quelli del mio giro avevano avuto percorsi scolastici piuttosto tormentati. Pippo, ad esempio, aveva cominciato come parrucchiere e, dopo l’apprendistato a bottega, s’era messo in proprio e riceveva i clienti a casa; memorabile la volta che tinse di verdi i capelli a un altro personaggio del tempo, il Gis. Negli anni della contestazione Pippo divenne l’esponente più emblematico di una delle facce del ’68, quella frikkettona, e poi alla metà degli anni ’70 con la moglie Mariella portò un pizzico d’esotismo in un vicolo della Sondrio vecchia dietro il campanile ligariano: aprì il Bazar orientale, dove si potevano trovare mercanzie altrove introvabili, sari, tessuti e vestiti indiani, incensi, sciarpe, anelli, collanine e oggettistica varia. Io ebbi un percorso diverso anche se per molti versi coincidente con il suo, soprattutto nella prima parte della nostra avventura umana, quella a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Un altro del nostro giro era Mauro, uno che la musica ce l’aveva nel sangue e che mi fece scoprire Miles Davis, lui non era politicizzato, però suonò gratuitamente al festival di Bandiera rossa nel 1974, era un tastierista coi fiocchi e fu nella band di cantanti del calibro di Dalla, ma aveva un caratterino che gli precludeva ogni prospettiva di inserimento stabile in un gruppo. Un altro che poi divenne chitarrista sulle navi da crociera e nei night club era Fausto, anche lui perso nella musica e abbastanza distaccato dalla realtà sociale e politica contingente, ma con una sua coerenza nel vivere uno stile di vita alternativo. Poi ce ne erano altri. Uno dei punti di ritrovo era il bar Bobby dove si davano appuntamento le frange giovanili più irrequiete e dove cominciavano già a circolare le prime sostanze. Lì vicino c’era il bar Bubu dove invece si riunivano le “fighe di gesso” della Sondrio bene in odore di simpatie fasciste, però anche lì fece irruzione il Sessantotto e ad un certo punto si ebbe il distacco di un’area spostata a sinistra. Un altro posto di ritrovo era la Pannocchia, una specie di seminterrato-discoteca sotto il Cristallo, dove ogni tanto ci scappava la rissa. Questa la geografia del protagonismo giovanile alla fine degli anni ’60, poi comparvero nuovi punti di aggregazione come il Mokino e il Corso dove convivevano i giovani che gravitavano intorno ai gruppuscoli e la massa più larga di quelli partecipi dell’ondata sessantottina, ma meno impegnati politicamente. Fecero la loro comparsa anche figure sociali più vicine ad un’area di emarginazione giovanile vera e propria e quest’area crebbe in consistenza e in visibilità con il diffondersi soprattutto nella seconda metà degli anni ’70 dell’eroina.

Per quanto mi riguarda dopo il diploma ebbi varie esperienze lavorative, tra le quali una in Nigeria come geometra di una grande impresa di costruzioni. Continuai a mantenere un rapporto di interesse per la politica, partecipando alle iniziative più importanti che ebbero luogo nel capoluogo, dalle manifestazioni contro le stragi e il fascismo alla contestazione in occasione del comizio di Almirante, dai vari 25 aprile alla manifestazione per il Fossati del ’75. Nei vari appuntamenti elettorali degli anni ’70 votai sempre per il PCI, nonostante avessi cominciato a maturare un atteggiamento critico, prima quando ci fu l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e poi, sul piano interno, quando si impose la linea del compromesso storico con il sostegno al governo Andreotti dopo le elezioni del ’76. Nella confusione di quel periodo avevo simpatia per il movimento femminista e, fino all’uccisione di Moro, pur non condividendone le azioni, guardavo anche con attenzione (e molte riserve) alla crescita del partito armato. Dopo di allora cominciò un’altra era, non solo per la politica, ma anche nei rapporti umani: la mia compagnia pian piano di sciolse, alcuni presero la via della droga, altri si rifugiarono nel misticismo o nella contemplazione. Personalmente sono rimasto segnato dagli anni del riflusso, ma non ho mai smesso di dire la mia, entrando spesso in contrasto con quanti negli anni ’90 furono conquistati dall’ondata berlusconiana e leghista. Anche oggi non mi tiro certo indietro quando al bar sento qualcuno che ripete qualche cazzata alla Salvini. Mi definirei un libertario di sinistra, anche se elettoralmente sono della teoria che un voto contro la destra bisogna sempre darlo. Mi è pure capitato di votare per Renzi alle politiche del 4 marzo , ma su questa scelta qualche dubbio m’è rimasto.