Don Abramo Levi e le Acli

L’esperienza di don Abramo quale assistente provinciale delle Acli  fu tra quelle che maggiormente  contribuirono a fargli  cogliere,  fin dal suo primo manifestarsi, lo spirito del’68 e la sua importanza sia per la società civile, che per quella ecclesiale. Floriana Valenti docente e studiosa di storia locale, ripercorre gli anni in cui don Levi  si trovò a lavorare  come dice lui stesso“là dove il mondo si modifica nella sua punta più avanzata: la classe operaia”.

 

DON ABRAMO LEVI E LE ACLI

Una premessa

Don Abramo Levi racconta la sua “storia di prete delle Acli” in alcuni diari che contengono annotazioni e riflessioni sulla vita di quegli anni: le visite alla madre, i viaggi in Italia e in Europa per i convegni degli assistenti Acli, gli incontri con personalità religiose e laiche, le esperienze spirituali. Un lungo racconto che incanta, anche per il sottile umorismo.[1]

Nel 1966 scrive un saggio dal titolo Il mestiere del prete nelle Acli per il volume collettaneo Cinquant’anni tra le genti di Valtellina e Valchiavenna edito da L’Incontro. In quelle pagine riprende, con annotazioni e sfumature nuove, fatti e riflessioni contenuti nell’autobiografia[2].

La storia 1952-1963

Don Abramo Levi è nominato, su sua richiesta, assistente provinciale alle Acli (Associazione Cattolica Lavoratori Italiani) nel 1952. Una nomina che lo costringe a stabilirsi a Sondrio da Como, dove era professore in seminario con una carriera assicurata. Era la quinta volta in nove anni che cambiava servizio e abitazione. Nella sua autobiografia racconta con ironia la ricerca di un posto per dormire. Lo trova, grazie al fratello don Tommaso, in via Lavizzari nella Casa Conforto delle Pie Figlie della Sacra Famiglia di Mese che gestivano un pensionato per donne anziane.

Con ironico distacco racconta anche le sue dimissioni nel 1963, segnalando che è l’anno dell’occupazione dello stabilimento Martinelli di Morbegno. Il consiglio direttivo delle Acli decide di sostenere gli operai occupanti con il rifornimento di vettovaglie. Don Abramo non contrasta la decisione assunta dalla dirigenza dell’Associazione, fornendo il pretesto per la sua estromissione. Come andarono i fatti? Il nuovo arciprete di Sondrio mons. Fogliani voleva “togliere di mezzo” quel prete scomodo e di sinistra che era appoggiato dal Vescovo e da tutto il consiglio delle Acli. Una serie di equivoci, anche divertenti, porta lo stesso Abramo a risolvere la disputa: accetta di farsi da parte e lasciare il posto a don Ugo Pedrini, il candidato dell’arciprete, a condizione di poter rimanere a Sondrio come responsabile della Santa Casa di Tresivio.

Torniamo all’inizio. Don Abramo considera un segno del cielo la vacanza del posto di assistente delle Acli a Sondrio. La sua nomina viene da lui vissuta “come una sorta di ubbidienza alla terra rispetto alla vita in seminario così tranquilla, ma fuori dal reale. Un ghetto d’oro in una società di merda come avrebbero detto gli studenti del ’68”. Il Vescovo di Como mons. Felice Bonomini lo presenta al clero sondriese al cinema Excelsior. Sull’auto che li portava a Sondrio, il Vescovo aveva inquadrato sinteticamente la situazione politica della città e della provincia: una Democrazia Cristiana vivace e radicata anche nei piccoli paesi, con un segretario, Giulio Spini, piuttosto di sinistra. In quel contesto, le Acli avrebbero dovuto mantenere la dovuta autonomia dalla DC. “Non poteva certo immaginare il Vescovo che quella autonomia che egli raccomandava sarebbe diventata un grosso capo d’accusa contro le Acli provinciali e il suo assistente, alcuni anni appresso”.

