Federico

Il lungo Sessantotto in provincia

 

Mi sono sempre considerato un “sessantottino non pentito”, nel senso che quegli anni non solo sono stati complessivamente positivi, ma sono ancora oggi “formativi” del mio modo di essere, dei miei punti di vista sulla società e sulla politica.

Le prime esperienze sono state l’incontro col gruppo cattolico di Gioventù Studentesca e i primi movimenti e lotte studentesche al Liceo Classico. Ha voluto dire per la prima volta “uscire veramente di casa” e scoprire la società. Provenendo da una famiglia borghese, tradizionalista e conservatrice ho avuto la fortuna di incontrare le persone e le situazioni “giuste” che mi hanno permesso di iniziare il mio cambiamento interiore, di uscire dalla solitudine e di cominciare a scontrarmi con “l’autorità”. E’ stato da subito incontrare altri giovani, dialogare, discutere, criticare e soprattutto prendere coscienza che si poteva cominciare a “fare cose insieme che cambiassero la realtà”… cioè fare POLITICA.

L’esperienza in G.S. con gli intensi confronti e dialoghi, con l’inizio di attività sociali (doposcuola) e di comunicazione (giornale Il Mallero) sono stati importanti; le persone protagonista in quei due/tre anni erano molto aperte alle novità, all’onda del 68 e hanno spinto i contenuti in una direzione ben diversa da quella ufficiale di G.S. provocandone la rottura e la fuoriuscita.

Quelli sono stati soprattutto gli anni del movimento studentesco vissuto al Liceo Classico. Tra riunioni, discussioni, collettivi, comitati, assemblee e manifestazioni sono cresciuto con tanti altri nella progressiva consapevolezza di vivere un momento storico di mobilitazione e di cambiamenti importanti. Lo scontro con le autorità e l’autoritarismo in tutti i campi, la conquista dell’autonomia nei comportamenti, nei giudizi, nei costumi fino ad arrivare alla contestazione dei contenuti che venivano tradizionalmente veicolati nella scuola erano le manifestazioni della presa di coscienza che nasceva in noi della forza che poteva dare il collettivo, l’essere assieme per cambiare la nostra realtà e i rapporti sociali. Uguaglianza, giustizia, libertà, conflitto, autonomia, partecipazione: ecco le parole piene di significato che abbiamo scoperto pian piano, cercando di “praticarle” partendo da noi stessi e portandole nella società.

In seguito è arrivato il periodo dell’università a Milano, vissuto con altri sia nella frequentazione delle lezioni della Facoltà di Filosofia che nella scelta della convivenza. L’esperienza della Statale ha voluto dire l’incontro con il marxismo e la storia del movimento operaio studiati e approfonditi sia nelle lezioni che nelle riunioni studentesche. Ovviamente c’è stato anche l’incontro con la dimensione cittadina del movimento. Le assemblee e i cortei ci hanno fatto conoscere per la prima volta le grandi mobilitazione di massa e ci hanno coinvolto nelle lotte e nel confronto/scontro con la società e le sue forze repressive. In quell’anno di vita universitaria (1971/72) sono poi venuti in evidenza progressivamente anche gli aspetti problematici e negativi di quel periodo, gli scontri ideologici e …. fisici e il nostro piccolo gruppo alla fine dell’anno accademico fece la scelta di tornare “in valle”. Per noi era molto importante la questione dell’autonomia anche economica dalle famiglie e quindi volevamo affrontare il problema del lavoro e proseguire l’esperienza di convivenza in una casa presa in affitto: era il tentativo di un vero progetto di “vita” alternativo. Per me ha voluto dire la definitiva rottura con la famiglia e il dover affrontare varie problematiche anche nel rapporto con Pia (diventata la mia compagna dal 1971) che rimaneva ancora a casa dai suoi.

Nel frattempo è “arrivata la politica”: all’inizio del 1973 mi sono lanciato nell’avventura dell’impegno “partitico” diventando militante di Avanguardia Operaia. Il coinvolgimento è stato da subito e per quattro lunghi anni totalmente a tempo pieno e a scapito anche degli studi. Era evidente in me la necessità di entrare in una organizzazione che permettesse di incidere di più nella società e nei processi politici in atto. Era anche ovviamente una scelta precisa nel campo della sinistra dettata da giudizi negativi nei riguardi del Partito Comunista di allora. Da subito l’attività è stata intensa tra responsabilità organizzative, manifestazioni, comizi e assemblee e i primi interventi fuori Sondrio per contattare compagni nei paesi che potessero “mettere in piedi” momenti di aggregazione. Sono nati i Collettivi di paese (Ponte, Tirano, Grosio/Grosotto, Caiolo, Chiavenna ecc) che hanno permesso di confrontarci con realtà nuove, più vicine al mondo del lavoro, così come l’elaborazione, la riflessione e l’intervento (seppur limitato) alle fabbriche Fossati. In particolare per me è stata molto importante l’esperienza del Collettivo di Chiavenna che ho aiutato ad aggregarsi e a legarsi ad A.O. sviluppando un intenso lavoro politico. All’interno del gruppo era forte la presenza di operai che lavoravano nelle fabbriche locali (erano rappresentate più o meno tutte); si sviluppò quindi un’esperienza di dibattito, riflessione e di intervento politico/sindacale significativo. La costanza dell’attività dei compagni, la loro presa di coscienza li rese protagonisti di lotte e vertenze importanti, fino ad arrivare ad organizzare un corteo per le vie di Chiavenna dopo un comizio sindacale per la Persenico. Nonostante i probabili schematismi e limiti ideologici penso che quei mesi di responsabilità politica a Chiavenna siano stati molto formativi e abbiano condizionato positivamente la mia vita.

L’ultima riflessione va all’irrompere del femminismo che non ha giustamente risparmiato neanche A.O. e i suoi militanti maschi provocando grossi dibattiti, ma soprattutto scontri e resistenze. Sono convinto che il movimento delle donne sia stata l’avvenimento di quegli anni che più ha condizionato positivamente nel tempo la società.