RIFLETTERE IN QUARANTENA

Il mio rapporto puramente sensibile col mondo circostante si è modificato radicalmente durante questo periodo di interminabile quarantena: la porzione di cielo che accompagna le mie riflessioni è sempre la stessa, seppur rispecchi in qualche modo una totalità che di giorno in giorno diviene più nebulosa, remota e astratta. Pongo attenzione alle piccole cose con lo stesso fascino, ma in modo diverso: osservo i fiori crescere, le api che sopra di essi si posano e la primavera animarsi nel cinguettio degli uccelli che vorticano nella sensatezza impalpabile del loro essere liberi, senza mai abbassarsi al frastuono caotico di noi esseri umani. Li vedo animati da istinti più che da pulsioni, alla ricerca dei lombrichi e degli insetti che arricchiscono la terra vangata dell’orto. Anche prima godevo di tutto questo, ma ora lo osservo sempre dal medesimo luogo, non uscendo mai dal perimetro del mio stretto giardino.
La mia etica, prima realizzazione fra le altre, si è trasformata in un’etica di reclusione: a volte spoglia e disadorna, corrotta dalla noia di una routine fissa e immutabile che si compone di libri e pensieri sparsi, spezie speciali del mio vivere-in-casa. Altre volte, invece, diviene preziosa, rendendomi partecipe dei secondi che divengon minuti, finché il tempo non mi sfugge di mano e mi
ritrovo all’improvviso nelle dolci ore del vespro, che condisco con un libro di Kerouac o con le parole di un filosofo che non conoscevo. Il giorno successivo tutto ricomincia da capo: verso le otto mi alzo, quasi fossi spettatore della mia stessa esistenza: mi vesto, mi lavo e leggo i quotidiani, prigioniero di azioni rituali, fisse e stereotipate che mi conducono verso i fornelli per preparare il
caffè. “Rito” deriva infatti da una parola sanscrita che significa “ordine”. Finisco di mettere a posto e mi accingo a un’altra mattina di studio, onorando ciò che Hegel chiamava «la preghiera laica del mattino». Dalle mie ampie finestre filtra Piazzale San Rocco, la piazzetta in cui vivo, deserta ed immobile, come reclusa nella stessa piatta Domenica che si sta ripetendo da ormai più di un mese. A
volte sollevo lo sguardo dai libri e mi concentro sui piccoli dettagli: il nostro vecchio orologio, il rumore del vento ed i panni stesi che si muovon con lui.
Ho letto di molti miei coetanei, agiati come sono io, che in questa condizione non si sentono liberi.
Trovo che sia assurdo e quasi ossimorico: la libertà si concretizza nelle risolute risposte agli appelli insistenti in cui la responsabilità individuale si costituisce, e mai come ora essa collide con le direttive che ci ha imposto il Governo. Scegliere è un atto di libertà e così, noi, seppur certamente a malincuore, abbiamo scelto di restare nelle nostre abitazioni: sacrificare parte del nostro arbitrio per un bene più grande, chiamato ora con qualche ipocrisia “quieto viver civile”, è proprio il senso più profondo del potere politico, se analizzato nell’ottica contrattualista che ad alcuni è tanto cara.
L’idea di libertà, infatti, è in primo luogo una ricerca di auto-realizzazione e dunque di felicità: l’uomo è realizzato quando diviene felice, raggiungendo ciò che Seneca chiamava “la tranquillità dell’animo” e, per citare Luis Sepùlveda ne Le ultime notizie dal Sud, «la pace interiore è data dal fare al momento giusto il proprio dovere».
Per quanto concerne ciò che sto provando personalmente, specie in relazione alla mia esperienza da universitario che sta per terminare, tutto potrebbe essere riassunto da quel drammatico versetto che Fabrizio de Andrè cantava nel Cantico dei Drogati: «vivo la mia morte / con un anticipo tremendo».
Sto infatti sostenendo i miei ultimi esami della triennale on-line, su Microsoft Teams: tutti i miei amici si stanno laureando e presto ci separeremo; anche se la distanza fisica non equivale sempre a quella morale, i primi giorni di reclusione autoimposta queste realizzazioni mi hanno fatto soffrire.
Ho perso il mio ultimo anno, o meglio, l’ho vissuto da casa, ma nonostante ciò, ora, sono positivo e felice.
Quello che mi ha infuso la forza, relativamente a questa quarantena che stiamo vivendo, è una semplice idea: trovo che questo periodo sia un’occasione – parlo per noi ventenni nati in seno ad una cultura liberale e liberista – per familiarizzare con il nostro borghese e peculiare corredo di
fortune che molti miei coetanei considerano come certezze incrollabili, più che come il prodotto di “conquiste” e “progressi” storicamente situati. Trovo che sia questo il cardine del nostro problema: i servizi offerti dal welfare-state ci hanno instupiditi a tal punto da farci dimenticare che le conquiste
di cui siamo beneficiari, a livello di libertà personale, sono per definizione precarie e contingenti. Il benessere e la possibilità di autodeterminazione di cui godiamo – almeno all’apparenza – non dimentichiamolo, deriva dall’ingiunzione dei nostri diritti e dei relativi doveri a cui siamo chiamati
a rispondere (1) e non, come la cultura neoliberista è portata a farci credere, dal progresso storicotecnologico e dal consumo ossessivo di beni materiali.
