E poi?

Gli anni del lungo ’68  sono stati anni vissuti intensamente. Per molte delle persone che hanno contribuito con i loro racconti alla ricostruzione di quel periodo, la politica era diventata una parte importante, spesso la principale, della vita quotidiana; la lotta di classe, lo sfruttamento del lavoro, la rivoluzione proletaria erano le categorie con cui analizzavano la  realtà socio- economica; i valori di libertà, giustizia  e uguaglianza costituivano i pilasti della loro visione del mondo.

Ma come andò a concludersi questa esperienza e quanto di essa, al di là del ricordo, permane oggi  ad informare le scelte  di vita e gli orientamenti politici  dei sessantottini di allora ?

Alcuni, in particolare quelli  che  avevano partecipato attivamente alle  prime lotte universitarie e  successivamente avevano seguito il nascere e lo svilupparsi del  movimento studentesco in provincia non più come studenti, ma come  persone ormai inserite nel mondo del lavoro,  già nella prima metà degli anni  ’70 cominciarono ad avvicinarsi al Partito  comunista  o, rinunciando ad altre forme di militanza politica attiva, concentrarono i loro sforzi   nella costruzione del sindacato della C.G.I.L SCUOLA, contribuendo così al radicamento in provincia sia del partito che del sindacato.

“Nel 1972, valutando aspetti di involuzione dei movimenti e l’astrattezza
di un’ ipotesi rivoluzionaria, mi iscrissi al PCI. Con me entrò un
certo numero di compagni attivi nel capoluogo. Con lo scioglimento
del PSIUP confluì pure un bel gruppo di chiavennaschi. (…) Il passaggio dallo spontaneismo sessantottino alla cosiddetta disciplina organizzativa e operativa del PCI non fu facile, ma nel 1975 fui eletto segretario provinciale, accettando quindi un ruolo “funzionariale’   (…)  Fui eletto deputato nel ’79 e (…)rimasi iscritto al PCI fino al 1987, l’anno dell’alluvione. ” (Giovanni B.)

“ll mio, il nostro ’68, ebbe come fulcro vitale e collettivo il Centro Rosselli, dove confluivano giovani di vario orientamento. (…) Nel 1972 insieme ad un gruppo di compagni/e che frequentavano il Rosselli decisi di iscrivermi al PCI. La confluenza in questo grande partito fu per noi l’inizio di una stagione inedita di grande impegno. “(Umberta)

“Ho vagato per un po’ alla ricerca di un ubi consistam, frequentando un gruppetto che si ispirava all’esperienza de Il Manifesto e seguendo da vicino gli animati dibattiti del Rosselli: insomma mi sono trovato ad essere un cane sciolto della sinistra extraparlamentare. L’aspirazione a fare comunque “qualcosa” mi ha portato comunque, nel 1975, a chiedere la tessera del PCI” (Vittorio)

“(…) non avendo fatto parte di alcun gruppo o partito o movimento organizzato, ad eccezione della mia adesione al sindacato scuola della CGIL  (al quale mi sono iscritto proprio nel ’68, quando quasi non esisteva ancora in Valtellina e nel quale ho poi sempre militato).”(Luigi F.)

“Tornata nella mia cittadina mi dedico al lavoro, allo studio, all’attività sindacale e a qualche iniziativa che in varie forme cerca di mantenere vivo almeno lo spirito del ’68.”(Maria)

Per chi aveva partecipato al  ’68  e ai suoi sviluppi come studente medio e/o universitario o come giovane lavoratore  la militanza attiva nel movimento durò invece più a lungo, in genere fino al 1977/78. Per alcuni si protrasse anche negli anni  successivi con la partecipazione all’attività politica o sindacale dei gruppi e  delle formazioni a sinistra del P.C.I..

