Franco M

Ribelli sognatori

 

Sono nato nel ’51 e sono cresciuto a Scarpatetti, il caratteristico quartiere di Sondrio disposto ai lati della via che dal centro storico sale al dosso sul quale si erge il Castel Masegra. Oggi quasi tutte le case sono state ristrutturate, allora era un insediamento di vecchie case costruite intorno ad un groviglio di vie e viuzze, ancora molto marcato dalle sue origini contadine. Ai tempi della mia infanzia c’erano ancora alcune stalle e mio nonno era un “vigneron” con una discreta produzione e una cantina che era un bigiù. Come molti altri della contrada si dedicava all’agricoltura, per lui professione principale, per la maggior parte degli altri mezzo per arrotondare il salario di operaio. Avevo con il nonno un legame molto forte e lui fu molto importante per la mia formazione. Da mio padre ebbi in dote l’impulsività: lui era stato espulso da tutte le scuole del Regno per aver picchiato un prof. , un gesto dettato da non so cosa, ma, conoscendolo, sicuramente motivato. Altrettanto importante per la mia crescita fu la frequentazione dei miei coetanei e di quelli suppergiù della mia età. Eravamo i figli del boom demografico del dopoguerra, eravamo in tanti e la nostra presenza nel quartiere non era certo discreta, così come la nostra partecipazione alle attività dell’Oratorio di S. Rocco. Lì ci muovevamo abbastanza come gruppo, molto attenti a quanto potevamo ottenere in termini di gioco e di divertimento e piuttosto refrattari nei confronti delle attività spirituali che ci venivano proposte in una specie di baratto, ad esempio, tra il film alla domenica pomeriggio e la partecipazione al Vespro. Va da sé che cercavamo in ogni modo di non pagare il dazio delle prestazioni religiose che ci venivano richieste.

Non so se c’è qualche spiegazione storica o sociologica del fatto che tra quelli della mia classe e degli scaglioni vicini, grossomodo i nati tra il ’48 e il ’52, intorno al ’68 ci fu uno spostamento a sinistra che riguardò di sicuro la maggioranza di noi. Quelli nati prima erano più conservatori, mentre quelli venuti al mondo negli anni successivi ebbero percorsi diversi. Noi fummo ribelli e io avevo anticipato i tempi perché già nel ’65 o ’66 mi ero iscritto alla FGCI e avevo partecipato a qualche attività della federazione, tipo attacchinaggio manifesti con la 850 di Mario Pasini, che allora era il funzionario n. 3 in via Nazario Sauro dopo il segretario Pavesi e Mario Leofreddi. Esperienze più ricreative erano offerte dalle feste de L’Unità, in primis la mitica festa provinciale al boschetto di Poggi, l’appuntamento ferragostano dei proletari che non potevano permettersi la settimana a Rimini. In quello stesso periodo avevo mollato la 1° ragioneria, non perché ci stessi particolarmente male, ma perché non mi andava di fare scelte diverse da quelle dei miei compagni. Ero legato a loro da un forte senso dell’eguaglianza e perciò, come loro, cominciai a lavorare: manovale da Rebai, imbianchino in Svizzera, capolavapiatti a Lugano e altro. Venuto su molto libero, non ero di facile comando, come quando io e un altro di Sondrio mollammo il padrone svizzero, saltammo sul Corsaro del mio amico e ce ne tornammo in Valtellina… a piedi da Porlezza a Menaggio e poi in autostop perché la moto ci aveva lasciati a piedi appena rientrati in Italia.