Sono due le sedi delle Acli a Sondrio: quella provinciale, in via Cesare Battisti, legata alla sinistra DC, e il circolo cittadina in via Caimi, luogo di incontro dei dirigenti del partito contrari alla sinistra. Il nuovo assistente inizia la navetta quotidiana da via Lavizzari a via Cesare Battisti. Nella sede di via Caimi non è sempre ben accolto perché considerato vicino alle posizioni dei dirigenti provinciali. Decide, in pieno accordo con il segretario Pietro Pizzini, l’impostazione del suo lavoro: non girare per la valle a recuperare pratiche e lamentele, come un “raccoglitore ambulante”, ma operare per la maturazione spirituale e umana dei lavoratori iscritti[3]. Coadiuvato da don Enrico Cipriani, inizia le visite settimanali agli operai dei cantieri idroelettrici che, tra gli anni ‘50 e ‘60, da un capo all’altro della Provincia trivellavano e perforavano i due versanti delle Valli: l’enorme cantiere di Cancano, quelli di Frera in Valbelviso, Campo Moro e Campo Gera in Valmalenco e poi in Val Grosina e in Val di Lei. Il ricordo più triste: la morte di sette operai durante la costruzione della diga di Frera per il distacco di alcuni massi da una parete della montagna. Tra i colpiti dai macigni anche un giovane che lavorava lassù con il padre, che lo vide sparire tra il polverone dei sassi. La festa di Santa Barbara era celebrata non solo nei cantieri principali, ma anche in quelli più piccoli che si trovavano presso le finestre delle gallerie che convogliavano l’acqua alle condotta forzate. Sentite e partecipate le messe vespertine sui cantieri, celebrate ogni settimana nella grande sala da pranzo che diventava una chiesa.  Molto gradite dagli operai anche i film proiettati nella stessa sala: non i film comici, allora in voga, ma intriganti polizieschi.

Don Abramo partecipa con entusiasmo all’organizzazione dei corsi serali per edili per evitare l’analfabetismo di ritorno[4] e dei corsi di istruzioni professionali in tutti i paesi della Valle anche i più sperduti come Ravoledo e Frontale o Era di Samolaco. Con Bruno Faroci, segretario organizzativo dal 1953, condivide una precisa linea di condotta: operare perché i circoli Acli non divengano “bettole cattoliche” di stretta osservanza democristiana. Sorgono piccoli nuclei di tesserati che assistente e segretario visitano girando la Provincia con una vecchia cinquecento. Nei circoli, segretario e assistente incontrano operai e parroci, ai quali don Abramo si sforza di far capire la differenza tra organizzazione assistenziale e Movimento dei lavoratori cristiani.  Questo “continuo andare” tra circoli e cantieri lo costringe ad immergersi nei problemi dei lavoratori e nelle loro rivendicazioni (indosserà anche una tuta da lavoro nel viaggio in Francia del 1961).

Negli stessi anni, al lavoro nelle Acli, si affiancano l’attività pastorale e la scrittura,[5] tutte e due intense. Traduce importanti testi teologici dal latino e dal francese e scrive molto su temi legati alla sua esperienza nel mondo operario. Numerosi gli articoli su Il Corriere della Valtellina negli anni 1953 e 1954 tra cui: La condizione operaia, di Simone Weil, I diritti dei lavoratori nel pensiero dei papi, Cosa è accaduto ai preti operai, Piccola riflessione sulla Rerum novarum, La Weltanschauung del marxismo leninismo.  Fu tra i fondatori de Il Pellegrino, un mensile di collegamento tra le parrocchie della provincia, che risulterà anche uno strumento per diffondere le idee e le iniziative dell’Associazione.