Appare inutile – addirittura scorretto e tremendamente ingiusto – lamentarsi delle proprie condizioni se rinchiusi in una bella casa, cullati dai propri familiari, in una provincia stupenda come quella di Sondrio. Bisogna quindi ricordare che siamo una generazione di privilegiati, sempre protetti da un retroterra di diritti e doveri mai stati nella storia dell’uomo così egualitari (2) che, se presi da un lato, ci aprono alla magnificenza del confronto intersoggettivo, privilegiando il bene comunitario a quello individuale e la società alla civiltà, recependo  l’insegnamento di Karl Marx nella Critica del programma di Gotha:«da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo bisogno» e, presi dall’altro, ovvero dalla prospettiva di un mero soggetto posto al centro di tutto,
alimentano l’individualismo solipsistico di cui siamo succubi e che ha la maggiore sorgente proprio nei dettami consumistici del neoliberismo promosso da oscure figure come Nozick, Friedman e Rawls. Ancora una volta tale esito non è scontato ed è una nostra responsabilità, una nostra scelta
etica, un nostro atto di volontà.
Non dimentichiamo dunque che la retorica del “rimanere a casa” si basa su un privilegio sociale: è molto più dura per chi deve convivere con un nucleo familiare di sette membri fra le mura di un monolocale nell’interland milanese, senza un terrazzo e con una sola finestra e, soprattutto, per un clochard sprovvisto di abitazione, “rimanere a casa” significa pragmaticamente alloggiare nella stessa porzione di marciapiede che ha sempre occupato. Nel mondo, elevando la nostra riflessione a un livello globale, settantun milioni di persone sono state costrette a fuggire. Ci sono inoltre milioni di persone apolidi a cui sono stati negati una nazionalità e l’accesso ai diritti fondamentali come istruzione, salute, lavoro e libertà di movimento, senza considerare esempi come quello indiano o quello africano.
In Europa e negli USA, tornando a noi, la corsa ossessiva a procacciarsi le scorte alimentari che hanno svuotato gli ipermercati i primi giorni di pandemia, è un ottimo esempio di come il capitalismo ci abbia indotto a un’individualità conclusa in sé stessa che privilegia unasopravvivenza squisitamente personale, a discapito degli altri: se una famiglia benestante e senza
difficoltà decide di acquistare duecento mascherine mossa esclusivamente da una paura irrazionale ed egoistica, infatti, ci saranno alcuni immunodepressi che rischieranno la vita, rimanendone sprovvisti. Il punto cardine è che in una situazione di crisi vi sono solo due scenari possibili, per quanto riguarda il popolo: la guerra fra poveri, o la solidarietà fra gli ultimi. Un sistema solidale è
possibile e anzi auspicabile: se tutti aprissimo gli occhi, dando adito alla nostra libertà in modo “positivo”, ponderato e commisurato alle reali necessità sociali, capiremmo che non ha senso essere felici, se siamo i soli a goderne.
In conclusione, al posto di lamentarci, dovremmo aprire gli occhi e riconoscere le nostre fortune, riconoscendo soprattutto che esse sono un prodotto umano, la risultante di battaglie storicamente situate e non abitudini piovute dal cielo che sono inalienabili e incontrovertibili, come invece spesso
siamo spinti a credere, tramite meccanismi di protezione psicologica. Se godiamo di certi diritti è  perché qualcun’altro si è battuto per noi e così, allo stesso modo, è nel nostro dovere batterci a nostra volta per il loro riconoscimento negli altri.
La quarantena, nell’ottica di un ragazzo privilegiato come il soggetto scrivente, rappresenta un’opportunità considerevole per migliorarsi e accrescere il proprio spirito critico, mediante la lettura e lo studio che poi devono essere concretizzate, per non renderli sterili, in una riflessione attuale sulla condizione dell’uomo. Riscoprire gli autentici valori della condivisione esistenziale e
materiale, è ora quanto mai necessario: l’emergenza che stiamo vivendo è un momento storico difficile, impervio, irto di problematicità strutturali a cui non si può porre un termine immediato, in quanto, per ora, sono assolutamente prive di soluzioni concrete e tangibili. Occorre abituarci a convivere con questo nemico invisibile, cercando di riscoprire noi stessi ed il valore delle altre persone. Ricordiamoci, dunque, come diceva Hannah Arendt che «le parole giuste trovate al momento giusto sono vocate all’azione». Uniamoci e saremo meno soli.
Mi auguro dunque che almeno i ragazzi e le persone a cui mi rivolgo si comportino con gli altri come i miei amici dell’università si rapportano a me: fisicamente lontani, ma mai moralmente disgiunti perché solo in questo modo i cartelloni che recitano “andrà tutto bene” assumeranno un significato reale e tangibile. Non permettiamo che esse siano solo sterili parole: amici, è giunto il momento di agire.

 

1 Apice dei quali, in questo periodo, troviamo il rimanere nelle nostre abitazioni.
(2 ) Supponiamo in questa sede che lo siano veramente e non che si basino comunque su delle vaste regioni di esclusione. Motivare bene tale punto avrebbe allungato e appesantito di molto l’articolo. Vi chiedo dunque di accontentarvi di questa superficiale e fugace asserzione e di perdonarmi.

Jacopo Gusmeroli.