Ettore

“Penne rosse”

 

Provengo da una famiglia piccolo borghese: mia madre era maestra elementare, che nei miei primi anni di vita veniva inviata ad insegnare nei paesini più sperduti, dall’alta Valchiavenna a Caspano e poi a Frontale. Mio padre, tornato dalla guerra solo nel 1948, dopo aver fatto l’operaio era riuscito a dare gli esami di terza media e poi, come invalido di guerra, a farsi assegnare un posto da impiegato in Prefettura e poi in Pretura a Tirano. Cattolici convinti, non erano però chiusi e con loro il dialogo è sempre rimasto aperto: gli orrori della guerra, vista in prima persona, portavano mio padre ad odiarla, e ad assumere un atteggiamento di apertura verso i movimenti. Quando si trattò di scegliere sul divorzio, si schierarono “naturalmente” per la sua difesa, vista come un diritto. Non so esattamente cosa votassero prima, ma non i Democristiani, e alla fine votavano Democrazia Proletaria, nelle cui liste fui candidato.

Il mio atteggiamento ribelle, i poster di Guevara appesi in camera ed i capelli lunghi che cominciai a portare a 15 anni innescarono dei conflitti, che però si risolsero senza troppe conseguenze: discutevamo sempre, anche a tavola, e alla fine ci rispettavamo.

Ricordo la prima manifestazione quando andavo al Ginnasio, nel ’66/’67: i ragazzi più grandi bloccarono la strada di accesso alla scuola, dicevano che si doveva manifestare per una nuova piscina a Sondrio, e li seguii affascinato. Finì però che gli esponenti del Fronte della Gioventù riuscirono a prendere in mano la manifestazione: li ricordo impettiti davanti al Palazzo Balilla, vestiti di nero, che pronunciavano i loro discorsi. Fu però un episodio isolato: l’anno successivo una prima manifestazione era già guidata da quelli che poi costituirono il Movimento Studentesco. Nel ’68 avevo 16 anni, e dopo una simpatia per il movimento anarchico diventai comunista e cominciai a leggere i testi di Marx e Engels. Avevo però una naturale diffidenza per i regimi del cosiddetto socialismo reale, e quando sorse il gruppo de “Il Manifesto” , nel ’69, cominciai a frequentare un gruppo di compagne e compagni che faceva riferimento a quell’esperienza. Nell’autunno del 1969 avevo già il nastrino rosso degli addetti al servizio d’ordine dei cortei. La strage di Piazza Fontana e quelle successive aumentarono via via il mio impegno, che sfociò nell’adesione ad Avanguardia Operaio prima come simpatizzante, poi come iscritto, come responsabile della cellula di Tirano prima e poi di quella nata a Grosotto ed in Alta Valle, e membro della Segreteria provinciale.

Il momento più alto della partecipazione alla nuova sinistra in provincia fu quello dei cosiddetti “Collettivi di paese”, gruppi di giovani simpatizzanti e attivisti che a partire dal ’71/’72 cominciarono a riunirsi, a discutere, a promuovere iniziative. A Grosotto, dove mi recavo quasi tutti i giorni, le normali riunioni erano due a settimana. Eravamo un bel gruppo, una dozzina più i simpatizzanti. Raccoglievamo qualche fondo per i giornali di Lotta Continua e del Quotidiano dei Lavoratori, scrivevamo a mano i manifesti da appendere, ciclostilavamo i volantini. Nella nostra zona collettivi sono stati attivi a Bormio, Sondalo, Grosio, Grosotto, Tovo, Tirano, Villa e Bianzone.

Ricordo il blocco dei pullman che riuscimmo ad organizzare a Tirano nell’autunno del 73, il movimento dei pendolari per avere trasporti pubblici a basso costo, gli interventi per boicottare i comizi fascisti, ma soprattutto quello che ricordo come un “incrocio pericoloso”: la denuncia dell’attività dei fascisti a Grosotto, che erano collegati, come emerse nel ’74, con il MAR di Carlo Fumagalli e di Gaetano Orlando, di Lovero. Fecero saltare dei tralicci e poi tennero un raduno appena sopra al paese dove parlò Edgardo Sogno, un altro golpista, mentre l’esponente della DC più in vista, il sindaco di Tirano Renzo Maganetti, stava sotto il palco ad ascoltare: riuscimmo a fotografarlo. Come emerse dalle loro dichiarazioni, se avessero potuto ci avrebbero eliminati fisicamente. Poi vi fu la partecipazione al blocco stradale di Sondalo, al momento del passaggio dell’Ospedale dall’INPS alla Regione. Dopo quell’episodio mi fu proposto di candidarmi alle elezioni regionali per Democrazia Proletaria, cosa che accettai volentieri. Avevamo iniziato ad occuparci anche delle fabbriche del polo farmaceutico che in quegli anni si andava formando in zona e il nostro intervento si basava su alcuni nostri simpatizzanti che erano stati assunti in una fabbrica sorta a Grosotto.

Mi piaceva anche la nuova musica ribelle, e partecipavo ai vari raduni fino al Parco Lambro. Fu nella sua ultima edizione, quella dell’estate 1976, che cominciai a capire che il movimento stava degradando: da tempo i rappresentanti della cosiddetta “Area dell’Autonomia” ci bollavano come traditori, servi del PCI, e provocavano incidenti nelle nostre manifestazioni. Al Parco Lambro un furgone di Lotta Continua fu preso d’assalto perché, a loro dire, praticava prezzi che non erano “proletari”. Mi offrii per il servizio d’ordine dopo che mi ero reso conto che gli spacciatori erano coperti da questi personaggi. Quando sorprendemmo uno spacciatore con le buste di eroina in mano e le rovesciammo a terra, ci furono cori come: “Via via la nuova polizia!” nei nostri confronti. Ero nauseato. L’anno successivo decisi di partire per il servizio militare, destinazione Merano e poi Silandro. Entrai in contatto con Alex Langer, che ebbi occasione di conoscere a Bolzano e poi davanti al campanile che emerge dal lago Resia. Riuscimmo persino a diffondere un giornalino di controinformazione che si chiamava “Penne rosse” Le notizie sul movimento del ’77 facevano però crescere in me il rifiuto verso le azioni violente, che minavano la partecipazione e spingevano i movimenti verso una deriva molto pericolosa. Nel marzo del ’78 il sequestro di Moro fece precipitare la situazione.

Non ebbi un vero e proprio riflusso: mi avvicinai ai movimenti ambientalisti, che sentivo più vicini, e fui tra i fondatori, in Valtellina, di Legambiente, che poi ebbe un proprio circolo, molto attivo per molti anni, a Tirano. Nel 1992 decisi di iscrivermi al PDS, dove ho militato fino alla nascita del PD, nel 2007, scelta che non ho mai condiviso.