“Io manterrò in seguito il rapporto con DP, anche negli anni bui della fine degli anni ’70 e degli anni ’80, contrassegnati dal riflusso e dal terrorismo (delle Br, ma anche fascista e di stato), per qualche mese pagando l’affitto della sede di Salita Ligari, quando ormai non ci si riuniva quasi più nessuno,”(Carlo)

Dal ‘77 ho iniziato a lavorare in fabbrica a Milano ( Breda Termomeccanica) e a Ponte tornavo solo nei fine settimana. Quindi il mio impegno politico/sindacale è a Milano, dove conosco e frequento compagni che avevano militato in gruppi dell’Autonomia Operaia, in Lotta Continua, in Avanguardia Operaia e che ancora facevano attività politica e sindacale come “cani sciolti” o come militanti/simpatizzanti di Democrazia Proletaria. È proprio nell’ambiente di fabbrica che, nonostante ormai la stagione delle lotte e delle conquiste operaie volgesse al termine e molti compagni avessero“mollato”, io invece inizio a fare attività sindacale con continuità.(…)In fabbrica, (la Breda Termomeccanica, poi nel 1980 diventata Ansaldo Energia) con un gruppo di compagni, guidato da un prete operaio, tutte le settimane usciamo con un foglio denominato “Cronache dal Basso” in cui trattiamo i problemi della fabbrica e sindacali in generale. Questa attività è spesso in contrasto con la linea sindacale del consiglio di fabbrica che non vede di buon occhio questa iniziativa.”(Felice)

L’abbandono della militanza attiva in molti racconti viene collegato alla difficoltà  di comprendere  e di orientarsi nella valutazione di   alcuni avvenimenti cruciali  che caratterizzarono il periodo che va dalla seconda metà del ’76 a tutto il ’78 : l’esplosione del movimento del ’77 , il rafforzarsi  di Autonomia operaia , il diffondersi all’interno di questi movimenti di forme di lotta totalmente nuove  rispetto a quelle che avevanno caratterizzato il lungo ’68, l’escalation di agguati e omicidi  commessi sia  delle Brigate Rosse che da gruppi neofascisti. L’ evento, però, che per molti militanti  in Valtellina, come nel resto del paese, “fece precipitare la situazione” come dice Ettore nel suo racconto fu il sequestro e  l’uccisione di Aldo Moro .

“Le notizie sul movimento del ’77 facevano però crescere in me il rifiuto verso le azioni violente, che minavano la partecipazione e spingevano i movimenti verso una deriva molto pericolosa. Nel marzo del ’78 il sequestro di Moro fece precipitare la situazione.” (Ettore)

“Sempre più lontano da me fu il succedersi degli eventi del ’77 e tanto più
del terrorismo armato che consideravo una tragica degenerazione di una
idealità ormai svaporata.” (Chiara S.)

“Ricordo la partecipazione, con molte riserve, alle iniziative legate alla grande manifestazione del settembre ’77 a Bologna. (…)Ricordo i problemi creati dal diffondersi della violenza politica negli ambienti legati all’Autonomia Operaia. (…).Ancora più incomprensibile e folle mi parve il sorgere e il diffondersi del terrorismo di sinistra che ebbe il suo culmine con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Non solo per l’inaccettabilità morale di omicidi a freddo ma anche perché mi rendevo conto che ciò avrebbe significato per la sinistra anticapitalista a cui mi sentivo ancora di appartenere l’inizio della fine (almeno per un lungo periodo).” ( Enzo)

“Il 1976 è stato per me un anno critico. Dal ’77, per anni non ho più partecipato a nessuna riunione: ero diventato quasi allergico, mi sentivo svuotato. Però nel ’78 ai tempi del rapimento Moro rivendico di aver distribuito a Chiavenna un volantino con la linea “Né con lo Stato, né con le BR” nel quale si chiedeva l’apertura di una trattativa e la liberazione del prigioniero” (Lorenzo)

Il rapimento di Moro, come già la Strage di Piazza Fontana,  fu vissuto da molti come  uno spartiacque tra un prima e un dopo.  Tuttavia, mentre  Piazza Fontana aveva  contribuito a dare un nuovo impulso e un nuovo indirizzo alle lotte del ’68 , l’uccisione di Moro contribuì in molti casi  all’allontanamento dalla militanza attiva anche di chi aveva inzialmente guardato con  interesse  al movimento del ’77 e alle proposte dell’ Autonomia operaia.  

