Ora ci è data l’opportunità di correggere il tiro

Non sono ottimista. Non credo che lo shock inaspettato e violento provocato da questa pandemia sarà in grado di cambiare il nostro modello di sviluppo basato sullo sfruttamento incondizionato delle risorse esistenti. Temo che i cambiamenti che inevitabilmente ci saranno e che fonderanno nuovi paradigmi non saranno migliori di quelli esistenti sino a pochi mesi fa.

La premessa è doverosa, perché l’elenco delle opportunità che questa drammatica situazione ci pone in realtà sono piuttosto importanti e per una volta davvero epocali.

Abituati per anni da un’azione distorsiva dei media a passare, senza soluzione di continuità, da una emergenza all’altra (in genere focalizzata sui migranti), ci ritroviamo per una volta in una vera crisi globale, in parte causata dal nostro modello di sviluppo e in grado di fermare l’intero pianeta in poche settimane, cosa mai successa nella storia dell’umanità.

Viviamo in un sistema che già profeticamente Pasolini descriveva negli anni ’70 come “sviluppo senza progresso” e che nel frattempo ha drammaticamente accentuato le iniquità sociali e il depauperamento delle risorse ecologiche mondiali.

Ora ci è data l’opportunità di correggere il tiro, di modificare la curva del consumo sconsiderato che ha caratterizzato l’ultimo secolo di attività umana in cui non solo siamo riusciti ad inquinare aria, acqua e suolo, ma abbiamo messo in crisi il delicato orologio climatico che regola la vita sulla terra. Una cosa talmente grossa e grave che facciamo fatica a comprendere in tutte le sue implicazioni etiche, sociali ed economiche.

Per ripensare questo modello di società si potrebbe cominciare ad agire a livello locale, in uno sforzo di recupero di quel tessuto connettivo minore già in parte esistente nelle nostre città e nei territori antropizzati europei, capace di innervare una rete di relazioni sociali lente e davvero sostenibili. Nel concreto bisognerebbe ri-cominciare a muoversi a piedi o in bicicletta attraverso quei percorsi pedonali che però per motivi burocratici o amministrativi spesso sono frammentari. Allargare i marciapiedi e ridurre drasticamente il traffico veicolare. Contrastare gli effetti del cambiamento climatico realizzando delle isole verdi e dei filari di alberi in grado di accompagnare i nostri cammini in tutte le stagioni. Nelle realtà come le nostre sarebbe agevole muoverci da un punto all’altro delle città con sistemi di mobilità pubblici, piccoli e frequenti a guida autonoma (esistono diverse sperimentazioni in corso in vari Paesi d’Europa). Questa potrebbe essere l’occasione per recuperare una dimensione diversa del tempo in cui la lentezza e la coesione delle piccole comunità si prendono la rivincita sulla frenesia competitiva della metropoli.

Accanto a questo, il tema più importante a mio parere da un punto di vista urbanistico sarebbe il recupero di quei nuclei minori a volte dispersi che caratterizzano gran parte dei territori periferici e che un distorto modello di sviluppo che si è andato affermando a partire dagli anni ’50 del Novecento ha invece svuotato. Abbiamo le risposte già sul campo, già consolidate dalla storia. Nuclei rurali abbandonati e a volte dispersi (penso ad esempi locali come Polaggia vecchia o Bassola) hanno in sé tutta la forza e l’armonia per darci le soluzioni che cerchiamo. Distanza fisica, rapporto diretto con la natura, possibilità di ricreare comunità solidali e cooperanti dove la rete di internet affiancata a quella fisica ci permette di vivere e lavorare in remoto se necessario, ma anche di definire nuovi rapporti di vicinanza sociale. Questo permetterebbe di riattivare anche quel tessuto economico minore fatto di piccole attività come i negozi di vicinato o le botteghe microartigiane consentendo il recupero di antichi saperi in grado di rispondere alle nuove richieste di qualità che i processi industriali non riescono a garantire. A fianco a queste attività si dovrebbe ripensare la gestione del territorio diffuso. La coltivazione dei boschi (castagne, nocciole, piccoli frutti, ma anche legname da costruzione e\o da ardere) rigenererebbe antichi sentieri e percorsi creando lavori sostenibili e in grado di garantire la pulizia di boschi e degli alvei dei torrenti, mettendoci così in maggiore sicurezza in caso di eventi metereologici estremi ormai sempre più frequenti. Un ciclo virtuoso circolare, basato non sullo sfruttamento ma sulla gestione delle risorse disponibili, senza sprechi e con ricadute sociali economiche e di manutenzione diffusa del territorio.

In tutto questo percorso non dovremmo dimenticarci della bellezza che si è sedimentata nel corso del tempo in questi nuclei in cui l’armonia con l’ambiente circostante è talmente stretta che ci paiono generati dagli stessi luoghi che le ospitano. La sobrietà contadina in cui ogni gesto derivava dalla necessità e dall’uso razionale delle poche risorse disponibili ha costruito degli autentici capolavori che stiamo continuando a perdere in nome di tecnicismi o presunti e irrinunciabili, ma spesso inutili, confort. Un progetto di recupero operato a diverse scale, da quello territoriale a quello del singolo manufatto, condotto sulla strada di una contemporaneità consapevole, ecologicamente sostenibile ma cosciente dello spirito del luogo, è la via necessaria per attuare questo processo. Occorre spogliarsi dell’inutile fardello dei bisogni indotti, dei falsi miti della modernità, senza ripudiare tuttavia le possibilità della smaterializzazione contemporanea, per ripulire le facciate degli edifici abbandonati e ritrovarne la bellezza perduta.

DANIELE VANOTTI -Architetto