L’impegno e il lavoro quotidiano rafforzano la sua convinzione di essere “nel vero della vita”. Scrive “Avevo intuito giusto nel decidere di venir via dal seminario: non scrivere, non illustrare questo mondo, ma cambiarlo…lavorare là dove il mondo si modifica nella sua punta più avanzata: la classe operaia”. Apre il suo appartamento agli incontri tra dirigenti Acli e sinistra democristiana, divenuta minoritaria nel partito. Giulio Spini, non più segretario DC e per pochi mesi presidente dell’Associazione, emerge per la sua “straordinaria cultura che lo faceva ugualmente contemporaneo di Carlo Marx e Benedetto Croce”[6]. Il tema degli incontri ruota intorno al rapporto cultura- mondo operaio e a quello tra cristianesimo e marxismo. “Fu con loro che sentivo funzionare in maniera soddisfacente il rapporto tra classe operaia e cultura”.[7]

L’alleanza delle Acli provinciali con la sinistra DC procura problemi a Giulio Spini accusato di apertura a sinistra. “Sostenere allora l’apertura a sinistra”, scrive don Levi, “era come sostenere il no al referendum sul divorzio”. A Spini si imputava anche la scarsa ortodossia e a don Abramo non furono risparmiate chiacchiere allusive e lettere anonime.

Gli interventi di Don Levi nei convegni regionali e nazionali degli assistenti Acli[8] e i suoi scritti sono apprezzati da alte cariche ecclesiastiche, ma in provincia sono letti con sospetto. Il contrasto destra- sinistra nella DC si riaccende alla morte di Vanoni. Demolizione del prestigio delle Acli e attacco al suo assistente facevano parte della lotta per “il posto vacante”. Don Abramo viene attaccato, in maniera appena velata, da Il Corriere della Valtellina come istigatore all’odio di classe e, quando in un convegno del clero, critica apertamente i parlamentari Dc, in particolare l’onorevole Valsecchi, parte una raccolta di firme contro d lui. Lo salva il prestigio che riscuote a livello nazionale nel clero e nelle Acli e un cespo di cristalli della Valmalenco donato in un’udienza generale a papa Pio XII[9], per il suo ottantesimo compleanno. Era il primo Maggio 1955. La lettera di ringraziamento di papa Pacelli, per i doni pregiati e originali ricevuti, funge da “parafulmine” per lui e per le Acli contro tutte le invettive. Al racconto ironico dell’episodio, fa seguire una riflessione seria sulla legge che governa la sua vita “quel poco di prestigio che mi faccio nel mondo ecclesiastico serve a tenermi a galla nei momenti in cui i miei atteggiamenti suonano come sfida alla mentalità corrente e all’apparato gerarchico”.

Dopo un periodo di stasi dovuto alla partenza di Bruno Faroci, il congresso provinciale del 1961 elegge segretario Renzo dal Cason, che viene dal sindacato. Il suo modo di organizzare l’Associazione risente subito di questa matrice operaia. Rafforza l’impostazione economico-politica delle Acli, assegnandole una prospettiva para-sindacale prima inesistente con una forte spinta a rivendicare i diritti dei lavoratori. Il nuovo segretario ha poi un merito speciale: insegna a guidare ad Abramo, rendendolo autonomo nella partecipazione ai convegni degli assistenti Acli, in cui riceve sempre più consensi e in particolare l’incarico per il libro Trecento meditazioni bibliche per uomini di azione. Le meditazioni dovevano essere, nel clima del Concilio appena indetto, una specie di antologia di testi della Bibbia e dei Padri della Chiesa.Quel grosso libro di meditazione”, commenta l’autore, “che mi permise di partecipare gratis a un giro per l’Europa a trovare i cappellani degli operai all’estero”[10]. Nel 1961 è a Parigi, dove incontra un parroco della periferia che anticipa le scelte liturgiche e pastorali del Concilio: “Rimboccarsi le maniche, non trascinare lunghe vesti”, commenta. In Olanda ascolta da un “collega” questa lapidaria sentenza: “a Roma se uno critica la Chiesa si ritiene che non ami  la Chiesa, qui se uno critica la Chiesa si ritiene che ami la Chiesa”. In Belgio, per la prima volta in clergyman, incontra i lavoratori italiani e il segretario di un sindacato cattolico confessionale, espressione di un’esperienza sociale e politica dalla quale le Acli italiane si erano distaccate, operando una precisa svolta in senso secolare: compito del Movimento era l’animazione cristiana dei lavoratori, i quali aderivano liberamente alle grandi confederazioni Cgil e Cisl. Una scelta condivisa dall’arcivescovo di Milano, cardinal Montini, divenuto papa nel 1963 con il nome di Paolo VI. La sua futura enciclica, Popolorum Progressio, prenderà l’avvio anche da questi fermenti.