“Poi venne il rapimento Moro e l’evento rappresentò uno spartiacque
perché per la mia generazione, che era stata a Bologna nel settembre 1977
ed aveva a lungo anche parteggiato per la rivolta armata, quello fu un colpo
durissimo, che in qualche modo segnò l’inizio di un’altra era.” (Giovanni S.)

“Con l’omicidio Moro, le cose cambiarono: non ci fu più spazio per manifestazioni di simpatia e il colpo inferto alla lotta armata avrebbe in seguito riguardato tutto il movimento con la vittoria piena del potere e l’inizio del declino.” (Dedalo)

“Come se non bastasse, il movimento non era più baldanzoso come prima e l’aumento della violenza che segnò gli anni dopo il ’76 non era un segno di forza, ma di debolezza e l’attacco al cuore dello stato si ritorse contro il movimento.”( Danilo)

Il ritrarsi dalla militanza attiva nelle formazioni della sinistra extra parlamentare non significò però, in generale,  un abbandono   tout court dell’ attività politica, nè tanto meno  un rinnegare l’esperienza del lungo ’68: il sindacato, le amministrazioni locali, le lotte per la tutela dell’ambiente sono gli ambiti in cui molti  sessantottini hanno cercato, con maggiore o minore successo, di tener vivi gli ideali della loro generazione.  

“Io stesso, finito il servizio militare nel giugno del 1975, sono stato eletto Consigliere Comunale, nella maggioranza di sinistra, e ho poi collaborato all’attività amministrativa per una ventina di anni, nove dei quali con la “funzione”, non il ruolo (come previsto dall’attuale legge pro-podestà), di Sindaco.” (Piero F.) 

“Dagli anni del riflusso, dalla fine degli anni ’70 inizio anni ’80, ho convogliato il mio impegno e le mie energie nell’insegnamento e nell’aggiornamento. Ho fatto parte del coordinamento insegnanti precari di Sondrio e sono sempre stata iscritta alla CGIL scuola.(…)Non ho mai fatto mistero delle mie posizioni di sinistra, né con i colleghi, né con gli alunni, quando era necessario. Un anno, da una classe, una quinta, di idee un po’ destrorse, mi sono ‘guadagnata’ l’appellativo di ‘bandiera rossa’.”(Luciana) 

“Personalmente anche dopo la fine degli anni ’70, non ho mai smesso di impegnarmi nel sociale e nel pubblico privilegiando però l’ambito della scuola dove sono stata insegnante, ma anche rappresentante dei genitori e delegata sindacale dei miei colleghi.” (Rosalia)

“A partire dal 75-76 insieme a pochi militanti del PSI del PCI locali e a associazioni ambientaliste ( Amici di Bormio) abbiamo condotto diverse battaglie. Molte delle nostre lotte non hanno avuto successo. Spesso le amministrazioni erano espressione proprio di questi interessi speculativi e in quegli anni si è compiuto lo scempio del nostro territorio. (…). Fondamentale è stato però il nostro contributo nel bloccare la speculazione nel parco dei Bagni di Bormio dove le ruspe avevano già iniziato a demolire l’albergo (in particolare la vecchia piscina). Anche a Oga siamo riusciti a mobilitare la popolazione e a fermare la speculazione in località Calosio. (…) Di quel periodo ricordo le riunioni “di lavoro” al soggiorno AEM con il geometra Palmieri e l’architetto Bettini che ci aiutavano a capire cosa era un Piano regolatore, i Piani di Lottizzazione, le aree verdi vincolate, pubbliche e private etc. ; competenze che mi sono poi state utili nel mio ruolo di consigliere di minoranza per tre volte in Valdidentro e più recentemente a Bormio.” (Ulrico)

