Andrea

Il mio ’68, una porta sul mondo

 

Nel ’69 avevo diciassette anni. Tutto cominciò a Sondrio, quando al teatro Pedretti proiettarono il film “Berretti verdi”. Assistetti ad una manifestazione di protesta contro il film e la guerra del Vietnam senza capirci molto, m’infastidirono però i “fascisti” che “attaccarono” con violenza ragazze e ragazzi. A seguito di questa esperienza entrai nel movimento studentesco, che allora aveva una sede in via Scarpatetti. Poco dopo ci fu una specie di scissione di quel gruppo ed entrai a far parte dell’Unione dei Comunisti Italiani (marxisti-leninisti), che ci avevano invitato a mollare tutte quelle “seghe” teoriche per dedicarci, come avevano fatto i “compagni” cinesi, alla rivoluzione (sic).

La mia partecipazione alla “lotta rivoluzionaria” si svolse soprattutto nell’ambito scolastico (con volantinaggi, scioperi, contestazioni dei professori in classe, ecc.); partecipai anche alla “grande marcia” di Verceia, che fu l’idea più fasulla dei “dirigenti” dell’UCI: sapendo che il paese della Valchiavenna era il comune più “rosso” della provincia, pensarono bene di inviare da Milano un pullman di ragazzini con bandiere e fazzoletti rossi e immagini di Mao, Lenin, Stalin e di farli sfilare per le stradine del paese. Partecipammo anche noi di Sondrio. Era un giorno di settembre, pioveva a dirotto e dalle bandiere colava il rosso, nessuno del paese assisteva, solo un tipo uscì ad un certo punto alla finestra e ci disse: “G’avi fem? Vuri mangià un po’ de pulenta?” (Avete fame? Volete mangiare un po’ di polenta?). Noi, un po’ intimiditi ma speranzosi, rispondemmo di sì… e lui ci disse: “E mi ven do brich!” (E io non ve ne do!). E rientrò in casa.

In “Servire il popolo”, questo era il nome dato al gruppo per il titolo del loro giornale, mi fu “affidato”, per qualche tempo, l’incarico di responsabile delle Guardie Rosse (sic): l’unica cosa che feci fu partecipare a un processo politico nel quale difesi un compagno “guardia rossa” accusato di aver fatto dell’ironia sul libretto rosso di Mao (aveva strappato la copertina e l’aveva sostituita con la copertina di un Vangelo! Fortissimo!). Feci anche da collegamento amministrativo con la sede centrale di Milano, ho un ricordo indelebile di quella sede: sembrava un vero e proprio alveare con un numero incredibile di ragazze e ragazzi che giravano nei corridoi, che entravano e uscivano.

Quando Servire il Popolo dopo pochi mesi si sciolse, divenni un “cane sciolto”. Nel 1971, a Milano, capitò che mi prestarono uno dei primi numeri di “A rivista anarchica”. Tornato a casa, cominciai a leggerla e mi ritrovavo in ogni riga: da allora sono anarchico e la mia vita è continuata nell’impegno libertario.

Sicuramente, come per tanti, il ’68 era cominciato, senza saperlo, molto prima: già nell’infanzia ero influenzato dalle letture di mio padre (Salgari, Verne, l’enciclopedia Le Musée de l’Homme); poi, ero fortemente annoiato dalla musica che trasmetteva mamma Rai e dai vari Festival, Sanremo in primis, mentre ero affascinato dalle musiche dell’America Latina che suonava mio padre con la chitarra e con la fisarmonica. Un giorno, per caso, aprii una busta di materiale musicale che mio padre riceveva per il suo lavoro di musicista e trovai un piccolo disco con una canzone di un gruppo inglese ancora poco conosciuto: erano i Beatles con la canzone “Day tripper” e il gruppo mi impressionò positivamente … mostrandomi una creatività nuova, completamente differente dalle cose noiose che la radio ancora propinava.

Dopo le superiori mi sposai e trovai un posto come ragioniere alla SNAM di Milano: ero immerso in una realtà che credevo esistesse solo nei film di Fantozzi, invece era tutto vero! Dopo alcuni mesi io e mia moglie non ne potevamo più di quella vita assurda, così una mattina andai all’Ufficio del Personale e mi licenziai. Caricammo tutte le nostre cose sulla 500 e partimmo felici per la Valtellina. Cominciammo a vivere di lavoretti e a cercare contatti con gli anarchici. Così incontrammo Pietro Gaburri (che ricordavo mentre vendeva “A rivista anarchica” un 25 aprile in piazza della Stazione a Sondrio); con lui e pochi altri (tra cui un giovane Piero Tognoli) cominciammo a discutere appassionatamente non solo a livello teorico, ma anche cercando di concretizzare nella realtà quotidiana le idee in cui credevamo.