Gli interventi di Don Abramo nei convegni regionali e locali rivelano una coscienza e una passione politica grazie alla quale anticipa spesso le decisioni delle Acli nazionali. Ma in Valle continua l’ostracismo contro di lui.

Nel 1959 anche grazie al suo incoraggiamento, era iniziata la pubblicazioni di un giornale periodico, L’Incontro, che serviva da collegamento tra i circoli della provincia. Il giornale darà un grande contributo alla maturazione culturale e sociale dei lavoratori iscritti e fin dai primi numeri ottenne calorosi apprezzamenti dagli assistenti Acli nazionali. “Io facevo la mia parte il meglio possibile”, scrive don Abramo. Ma…ancora una volta, i suoi articoli, non firmati ma ben individuabili per lo stile e la profondità dei contenuti, suscitano perplessità negli ambienti politici democristiani e nel vescovo.

Intanto le Acli provinciali camminavano sulla via para-sindacale spinte dal segretario Renzo Dal Cason. Nel 1962, come si è già ricordato, durante l’occupazione della fabbrica Martinelli di Morbegno [11]voluta da sindacati, l’organizzazione cattolica fornisce il vettovagliamento agli operai occupanti. Alle proteste dell’arciprete di Sondrio mons. Fogliani che accusa don Abramo di non aver impedito l’appoggio delle Acli a un’operazione di sinistra, don Abramo risponde: “Né io né lui potevamo agire sulle Acli, organismo democratico non gerarchico, e autonomo”.

 

Don Abramo Levi conclude la sua esperienza come assistente Acli nel 1963. Le circostanze che portarono a questa decisione sono raccontate, con lo stile ironico dei suoi diari, nella parte iniziale di questo scritto. Riassumendo. L’ arciprete di Sondrio mons. Fogliani e la dirigenza della DC, da sempre contrari alle posizioni di apertura a sinistra di don Levi, usano l’occupazione dello stabilimento Martinelli di Morbegno per chiedere al Vescovo la sua estromissione dall’Associazione. Nonostante l’unanime appoggio del Consiglio direttivo delle Acli, Don Abramo precede la decisione di mons. Bonomini offrendo lui stesso le dimissioni.

Il 30 Aprile 1963, dopo l’accettazione da parte del Vescovo della rinuncia all’incarico di assistente provinciale, L’Incontro pubblica un lungo comunicato che ricorda con affetto e riconoscenza i 12 anni di presenza attiva di don Abramo Levi nelle Acli di Sondrio: “Gettata la base di partenza per ogni attività delle Acli, ne seguì ogni passo: nel campo organizzativo, nei servizi sociali, in ogni azione ed espressione del Movimento dei lavoratori cristiani. Presente ad ogni manifestazione in campo provinciale e nazionale, organizzò l’assistenza religiosa dei lavoratori nei cantieri, giungendo nelle valli più impervie. I lavoratori aclisti e i dirigenti ricordano Il suo programma: mettere in pratica la parola evangelica e gli insegnamenti della Chiesa nel mondo del lavoro; ricordare che Dio non si accontenta di parole, ma davanti a Lui è Religione gradita quella che è ‘vita’ che è ‘ascesi’, cioè costante metodico tendere a maggior perfezione: l’elevazione totale della classe lavoratrice”.

La strada quella che don Levi ha indicato non è facile e tranquilla per il Movimento Operaio Cristiano che si impegna a seguirla anche come espressione di ringraziamento “per il bene che ha fatto a tutti noi lavoratori”.