“Non ebbi un vero e proprio riflusso: mi avvicinai ai movimenti ambientalisti, che sentivo più vicini, e fui tra i fondatori, in Valtellina, di Legambiente, che poi ebbe un proprio circolo, molto attivo per molti anni, a Tirano. Nel 1992 decisi di iscrivermi al PDS, dove ho militato fino alla nascita del PD, nel 2007, scelta che non ho mai condiviso.”  (Ettore)

Fino a questo momento abbiamo analizzato e trattato le interviste  senza prendere in considerazione il genere di chi  ha raccontato . Ciò  però non vuol dire   che la partecipazione al movimento  non sia stata caratterizzata da significative differenze  legate all’appartenenza sessuale. Se  è vero che, come racconta  Stefania ,  spesso le compagne finivano per  rivestire nel movimento un ruolo secondario –“Allora per le ragazze non c’erano molte occasioni di crescita ed affermazione all’interno del MS. Noi eravamo gli “angeli del ciclostile”. Ricordo pomeriggi freddi e umidi nella sede in Scarpatetti. Io, mia sorella ed un paio di altre coetanee eravamo ragazze timide ma nel contempo curiose e coraggiose”-e però altresì vero che sono state le donne a mostrare sul finire del lungo ’68 una maggiore capacità di rielaborare le esperienza precedenti e di dar vita ad un movimento che, come già il ’68, avrebbe inciso profondamente sulla società italiana  .

“Partire da sé è stata la parola d’ordine degli inizi, ben consapevoli che non significava far girare il mondo attorno a noi stesse. Questa consapevolezza sociale ci veniva proprio dal ’68. D’altra parte il Movimento studentesco stesso era nato su una sorta di ‘partire da sé’, cioè sulla condizione di studenti.”(Silvia)

Già molto presto all’interno del movimento studentesco di Trento le compagne avevano cominciato ad accorgersi che, se di fatto il ’68 aveva interpretato anche il loro bisogno di  cambiamento, questo però non era bastato a dare la parola alle donne. Silvia ne parla ampiamente nel suo racconto.  L’eco di quanto stava accadendo a Trento giunse certamente abbastanza presto a Sondrio, grazie  ai contatti che Silvia manteneva con Don Abramo Levi, e la sua tesi di laurea di gruppo, pubblicata da Mazzotta, cominciò a circolare anche tra le compagne sondresi. Un seme era stato gettato  e nella seconda metà degli anni ’70 cominciò a germogliare anche a Sondrio. 

 “Fu un po’ dopo la battaglia per il divorzio che cominciammo, io e altre amiche, ad avvertire il disagio di un linguaggio e di una politica che non aveva molto a che fare con la vita concreta delle persone, un linguaggio che nelle sue analisi e nei suoi obiettivi mi lasciava muta e insignificante…tutto il contrario del sentirsi protagonista nella propria vita e nei destini del mondo che era stata l’esperienza di libertà degli inizi.” (Anna)

“Quando, all’incirca nel 1975 sentimmo, la mia amica ed io, che l’8 Marzo di cui si cominciava a parlare era un rimando per noi in quanto donne, prendemmo l’iniziativa in autonomia dai compagni: loro pensavano non fosse affar loro, ma una fetta che potevano delegarci nel quadro delle “lotte dei giovani, dei militari e delle donne”, per la conquista del nuovo proletariato. Cercammo quelle ragazze con le quali eravamo cresciute e che il ’68 ci aveva viste divise per storia universitaria o incontri fatti, in gruppi politici differenti. Sapevamo dei rispettivi gruppi di appartenenza, guidati dai maschi, e di che cosa ognuna si occupava in prima persona, ma non avevamo mai collaborato. Sennonché, in vista di quell’8 Marzo, il primo 8 Marzo della piazza di Sondrio (primo e ultimo per noi, perché non acconsentimmo più a tale celebrazione con relativa mimosa, divenuta un rituale), sentimmo di doverci incontrare tra donne. (Marina)