Unendo la necessità di trovare un lavoro accettabile e la possibilità di vivere le idee libertarie, decisi di prendere il diploma magistrale per cercare di entrare nella scuola. Ma riuscire a fare il maestro si dimostrò particolarmente difficile e quindi continuai a fare lavoretti. Ad un certo punto le cose fra me e mia moglie non funzionarono più (la famosa coppia che scoppia) e caddi in una profonda depressione che durò ben quattro anni. Disperato cercai di fuggire a Parigi; scappai anche in Libia, visto che Piero Tognoli aveva trovato una possibilità di lavoro per noi due come aiuto elettricisti, ci restammo tre mesi: un periodo pesante ma anche molto interessante. Al mio rientro, tornai con mia moglie e mi misi a fare il bidello all’IPIA.

Venni poi a sapere che esistevano ditte italiane all’estero che assumevano maestri per le scuole di cantiere dove studiavano i figli degli italiani. Così andai a Milano, prendendo un giorno di ferie (era l’agosto del 1980), girai per varie ditte e finalmente mi assunsero. Dovevo partire per la Colombia, ero entusiasta, ma poi m’inviarono in Iran. Partii eccitato dall’avventura, io la vedevo così, ma nello stesso tempo tristissimo perché lasciavo a casa mia moglie. In Iran ci restai poco più di un mese perché Saddam Hussein attaccò l’aeroporto di Teheran e la ditta ci fece rimpatriare. Tornato a casa, il rapporto con mia moglie franò di nuovo, e di nuovo caddi in depressione. La ditta m’inviò poi in Libia, ma io ebbi la felice idea di assicurare il mio impegno fino alla fine dell’anno scolastico in quel paese chiedendo, però, di essere poi inviato in America Latina, cosa che avvenne: l’anno dopo ero in Patagonia. Non avrei mai pensato che mi sarei innamorato di questo paese, io che amavo il sole e i tropici.

Tornato dall’Argentina, ripiombai nella depressione, finché nell’agosto del 1982 incontrai Lina. Con Lina la mia vita cambiò. Tornai all’estero, in Honduras, sempre con la stessa ditta e Lina mi raggiunse. L’Honduras fu un’esperienza magnifica: lavorai con molto interesse, cominciando veramente a creare un mio stile d’insegnamento, ebbi molte soddisfazioni nel lavoro con i miei alunni. Nelle vicinanze del villaggio del cantiere vi era una “palomera”, e cioè un bordello, e, dato che avevo la sensazione che i bambini potessero essere influenzati negativamente, proposi ai genitori un corso di educazione sessuale che fu accolto con favore; da allora ho sempre effettuato nelle classi dove ho insegnato questo intervento educativo. Nello stesso tempo, con Lina, passavamo i fine settimana a Tela o a Puerto Cortez sul Caribe. Siamo stati anche in Guatemala, Salvador, ecc.

Vinsi poi il concorso per l’insegnamento nella scuola elementare e, tornato dall’Honduras, mi trovai a Olmo in Valchiavenna come maestro di una pluriclasse con le prime tre classi. Fu un’altra esperienza interessantissima: dall’America Latina ad un paesino a 1000 metri in Valchiavenna! Da lì passai poi a Era e infine, nel 1996, a Verceia. Nel frattempo io e Lina abbiamo vissuto bene assieme e abbiamo dato la vita a tre figlioli.

E l’attività politica? Io l’ho fatta in scuola senza alzare bandiere: ho cercato di vivere le mie idee libertarie con i bambini che anno dopo anno ho incontrato in classe, con tanto affetto reciproco e “viaggiando” nell’universo assieme a loro. Ah, dimenticavo, a partire dal 2000, a seguito delle esperienze negative relative alla cosiddetta educazione religiosa vissute dal nostro primo figlio alla scuola materna, io e Lina con altri amici fondammo l’associazione “Scuola e Diritti” e ci impegnammo nel contrasto a tutti i tentativi di clericalizzazione delle scuole in provincia. Fu una lotta dura e pesante, riuscimmo, però, a contenere i numerosi tentativi che furono fatti in aperto contrasto con il dettato costituzionale.

Ora i figli sono grandi e sanno difendersi da soli. Io, purtroppo, ho terminato nel 2018 la mia vita nella scuola, attività che ora già mi manca. Per quanto riguarda l’associazione sfortunatamente non siamo riusciti a passare il testimone a genitori più giovani: è proprio vero non ci sono più i “sessantottini”di una volta!