Nel ’69 mi avvicinai agli ambienti dell’estrema sinistra e cominciò un periodo che definirei “antisistema” durante il quale politica, ribellione a quelle che vivevo come ingiustizie e sfida al potere erano intimamente connesse in una matassa inestricabile. Non facevo parte di nessun gruppo, ma se c’era da contrastare qualche azione fascista non mi tiravo certo indietro. C’era una presenza giovanile legata al MSI piuttosto consistente, che era alimentata dalle attività di un’associazione sportiva, la Fiamma. Nel ’70 ci furono azioni intimidatorie contro sedi e militanti della sinistra e reagimmo. La “rissa” non ci faceva certo paura, perché era allora abbastanza normale che nelle balere avvenissero confronti, e all’occasione anche scontri, tra gruppi di paese diversi per questioni spesso banali. Avevamo la fama di gente pronta all’azione e ciò costituì sicuramente un deterrente per certe velleità squadristiche dei fascistelli sondriesi. Fui anche a Milano per alcune delle grandi manifestazioni che la attraversavano in quel periodo. C’ero, quando i sanbabilini gonfiarono di botte il nostro amico Gianasso. Era una bellissima giornata di primavera e in 4 eravamo andati ad una manifestazione durante la quale s’erano verificati duri scontri tra polizia e studenti. Verso l’imbrunire abbandonammo la zona e in via Larga incappammo in un gruppo di fascisti. In quell’occasione capii il senso dell’espressione “tirà giù i pan de doss” perché l’ultima immagine che ebbi, prima di darmi alla fuga, fu quella dei vestiti strappati al nostro compagno che volavano per aria, mentre lui accerchiato veniva pestato. La vicenda ebbe poi un seguito giudiziario: la patente del Gianasso fu ritrovata a casa di un picchiatore nero, tale Giovanni Ferorelli, che per quell’aggressione fu poi processato e condannato per rapina. Anch’io fui chiamato a testimoniare.

Il ’70 fu per me anche il periodo del contrabbando, dapprima a Tirano con il caffè, poi a Como con le sigarette, infine nel Livignasco con il whiskey. Si guadagnava bene e, anche se la cosa non era eticamente stigmatizzata nella Valtellina del tempo, si trattava comunque di un’attività illegale, che ci poneva in conflitto con la legge e i suoi guardiani. Non eravamo malavitosi, anche se personaggi con questa nomea ne giravano, fondamentalmente eravamo giovani un po’ troppo esuberanti, puledri inquieti, ribelli sognatori in cerca di qualche orizzonte non ancora ben definito. La Questura era però decisa a riportarci nei ranghi e iniziò a perseguitarci. Ne nacque una sfida impari con i pulotti del tempo, che ebbe il suo apice quando una sera fuori dal Pellicano, una famosa sala da ballo di Albosaggia, sottraemmo un mitra dall’Alfa dei Carabinieri. La goliardata ebbe, com’era logico attendersi, conseguenze penali. Ma questa fu la mia ultima intemperanza giovanile, poi fui chiamato a Cuneo per il CAR e fui spedito in Altoadige, a Malles nel corpo degli Alpini.

Tornato da militare, voltai pagina, senza però abiurare. Mi sposai e cominciai a lavorare nel settore dell’agrochimica con la Ciba Geigy, ma si trattava di un impiego che richiedeva lunghi periodi fuori provincia. Avrei voluto un impiego in zona per stare vicino alla famiglia e alla mia terra. In procinto di partire con destinazione Orbetello, un amico di Scarpatetti mi convinse a collaborare con lui in un’attività di restauratore. Da allora per quasi 40 ho fatto questo mestiere e debbo dire che è stata un’esperienza di grande soddisfazione. Non solo mi ha consentito di sbarcare il lunario e di tirar su un figlio e una figlia, ma mi ha dato modo di alimentare interessi che già avevo: l’attenzione alle cose belle prodotte dalla combinazione di ingegno e manualità, il far lavorare le mani in un restauro seguendo una procedura di lavoro prima ragionata e poi programmata in sequenze, l’interesse per le cose antiche, la storia in generale, la storia dell’arte e l’antiquaria in particolare, la socialità che si crea nel contatto con le persone, lo scoprire dimensioni immateriali in relazioni che potrebbero sembrare solo transazioni del comprare e del vendere. Se mi resta un motivo di rimpianto è nel campo della politica: rispetto alle idealità degli anni giovanili, sono rimasto profondamente deluso dalla sinistra, non solo dalla politica dei partiti che ad essa si sono richiamati o si richiamano, ma soprattutto dalle persone, dai compagni. Nel quasi mezzo secolo che è passato troppi sono i casi di incoerenza che ho visto. C’è da chiedersi se gli ideali che abbiamo avuto siano realizzabili oppure se l’uomo sia strutturalmente incapace di metterli in pratica, perché antropologicamente interessato solo all’esercizio del potere. Chissà?