“Ciò che determinò maggiormente il mio distacco dall’impegno” politico, fu, oltre a quanto già detto, il nascere di una coscienza “femminista”. (…) Ci si riuniva con altre donne in gruppi di “autocoscienza”, liberi, spontanei e molto partecipati, dove si esploravano temi riguardanti il sesso e la condizione femminile. Si preparavano mostre, si “lottava” per temi concreti e importanti quali l’asilo-nido e i Consultori. Si “portava avanti” la dignità dell’essere donna e il diritto a una partecipazione piena alla vita sociale.” (Chiara S.)

“Un’esperienza significativa è stata la partecipazione alle riunioni in Via Col di Lana del movimento femminista. Ci rendevamo conto che la questione femminile era più importante e ci riguardava più da vicino. Durante le riunioni si faceva autocoscienza: si raccontava del proprio vissuto nel rapporto con il partner e di sessualità. C’era la consapevolezza di capire che eravamo quelle che eravamo perché avevamo avuto una certa educazione, appunto il ruolo dell’educazione nella nostra formazione di vita e di donne.(…) Eravamo piene di speranza di cambiare il mondo, sicure che avremmo trovato un lavoro e che saremmo state indipendenti, eravamo ottimiste, solidali e volevamo giustizia sociale.” (Rita)

E, come già era avvenuto per il movimento del ’68, anche il movimento femminista coinvolse non solo le compagne e le donne del  capoluogo, ma si diffuse in tutta la provincia. 

“Io partecipai al movimento delle donne che fu un elemento di rottura anche rispetto ai maschi dell’organizzazione che sostenevano il primato della politica sul personale. A Chiavenna vissi l’esperienza del Collettivo donne, poi negli anni ’80 la mia partecipazione si spostò verso l’associazionismo e partecipai al Comitato per la Pace, che si riuniva in biblioteca. Anche lì portai la mia visione della pratica politica.” (Chiara B)

“Ci fu anche una ricaduta di tutto questo sulla nostra realtà valtellinese. Per un periodo abbastanza lungo ci riunivamo a casa di Silvana a Polaggia al sabato sera quando tornavamo da Milano. Eravamo tutte donne. All’inizio, soprattutto, riuscimmo a coinvolgere anche ragazze che non frequentavano l’università. Il nostro scopo era quello portare e di discutere le tematiche del divorzio, dell’aborto, del rapporto col nostro corpo, del rapporto uomo donna. Alcune riunioni erano delle sedute di autocoscienza seguendo l’esperienza di Rita in Col di Lana. Poi c’erano le letture individuali: Sartre e Simone De Beauvoir, Virginia Woolf, Luce Irigarai e altre, le discussioni, le riflessioni. Presto il gruppo si assottigliò, anche perché ci avevano appioppato la fama di irriducibili femministe e quindi da evitare da parte delle brave ragazze del paese.(…) Eravamo molto sicure, infervorate e convincenti. (…)Come gruppo di Berbenno abbiamo aderito al coordinamento Donne per il Consultorio di Sondrio, con Lori Fabbri, Anna Canova e altre. Ci siamo battute per avere il consultorio e il diritto di aborto, cercando di coinvolgere operatori del settore e più donne possibile. Ricordo a questo proposito delle assemblee di scala nei condomini di via Maffei. Allora c’era anche il dibattito se entrare o no nelle istituzioni; il compromesso con le istituzioni era avversato dalla parte del movimento femminista più radicale e separatista.”( Luciana)

Quando nel 1981 si andò a votare per l’abrogazione della legge sull’aborto in provincia , come già era accaduto nel 1974 per la legge sul divorzio, prevalsero  i no con il 56,3  % di voti .

E allora, alla fine ,  viene  da dire “Ben scavato, vecchia talpa.”