 

Nell’autobiografia don Abramo considera gli anni delle Acli un tempo sostanzialmente felice “come certe mattinate serene”. Paragona Il movimento di alternatori e di turbine della centrale elettrica alla sua attività nelle Acli e le svariate utilizzazioni dell’energia alle sue mansioni che passavano da “un fervorino del primo venerdì del mese a una appassionata difesa dell’azione di classe (non si poteva dire lotta di classe)”. Il rapporto con le Acli e gli aclisti continuerà, con la collaborazione al giornale e con incontri di riflessione biblica settimanali presso la sede di via Cesare Battisti, aperti a tutti gli interessati, incontri in cui utilizzerà le sue Trecento Meditazioni Bibliche per uomini d’azione.

Nel 1967 L’Incontro pubblica una ricerca intorno alla religiosità in Valtellina realizzata proprio dal gruppo di studenti del ’68 che considera insieme agli operai suoi maestri[12]. Era solito ripetere: “A Sondrio ho avuto due importanti tipi di maestri: gli operai sui cantieri e gli studenti del ‘68”.

Riflessioni conclusive: il mestiere del prete nelle Acli.

Dieci anni di lavoro nelle ACLI hanno lasciato il segno nella vicenda umana e spirituale di don Abramo Levi che si trova ad affrontare e a conoscere il mondo dei lavoratori, un mondo per certi aspetti nuovo e problematico, tuttavia ricco, vero, pieno di provocazioni e interrogativi nei confronti di una realtà cristiana e di una cultura che fino ad allora si era quasi esclusivamente confrontata con il mondo contadino. Sono gli anni di profondi cambiamenti nel tessuto sociale e culturale della provincia: il “progresso”, rappresentato in Valle dalle centrali idroelettriche, segna il tramonto e la dissoluzione del secolare mondo agricolo. Nell’autobiografia racconta con ironia che, quando un operaio non gradiva un operatore Acli, lo apostrofava come coltivatore diretto “come se anche loro non fossero stati fino a ieri coltivatori diretti; come se non lo fossero ancora negli intervalli dei lavori sul cantiere. Ma tant’è. Appena uno ha mollato i calzoni corti disprezza quelli che li portano ancora.” Sono anche anni di grande vivacità culturale perché, attraverso i convegni degli assistenti Acli, ha modo di conoscere tutte le diverse anime della Chiesa italiana e di farsi conoscere da un pubblico più vasto, con i suoi interventi geniali e mai scontati perché maturati nella realtà degli operai nei cantieri. Grazie al mensile L’Incontro, diede spazio ai diversi gruppi che si ispiravano agli stessi principi cristiani e ospitò riflessioni e considerazioni innovative sulla partecipazione dei cattolici alla vita politica e sindacale.

Negli anni che vedono don Abramo assistente ACLI, due grandi avvenimenti interessano la vita della Chiesa. Nel 1958 è eletto al soglio pontificio Giovanni XIII [13]  e nel 1962 inizia il Concilio Vaticano II. Don Abramo accoglie i due straordinari eventi “come una grossa novità, che risulta molto altro rispetto al vecchio più qualche cosa”. Ma la novità si raggiunge attraverso un percorso faticoso e intricato dentro una storia ecclesiale e politica fatta di contrapposizioni e tensioni. Don Abramo è spesso in prima fila, a volte con il ruolo di mediatore, altre, purtroppo, di vittima, se non altro dell’incomprensione. Nei sui viaggi in Europa, come assistente Acli, intuisce quali sono le conversioni necessarie perché la Chiesa passi “dall’autoreferenzialità all’essere nel mondo e per il mondo”, come scrivono i documenti conciliari. Nell’Ottobre del 1963, appena ‘libero’ dall’impegno delle Acli, andò in udienza generale da papa Giovanni; poco dopo usciva l’enciclica “Pacem in terris”: “un’enciclica i cui destinatari-per la prima volta- non erano soltanto i vescovi ma anche tutti gli uomini di buona volontà”.

