Dedalo

Una specie in via di estinzione?

 

Di elezioni in elezioni siamo ormai una razza in via di estinzione, ma io a quella storia mi sento di appartenere ancora e la rivendico con orgoglio. Quando, dopo 7 anni di collegio, tornai a Caiolo, maturai la scelta del comunismo e, più tardi, forse nel ’72 presi la tessera del PCI. Per questa mia scelta contarono elementi legati alla vita del paese. C’era una figura che era divenuta per me una specie di modello, si chiamava Grazioli, era operaio al Fossati e diffondeva l’Unità, uno di quegli umili militanti di base che formava l’ossatura organizzativa di un gigante della politica come il PCI con il suo milione e mezzo di iscritti e la sua efficiente macchina politica. C’erano gli amici, alcuni dei quali figli di partigiani, che fin da ragazzi avevano simpatie di sinistra. Del resto la sezione PCI di Caiolo aveva parecchi iscritti, il partito era sempre il secondo dopo la DC per numero di voti fino ad uno storico pareggio realizzato nelle politiche del ’76. In alleanza con i socialisti nella lista civica Alleanza Democratica, con il caratteristico simbolo delle due mani che si stringono, aveva dominato l’amministrazione comunale per quasi tutto il dopoguerra. C’erano ovviamente anche alcuni tratti caratteriali miei che mi spinsero a quella scelta: una forte avversione per prepotenze e soprusi soprattutto se provenienti dalle classi “superiori”, uno spontaneo schierarmi dalla parte dei più deboli, una certa focosità passionale e schiettezza nei rapporti personali, che si esprime al meglio quando gioco a carte con gli amici e discuto animatamente di strategie di gioco, il fatto che non ci penso due volte a “mandare a cagare” qualcuno, se reputo che se lo meriti.

Divenni comunista nonostante mio padre fosse un convinto anticomunista. Lui era morto nel ’65 ed era un personaggio interessante del quale vale la pena ricordare qualcosa. Il fatto stesso che mi avesse chiamato “Dedalo” è emblematico di una certa bizzarria che si ritrova in tutto il suo percorso di vita. Classe 1891, proveniva da una famiglia più o meno decaduta della nobiltà siciliana, fu capitano di marina, studiò arte a Parigi, fu congedato dall’esercito nel ’19, lavorò nella Milano del dopoguerra come pubblicitario e arrivò in provincia di Sondrio come direttore lavori per un’impresa impegnata in alta valle nella costruzione di impianti idroelettrici. In tempo di guerra era stato nominato podestà di Bormio e, in questo ruolo, insieme con il prete del paese, era stato garante dell’armistizio tra guarnigione tedesca e partigiani poco prima del 25 aprile. Dopo la Liberazione, si era fatto 6 mesi di prigione perché in quanto podestà esponente del regime. Processato e poi assolto, aveva poi raggiunto mia madre a Caiolo, da qui s’era ricostruito una vita dapprima dipingendo quadri e poi come contabile. Aveva anche un forte interesse per la storia locale. Nonostante tutta la stima che avevo per lui, feci scelte politiche che non avrebbe certo apprezzato. Avrebbe invece apprezzato un certo attaccamento al lavoro che avevo.

Ritornato definitivamente a Caiolo dopo 7 anni di collegio e con un diploma di elettromeccanico in tasca, nel ’67 ebbi il mio primo impiego e lavorai dalle parti di Avellino nella costruzione dell’autostrada Napoli-Bari. Dopo qualche mese mi licenziai e nel marzo ’68 fui assunto alla Fossati dove rimasi fino all’aprile del ’69. In quei 12 mesi, sotto la guida di un operaio più esperto, divenni un mago nella manutenzione dei macchinari tessili e conoscevo ogni segreto di macchine coma la svizzera Rieter o la genovese Sangiorgio o l’Edera, costruita a Brescia, che era un vero e proprio gioiello. Con la professionalità acquisita in questo campo, mi iscrissi agli artigiani e girai l’Italia a montare nuove macchine e a smontare quelle che il progresso tecnologico aveva rese obsolete. Dopo il militare, continuai questo lavoro anche all’estero: fui in DDR e in Algeria con il tessile e poi in Irak a montare prefabbricati. Nel ’76, ormai ventiseienne, cominciai a pensare che forse era il caso di fermarmi un po’, era tempo che trovassi una sistemazione , leggi matrimonio e figli. Fu così che fui alla Cantone di Bellano dal ’76 all”83. Si trattava di una fabbrica di 400 operai e con l’azienda era una guerra continua, anche perché il tessile era nel vortice di continue ristrutturazioni. Divenni un attivista sindacale, fui eletto nel Consiglio di Fabbrica, ebbi incarichi nella categoria, mi fu anche proposto di diventare segretario della FILTEA, ma rinunciai forse perché intuivo che con il mio carattere non mi sarei adattato facilmente alle dinamiche della burocrazia sindacale. Nell’83 approfittai degli incentivi proposti a chi si fosse dimesso e lasciai la Cantoni e fui per 2 anni in Algeria per l’avviamento di uno stabilimento tessile. Nel frattempo avevo conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie nel 1981.

Nel periodo in cui fui alla Cantone fui molto attivo: scioperi, picchetti, manifestazioni, riunioni, congressi e anche molta politica. Per qualche anno fui anche segretario della sezione PCI del mio paese e facevo la spola tra Bellano e Caiolo. La situazione politica era piuttosto complessa:i c’era stata l’avanzata del PCI alle politiche del ’76 quando il partito aveva raggiunto il suo risultato più alto con oltre il 34 %, ma c’era il problema di quale sbocco dare alla crisi che stava attraversando il paese. C’era in campo la proposta del compromesso storico che io però respingevo, l’idea di un accordo di governo tra DC e PCI non mi andava proprio e non lo nascondevo certo sia nei rapporti con i compagni della sezione sia nelle riunioni del Federale provinciale. Nel ’77 ci fu un altro grande movimento di massa al quale il potere rispose con una forte repressione e, in quel contesto, si ebbe lo sviluppo del partito armato, non solo le Brigate Rosse, ma anche forme diffuse di violenza politica. Nonostante avessi incarichi nel PCI, non avevo mai assunto posizioni di contrasto nei confronti dei gruppi della sinistra extraparlamentare, anzi nel paese si lavorava spesso insieme e apprezzavo la loro spinta che mi sembrava un pungolo utile nei confronti di un PCI un po’ troppo moderato. Quando nel ’78 fu rapito Moro, risposi così ad una sindacalista che aveva annunciato a noi del Consiglio di fabbrica che bisognava organizzare uno sciopero: “Se rapivano Andreotti, avrei fatto qualche ora di straordinario”. Poi lo sciopero lo facemmo, ma non sono sicuro che fossimo molto convinti. Poi, con l’omicidio Moro, le cose cambiarono: non ci fu più spazio per manifestazioni di simpatia e il colpo inferto alla lotta armata avrebbe in seguito riguardato tutto il movimento con la vittoria piena del potere e l’inizio del declino. Il ’68 era ormai defunto e da allora in poi il capitale avrebbe avuto la sua rivincita.