[1] I diari sono stati raccolti nel volume: Battista Rinaldi, Una autobiografia, Bissoni, Sondrio, 2017; vedi anche: Battista Rinaldi, La parola, il simbolo e la sapienza. La fede al guado della modernità negli scritti di Abramo Levi, Servitium, Sotto il monte (BG), 2000.

[2]  Cinquant’anni tra le genti di Valtellina e Valchiavenna, L’Incontro, Acli, Sondrio, 1966 pp.63-70.

[3] Nel primo dopoguerra l’impegno maggiore delle Acli fu la preparazione e la formazione pre-sindacale dei lavoratori cristiani, allora aderenti alla unitaria Confederazione Generale Italiana del Lavoro.

[4] Il Corriere della Valtellina del 14.3 1953 informa dell’esito positivo degli esami sostenuti dagli edili.

[5]Impegni assunti in quei dieci anni: docente di religione alle Magistrali fino al’58, assistente dei Maestri Cattolici, dei Coltivatori Diretti, dell’Uciim insegnanti medi, delle Ostetriche cattoliche, delle Infermiere professionale e Vigilatrici d’Infanzia, degli uomini dell’Azione Cattolica.

Libri scritti nei dieci anni di Acli: Ivan Kologrivof, II verbo di vita, traduzione dal francese di Abramo Levi, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1956; Meditazioni, Stella Maris, Milano, 1954; La Santa Madre di Dio. Meditazione sulla Madonna, Stella Maris, Milano 1958; Trilogia di meditazioni sulla figura di Maria, Ed. Figlie della Chiesa, Roma, 1959-1962; Don Primo Lucchinetti, Bonazzi, Sondrio, 1959; Don Primo Lucchinetti, Manoscritti spirituali, selezione e presentazione di Don Abramo Levi, Bonazzi, Sondrio, 1960; Diario intimo di Santa Bernardette nel contesto della sua vita, Borla, Torino, 1962; collaborazione decennale alla Rivista, Letture, Centro san Fedele, Milano.

[6] Archivio Spini, ISSRSEC, Sondrio.

[7] La stessa sala ospiterà nel 1967, gli studenti cattolici delusi da una realtà ecclesiale non in armonia con il Concilio e da una situazione politica che non combatteva la povertà. Don Abramo li ascolterà con attenzione e li accompagnerà nel loro percorso verso il movimento del‘68, dimostrando anche allora di capire lo spirito del tempo.

 

[8] Nel primo convegno nazionale conosce ‘pezzi’ grossi’ del governo e prova il brivido della discussione aperta e senza riguardi gerarchici. Nei successivi convegni incontra Carlo Carretto e Don Arturo Paoli, dirigenti della Gioventù di AC, che entreranno nei piccoli fratelli di Charles di Foucauld e il vescovo del Camerun Celestino che divenne un suo caro amico. Risale a quegli anni la conoscenza di padre Camillo De Piaz e di padre Davide Maria Turoldo, entrambi in difficili rapporti con la gerarchia ecclesiastica. Da allora amici per sempre.

[9] L’episodio è raccontato dal Notiziario Acli, Corriere della Valtellina, 17 Marzo 1956.

[10] Uscirà nel 1962 con il titolo Parla, o Signore, Pagine bibliche e testi dei Padri della Chiesa letti e commentati per uomini di azione, a cura di Don Abramo Levi, Edizioni del Cristallo, Roma. Il commento ironico è contenuto nell’Autobiografia, op. cit.

 

[11] Nel corso degli anni ’60 le Acli avevano sostenuto i lavoratori della Berkel a Chiavenna e quelli del Cotonificio Fossati a Sondrio.

[12] L’incontro, Anno X, n. 2, 29.2.68.

[13] Don Abramo vide in papa Giovanni una parabola vivente di quella Chiesa attenta ai segni dei tempi e tuttavia fedele al solco della tradizione.